16 ottobre 1943, la razzia degli ebrei romani

Il 16 ottobre ricorre l'anniversario del rastrellamento del ghetto: quel giorno del 1943 più di mille nostri concittadini ebrei vennero prelevati dalle loro case dai nazisti per essere deportati ad Auschwitz.

Maria Mantello

Era il 16 ottobre 1943, quando a Roma più di mille nostri concittadini ebrei vennero prelevati dalle loro case dai nazisti per essere deportati ad Auschwitz.
Il rastrellamento inizia alle prime luci dell’alba nell’area dell’ex ghetto, dove molti di loro avevano continuato ad abitare anche dopo la fine della ghettizzazione forzata, che istituita da Paolo IV con la bolla Cum nimis absurdum il 12 luglio 1555, terminava definitivamente con l’Unità d’Italia con la Breccia di Porta Pia e la nascita di Roma capitale d’Italia.

Quel 16 ottobre del ’43 era sabato, Shabat. Giorno di riposo per gli ebrei. Per i nazisti, l’occasione programmata per sorprenderli nelle loro case. Sono un centinaio gli sgherri di Herbert Kappler che arrivano nell’ex ghetto con i camion. Arroganti, tetri come i simboli di morte che hanno sulle loro divise. Pianta alla mano si dirigono sicuri agli indirizzi forniti dall’Ufficio fascista Demografia e Razza.
Bussano alle porte. Non esitano a sfondarle se da dentro si tarda ad aprirle. Vi entrano e leggono l’ordine perentorio dattiloscritto: «Dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, con voi anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermeria…».
In contemporanea, per gli altri quartieri di Roma, altri 200 soldati tedeschi svolgono la stessa «caccia all’ebreo». Uomini, donne, bambini, anziani, ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion e portati al Collegio Militare di via della Lungara: a poca distanza da S. Pietro.
Qui i nazisti li fanno stanziare per due giorni in quei camion, e il lunedì 18 ottobre li spostano alla stazione Tiburtina per caricarli su 18 carri bestiame: destinazione Auschwitz.
Pio XII di quel rastrellamento aveva saputo da subito: i contatti con l’ambasciata tedesca furono costanti. Ma tacque!

Del triste viaggio nei vagoni bestiame blindati, delle grida di disperazione, dei pianti dei bambini sapeva anche dai vescovi locali. Ma tacque! La sua  preoccupazione prioritaria e più impellente pare fosse per l’impatto che la deportazione avrebbe avuto sulla Resistenza romana… sui comunisti.
Quei comunisti contro cui alle elezioni democratiche del 1948 avrebbe lanciato la sua potente scomunica. Cosa che si guardò bene dal fare nei confronti di Hitler.

Vale appena ricordare che Egli era stato, per conto di Pio XI, il principale referente del Concordato con Hitler, che a quel patto aveva subito dato il «significato di lotta all’ebraismo mondiale». Pacelli non faceva mistero di simpatizzare per Mussolini, gli Ustascia croati, Salazar e Francisco Franco, la cui vittoria nel 1939 contro il fronte dei democratici, Pio XII salutava nel radiomessaggio agli spagnoli del 16 aprile 1939 con queste parole: «I disegni della Provvidenza, amatissimi figlioli, si sono manifestati ancora una volta sulla Spagna eroica, nazione eletta da Dio a principale strumento di evangelizzazione del Nuovo Mondo e come baluardo inespugnabile della fede cattolica». In Spagna intanto, gli antifascisti morivano a migliaia nelle carceri o fucilati.
E vale sempre ricordare, che pochi giorni dopo dalla sua incoronazione a pontefice (2 marzo 1939), il “riservato” papa Pacelli scriveva a Hitler per ricordare con «cara memoria» la collaborazione di quando era stato Nunzio Apostolico in Germania, affinché questa potesse ora giungere «in ispirito di pronta collaborazione e vantaggio delle due parti, a un salutare sviluppo».

In tutta Italia tra il 1943 e il 1945 gli ebrei deportati furono 7495, quelli romani 2091. Di quelli rastrellati il 16 ottobre 1943 ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna. Nessuno dei 207 bambini.
Una lapide sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte in Via del Portico d’Ottavia, posta nel 1964, ricorda che «qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei…».
E Pio XII? Prima o poi la Chiesa riuscirà nell’intento di farlo santo. Operazione fino a ora ogni volta rinviata di fronte alle aspre critiche anche del mondo cattolico.
In attesa, le “sacre” operazioni revisioniste proseguono, per rendere evanescente la memoria storica. Del resto non era stato lo stesso papa Pacelli in vita ad inaugurarlo, quando a guerra finita, sostenne di aver difeso gli ebrei e di aver condannato il nazionalsocialismo?
Evidentemente il Pastor Angelicus recitava come nel film omonimo che, a fine guerra, aveva voluto su di lui e nel quale era lo ieratico attore protagonista.

È doveroso ricordare che molti ebrei si potettero sottrarre alla deportazione per l’aiuto generoso di semplici cittadini italiani, ma anche di molti religiosi che li accolsero. Peccato che poi, a guerra finita, molti di questi stessi religiosi abbiano avuto anche il merito di ospitare e far espatriare i criminali nazisti, che proprio grazie alla via diplomatica vaticana poterono trovare sicuri lasciapassare per il sud America. Ad maiorem gloriam Dei?



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