Lucio Caracciolo: “Il dramma di una guerra senza senso”

A distanza di vent’anni dall’attacco alle Torri gemelle il direttore di “Limes” sottolinea l’insensatezza della “guerra al terrorismo”. E sull’esercito unico europeo commenta: “Un’idea che non sta in piedi”.

Cinzia Sciuto

L’11 settembre di venti anni fa molti di noi, scioccati davanti alla tv, hanno pensato “niente sarà più come prima”. Neanche un mese dopo gli Stati Uniti lanciavano la loro offensiva contro il regime dei talebani in Afghanistan, dove si nascondevano alcuni degli esponenti di al-Qaida, l’organizzazione terroristica islamica individuata come responsabile degli attentati alle Torri Gemelle. Venti anni dopo, al governo dell’Afghanistan ci sono di nuovo i talebani. La sensazione che questi vent’anni non siano serviti a nulla è forte. Che cosa abbiamo fatto, o forse è meglio dire: cosa non abbiamo fatto in questi 20 anni in Afghanistan?
Inizierei tornando indietro all’alba di quell’11 settembre 2001, qualche ora prima dell’attentato. In quel momento gli Stati Uniti d’America erano l’unica superpotenza al mondo, senza rivali, convinti di essere sul tetto del mondo. Si sentivano in una condizione di serenità rispetto a possibili aggressioni. Un’ora dopo cambia tutto, ed è uno shock terrificante. Non solo per l’evento in sé, ma soprattutto perché quell’evento ha innescato una sensazione di panico fino ad allora sconosciuta negli Usa: nei giorni successivi, nei mesi successivi gli americani hanno vissuto con la paura quotidiana di nuovi attacchi, magari anche con delle armi chimiche, biologiche o addirittura nucleari. C’era un’atmosfera di tregenda. È stato quello shock, da cui gli americani si sono solo parzialmente ripresi, a condurli a quella che loro chiamano la “war on terror”, la guerra al terrore, al terrorismo. Che è una guerra priva di logica, priva di strategia. Le guerre si fanno per fare la pace in condizioni più vantaggiose di quando le si sono cominciate. Non si può fare una guerra a un metodo bellico come il terrorismo (metodo che, detto per inciso, è utilizzabile da chiunque, compresi gli Stati Uniti, a seconda delle necessità). In realtà la guerra al terrorismo aveva un sottotesto: era in parte pensata e comunque percepita come guerra all’Islam. Tanto è vero che Bush in uno dei suoi primi discorsi parlò addirittura di “crociata”, per poi mordersi la lingua. Questo è un tema che risale fino ai tempi della nascita dell’Islam e che ci porteremo appresso per sempre. Ossia questa idea che la nostra condizione di occidentali sia anche per certi aspetti definita in chiave anti-islamica. Più specificamente, in questi vent’anni gli americani si sono trovati impegnati in campagne prive di senso strategico, prima in Afghanistan poi in Iraq poi in altri interventi – penso per esempio alla Libia, caso particolarmente significativo per noi – in cui hanno perso moltissimi uomini, e hanno ammazzato moltissimi uomini. Prendendo solo il caso afghano, ufficialmente gli americani hanno avuto più di 7mila caduti. Parlo di soldati regolari, perché poi c’erano anche i cosiddetti contractors, le cui cifre non le avremo mai precisamente. Ma il dato sconvolgente è che ci sono stati più di 30.000 caduti per suicidio al rientro: oltre quattro volte di più di coloro che sono morti sul campo. Si tratta di soldati che non riuscivano a trovare un senso per quello che stavano facendo. E questo vale anche per noi italiani che abbiamo avuto 54 morti e più di 700 feriti. È difficile trovare un senso a quello che abbiamo fatto ed è questo il vero dramma di una guerra che a mio avviso continuerà in maniera sottile, subliminale ancora per molto.

Un segnale del fatto che questa guerra non è affatto finita è arrivato il 27 agosto: subito dopo l’attacco all’aeroporto di Kabul da parte di Isis K c’è stata la reazione americana, con un drone che ha ucciso anche diversi bambini. È questo il modo migliore per combattere il terrorismo? Non abbiamo imparato nulla?
Biden ha risposto a quella che lui ha percepito come una richiesta profonda della società americana, la richiesta di vendetta. La stessa che veniva dopo l’11 settembre, in quel caso ancora più profonda naturalmente vista la spettacolarità dell’attacco. Gli americani sono un popolo piuttosto violento ed era impensabile che di fronte a un attacco come quello dell’11 settembre facessero finta di nulla. Certo, razionalmente quello che andava fatto non era certo una guerra, ma rispondere con delle operazioni di intelligence e di polizia internazionale andando a prendere i mandanti e gli esecutori di quella strage, invece di prendersela con gli afghani la cui unica colpa era quella di ospitare sul proprio territorio terroristi di al-Qaida, che in realtà i talebani avrebbero voluto cacciare. I membri di al-Qaida erano in gran parte sauditi e pachistani. Il problema è che gli Stati Uniti ovviamente non potevano fare la guerra all’Arabia Saudita e al Pakistan, due Paesi fondamentali dal punto di vista americano in quell’area, e quindi hanno ripiegato sulla soluzione apparentemente più facile: andare in un paese praticamente inesistente dal punto di vista militare, fare una grande operazione, per poi tornarsene a casa. Invece sono rimasti molto più del previsto e in questo una responsabilità ce l’abbiamo anche noi perché sono stati gli alleati europei a un certo punto, per farsi notare dagli americani e far capire che esistono anche loro, ad andare sul terreno rivoltando quella che a quel punto poteva essere tranquillamente una missione conclusa, in una missione direi coloniale, cioè di redenzione di un popolo per portarlo verso standard occidentali. Quanto di ipocrisia e quanto di buona volontà ci sia stato in questo non lo so, ma certamente è stato uno dei motivi per cui gli americani sono rimasti lì 20 anni.

Dopo il ritorno dei talebani si discute se e quanto siano cambiati: lei come la vede?
Qualcosa in vent’anni ovviamente è cambiato, sono successe molte cose, tra cui il contatto tra l’Afghanistan e il resto del mondo, anche se certo si è trattato di un contatto limitato perché quando parliamo di Afghanistan parliamo essenzialmente di Kabul, mentre il grosso della popolazione sparsa per questo grande Paese vive in condizioni molto peggiori rispetto a chi vive nella capitale. Una delle cose che certamente è cambiata è che il nuovo governo afghano, in cui ci sono clamorosi terroristi come il ministro dell’Interno Sirajuddin Haqqani, è costretto a ostentare un volto più moderato, e forse anche a praticarlo, semplicemente perché ha bisogno degli aiuti internazionali per poter tirare avanti. Quando si passa dalla condizione di guerrigliero terrorista alla condizione di ministro qualcosa cambia per forza.

Adesso che i talebani hanno annunciato anche la presa del Panshir pare non ci sia più nessuna resistenza nel Paese. Possiamo parlare di una situazione interna stabile?
In un Paese che di fatto non esiste e in cui gruppi etnici, culturali e politici si contrappongono da sempre l’uno all’altro è impossibile immaginare una pacificazione totale. L’Afghanistan ha sempre funzionato e continuerà a funzionare con una sorta di sindaco di Kabul che fa il presidente della Repubblica e il capo del governo e i vari signori del territorio, o meglio della guerra, o meglio ancora dell’oppio, che controllano singoli territori e se li contengono. Il problema è se questa competizione fra signori della guerra può essere tenuta sotto un certo livello di violenza oppure no. Attualmente non vedo all’orizzonte una guerra civile come quella che scoppiò dopo il primo avvento dei talebani. Forme di violenza e di guerriglia saranno inevitabili in un Paese così armato come l’Afghanistan (armato dagli americani che gli hanno mollato gran parte degli armamenti), ma non penso che saranno tali da destabilizzare questo molto peculiare ordine che si è venuto a creare.

Vent’anni fa i talebani sono stati attaccati perché in qualche modo protettori di al-Qaida. Oggi in che rapporti stanno con l’organizzazione fondata da Osama bin Laden?
In verità i talebani non sono mai stati in ottimi rapporti con al-Qaida, anche quando andarono al governo per la prima volta nel 1996. La consideravano un pericolo perché, a differenza loro che sono interessati unicamente all’Afghanistan (o meglio ai territori afgani, perché l’Afghanistan non esiste), al-Qaida era ed è interessata al resto del mondo per sovvertirlo. Dobbiamo tenere a mente che non esiste un fondamentalismo islamico tout court. Esistono diversi modi di interpretarlo e questi modi sono tendenzialmente conflittuali visto che il mondo islamico è percorso da una quantità di conflitti, di tensioni quando non di vere e proprie guerre che coinvolgono islamici di una tendenza o di un’altra. Qualcuno legge queste tensioni soprattutto in chiave di contrapposizione fra sunniti e sciiti, ma anche questa è una semplificazione. Insomma l’Islam come soggetto unitario non è mai esistito nemmeno gli esordi, figuriamoci oggi che non è più tempo di califfi.

Se alcune delle frange del fondamentalismo islamico hanno mire universali, quanto è concreta la minaccia per l’Europa e l’Occidente?
Le strutture deputate al controllo e alla repressione del terrorismo fanno abbastanza bene il loro mestiere. L’opinione pubblica, finché non viene colpita e impaurita da attentati, tutto sommato anche. Il problema è che ora la questione del terrorismo islamico si connette, anche per iniziativa di certi gruppi politici e culturali, a quella migratoria. Per cui il problema non è più tanto percepito come la paura di un attentato quanto nei termini di “questi ci invadono”, “ci rubano casa”, “vengono a imporre la loro legge a casa nostra” e questo può diventare un motivo serio non tanto di scontro fra “loro” e “noi” quanto di disgregazione del tessuto sociale e istituzionale dentro i nostri paesi. Il presidente Macron parla di separatismo, intendendo il fatto che in Francia esistono dei territori molto importanti e molto vasti – basti pensare alla città di Marsiglia o a certe periferie di Parigi neanche tanto lontane dal centro – che sono di fatto insediamenti di popolazioni mal radicate nel territorio francese che vivono autosegregate, e in parte anche segregate, rispetto al resto della nazione. Di fronte a questo problema Macron ha bisogno di apparire come uomo forte per guadagnare popolarità in un’opinione pubblica che è molto scossa e anche molto “reattiva”. Io temo però che si tratti di una questione che non può essere risolta con un atteggiamento da campagna elettorale o con semplici dichiarazioni, ma solo attraverso una capacità di filtrare e gestire i flussi migratori, che per Paesi in declino demografico sono in parte inevitabili e in parte però superiori al necessario, ma che in ogni caso non possono avvenire in modo caotico e incontrollato. Questa è un’operazione innanzitutto culturale che dovrebbe investire le nostre società fin dalla scuola per poi risalire fino alle strutture di governo, di intelligence e di sicurezza. Perché o ci abituiamo a convivere con questa realtà migratoria e a gestirla per quanto possibile oppure fenomeni di guerra civile a bassa intensità, che sono già individuabili, potrebbero diventare pericolosi. Non tanto in termini di “guerre di religione” quanto piuttosto di sfaldamento delle nostre società.

In un’intervista al Corriere della Sera il sottosegretario ai Servizi Segreti e alla Sicurezza Franco Gabrielli alla domanda se pensa che ci saranno nuove guerre risponde: “Non sono auspicabili perché è vero che la democrazia non si esporta con la forza. Tuttavia negare che i diritti e le libertà si possano difendere anche con la forza significherebbe rinnegare l’aiuto ricevuto dagli eserciti alleati nella guerra di Liberazione da cui è nata la nostra Repubblica”. Le sembra sensato questo richiamo alla guerra di Liberazione dell’Italia dal regime nazifascista?
Penso che sia un modo per dire che non possiamo semplicemente dichiarare la pace eterna, che dobbiamo essere pronti a qualunque situazione, e tanto più deve esserlo un signore che fa il mestiere di Gabrielli. Non si tratta certo di un incitamento ad armarsi e scendere in campo, ma semplicemente di un invito a essere consapevoli del fatto che la pace non è un regalo eterno, ma è qualcosa che deve essere preservato. Il fatto che noi italiani ormai, per fortuna, da almeno tre generazioni siamo emancipati da questo rischio ci induce a pensare che la pace sia un bene eterno o comunque assicurato almeno per le nostre vite e quelle dei nostri figli. Ma non è così, quindi questo richiamo mi pare pertinente.

In questi giorni si parla molto di un esercito europeo unico. Da un lato c’è chi lo ritiene un elemento di forza dell’Europa, dall’altro invece chi pensa che paradossalmente un interlocutore unico sarebbe più subalterno agli Stati Uniti di quanto lo siano i diversi Stati con i propri interessi nazionali. Cosa ne pensa?
Facciamo l’ipotesi che domani il Consiglio europeo decida di formare un esercito unico e quindi mette insieme 27 eserciti. A parte che sarebbe interessante capire in che lingua parlerebbero i soldati fra loro, ma mettiamo che ci sia da fare una guerra contro la Russia. Siamo sicuri che un baltico o un polacco la vivrebbe come un italiano o un tedesco o un francese? Per fare invece un esempio non astratto ma reale, se in Libia fosse andato un esercito europeo avrebbe ricevuto ordini completamente diversi a seconda che fosse stato comandato da un italiano, da un francese o da un danese. Insomma, quella dell’esercito unico è un’ipotesi che non sta in piedi perché manca il soggetto politico. Si possono formare delle bande mercenarie, ma non un esercito vero e proprio se non c’è un potere politico che lo legittima, lo comanda, lo autorizza: se non sei uno Stato non puoi avere un esercito. E attualmente non vedo questa possibilità all’orizzonte. Per definizione questa organizzazione che è l’Unione europea non ha dei limiti, siamo partiti in 6 e, senza neanche capire bene secondo quali criteri, siamo diventati 27: difficile immaginare che una realtà del genere possa darsi una struttura statuale. Un esercito europeo si potrebbe fare dopo aver fatto la terza guerra mondiale e aver stabilito chi comanda in Europa, cosa naturalmente che nessuno auspica. Altrimenti non vedo come si possano spontaneamente tenere insieme culture, interessi, punti di vista, popoli così diversi come quelli europei. Quello che invece è perfettamente possibile è che, preservando la propria quota di sovranità e i propri interessi, alcuni paesi si mettano d’accordo, anche con un certo grado di integrazione fra le rispettive forze armate, per fare delle missioni insieme. Ben sapendo comunque che in ultima analisi la loro capacità operativa, almeno per i prossimi dieci o vent’anni, è strettamente legata alla disponibilità americana a sostenerli.



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