11 ottobre, bentornata lotta di classe

Lo sciopero generale dell’11 ottobre può essere il detonatore di una nuova stagione di conflitti sociali, perché sempre più persone non credono più alle favole liberiste di cui Mario Draghi è l’ultimo narratore.

Giorgio Cremaschi

Le ovazioni da rockstar con cui l’assemblea degli industriali a Milano ha accolto un trionfante Mario Draghi, sono l’immagine più nitida del carattere profondamente di classe del governo che il banchiere guida.

In quella assemblea il controcanto amoroso tra il Presidente del Consiglio e quello di Confindustria ha prodotto due affermazioni e una richiesta tassativa. Mentre i padroni festeggiavano, Draghi li ha assicurati che nessuna redistribuzione del reddito, nessuna lotta alle disuguaglianze sociali toccherà i loro profitti e le loro ricchezze. Inoltre sia Draghi che Bonomi hanno spinto sulla necessità di accompagnare i soldi del PNRR, che in gran parte andranno alle imprese, con una nuova ondata di privatizzazioni e di “riforme” liberiste.

Infine sia il capo del governo sia quello dei padroni hanno ingiunto al sindacato confederale di sottomettersi a un nuovo patto sociale. Cioè di comprimere e tagliare ancora salari e diritti del lavoro, nel nome della ripresa e della crescita. Insomma, la solita vecchia ricetta liberista che santifica e incentiva la lotta di classe dei ricchi e condanna, reprime, impedisce, quella dei poveri.

Si poteva sperare e credere un anno e mezzo fa, all’inizio della pandemia, che il dilagare del morbo avrebbe imposto una svolta sociale e politica, di fronte alla evidenza criminale dei guasti prodotti da trent’anni di dominio del capitalismo liberista sulla vita e sulla natura. Sembrava quasi scontato nei primi mesi del 2020, quando tutti i manager delle imprese, della globalizzazione finanziaria e del mercato erano meno utili di un infermiere, di un addetto alle pulizie, di una commessa di supermercato, sembrava inevitabile che si ribaltassero i valori sui quali da decenni si era edificato un sistema sociale che crollava di fronte al Covid. Non a caso la rivista Lancet aveva proposto di definire la pandemia come “sindemia”, cioè malattia biologica e sociale, dove le ingiustizie della società accrescono la violenza del virus, che a sua volta produce nuove ingiustizie. Sembrava ragionevole che per combattere la crisi sanitaria e sociale se ne contrastassero le cause economiche e politiche. Invece un poco alla volta il vecchio sistema ha ripreso potere e consenso, e ora torna a presentarsi con il prepotente e autoritario slogan di Thatcher: non ci sono alternative.

Non che le realtà non abbia imposto scelte in contrasto con l’ideologia liberista. Ovunque in Occidente l’intervento dello stato in economia è risultato indispensabile, sono stati gli imprenditori privati i primi a pretenderlo. Ma, come aveva chiarito a suo tempo il presidente di Confindustria, questo intervento doveva servire a impedire il collasso del sistema e poi restituire alle imprese il potere di fare più profitti di prima, secondo il vecchio e mai morto principio padronale di socializzare le perdite e privatizzare i guadagni.

La decisione di sbloccare i licenziamenti quando ancora la pandemia e la crisi sanitaria erano in atto, è stato il segnale più netto ed esplicito di questa scelta di classe del governo Draghi. Si sarebbe tranquillamente potuto prorogare il blocco almeno fino alla fine dello stato di emergenza, prorogata a fine anno. Si poteva accompagnare un provvedimento contraddittorio, arbitrario e anche ipocrita come il green pass con una vera pianificazione sanitaria e con misure adeguate di sostegno all’emergenza sociale. Nessuna multinazionale sarebbe fallita per questo. Invece sì è varata una misura di controllo di stato sulla condizione sanitaria dei cittadini assieme alla fine dei controlli e dei vincoli su affari e mercato.

Così dalla GKN all’Alitalia a tante altre imprese si è dato il via alla stagione delle ristrutturazioni selvagge, al massacro sociale. E con esso alla sperimentazione di nuovi livelli di sfruttamento e precarietà, di cui la cavia principale oggi sembra essere proprio Alitalia, dove il governo ha assunto manager di Marchionne per fare peggio di Marchionne. E poi la campagna reazionaria contro il reddito di cittadinanza, dove Giorgia Meloni e Mario Draghi giocano al poliziotto cattivo e a quello buono. La fine di quota 100 viene affrontata sempre più chiaramente delineando nuovi tagli alle pensioni e con il ripristino dell’età pensionabile della legge Fornero. Gli aumenti vertiginosi delle bollette dei servizi e la campagna generalizzata di sfratti. Ovunque si manifesti la questione sociale, oggi il governo Draghi è all’avanguardia nel difendere e imporre il peggiore dominio padronale e di classe.

Questa restaurazione borghese profonda e sfacciata gode della complicità del mondo dell’informazione e soprattutto della subalternità e del sostegno di tutto il sistema politico. Per questo Draghi viene osannato come nuovo uomo della provvidenza. Ma a livello sociale non va così liscia. Attorno alla lotta della GKN contro i licenziamenti sta crescendo un movimento di solidarietà quale da tempo non si vedeva nel paese. Così è anche per la protesta dei lavoratori dell’Alitalia e per tante altre vertenze. Ovunque crescono mobilitazioni che hanno in comune il rifiuto della politica economica e sociale del Governo Draghi e che oggettivamente mettono in discussione il disegno comune liberista del potere imprenditoriale italiano e di quello che guida la UE.

Insomma dopo decenni di lotta di classe dall’alto, seppure ancora in misure e forme ancora parziali, torna quella dal basso. Per questo Draghi e compagnia vogliono imporre ai sindacati confederali di fermare tutto. Perché in fondo hanno paura.

CGILCISLUIL cominciano a vedere il vuoto di trent’anni di politica concertativa. Hanno rinunciato alla lotta nel nome di pessimi accordi, ma ora anche quegli accordi vengono loro negati. Questo produce confusione e paralisi nel sindacalismo confederale, ma il torpore dei gruppi dirigenti non ferma certo la ripresa delle lotte sociali. È in questo contesto che lo sciopero generale proclamato da tutte le organizzazioni sindacali conflittuali e di base per l’11 ottobre diventa un appuntamento importante e nuovo per tutto il paese.

Non era affatto scontato che tutte le organizzazioni che contestano il regime di relazioni sindacali dominato da CGIL CISL UI e dai sindacati di destra e corporativi, trovassero una data comune di lotta. Da anni, pur costruendo vertenze e conflitti rilevanti per i lavoratori ed il paese, in primo luogo nei servizi e nella logistica, queste organizzazioni non riuscivano a mettere assieme le forze. L’assassinio del sindacalista del SiCobas Adil a Lodi, pochi anni dopo quello di Abdel Salam, militante USB, a Piacenza, ha segnato il punto di svolta e spinto al percorso unitario. Ma se la risposta comune alla violenza padronale è stata l’impulso immediato e decisivo verso lo sciopero generale, la necessità di costruire una risposta al dominio del governo confindustriale di Draghi ne è la ragione di fondo. Lo sciopero dell’11 ottobre può essere il detonatore di una nuova stagione di conflitti sociali, perché sempre più persone non credono più alle favole liberiste di cui Mario Draghi è l’ultimo narratore. La lotta di chi lavora come sempre sconvolge la politica e tutti posti preassegnati in essa e ripropone le basi materiali della democrazia. Bentornata lotta di classe.

11 ottobre 2021: Sciopero generale dei sindacati di base

(credit foto ANSA/ TELENEWS)



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