2 giugno, la svolta repubblicana

Il 2 giugno del 1946 l’Italia andava al referendum istituzionale per scegliere tra Monarchia o Repubblica ed eleggere l’Assemblea Costituente.

Maria Mantello

Il 2 giugno del 1946 l’Italia andava al referendum istituzionale per scegliere tra Monarchia o Repubblica ed eleggere l’Assemblea Costituente. Si usciva dalla dittatura fascista e dal delirio guerrafondaio nazifascista.

La Resistenza era stata il riscatto da quella vergogna, e la svolta democratica arrivava in quel 2 giugno 1946, quando gli italiani col loro voto facevano nascere la Repubblica fondata sull’appartenenza comune al patto costituzionale democratico.

Attraverso la Costituente, il Popolo sovrano si dava i principi e le regole attuative della Democrazia, che nella Costituzione repubblicana ha la propria stella polare. Quella stella a cinque punte che è nello stemma della Repubblica italiana.

Il popolo sovrano l’aveva decretata con quel referendum del 1946, dove per la prima volta le donne votavano in un’elezione nazionale, e potevano anche essere elette: in ventuno entrarono nell’Assemblea Costituente.

La Repubblica democratica era la grande svolta istituzionale. La Carta repubblicana ne poneva i principi e le garanzie nel nesso inscindibile di prima e seconda parte della Costituzione, per concretizzare libertà, giustizia, uguaglianza: per ciascuno e per tutti.

In questa prospettiva, guardando al futuro della tenuta democratica, i costituenti si sono preoccupati di fissare con precisione ruoli e compiti dei poteri dello Stato, onde evitare derive autoritarie. Nella Repubblica parlamentare, nessun potere poteva essere fuori dal controllo democratico, perché al servizio della democrazia costituzionale.

E contro manomissioni costituzionali, nella rigorosa separazione dei poteri dello Stato, si istituivano pesi e contrappesi per l’equilibrio democratico e organismi di garanzia costituzionale. Perché le istituzioni repubblicane potessero essere il motore nell’eliminare l’ingiustizia e lo sfruttamento che proliferano lì dove lo stato è monocratico. Il contrario appunto di repubblica.

Cittadini e non sudditi. Promotori essi stessi di libertà e giustizia. Costruttori di cittadinanza nella lotta a discriminazioni e prepotenze. Nel bene comune repubblica, da difendere e salvaguardare nella condivisione della cittadinanza democratica, vivificata nel continuo parallelismo tra politiche democratiche e società democratica.

Diversamente hanno buon gioco i cantori della crisi della democrazia che, facendo leva sulle più ancestrali rabbiose pulsioni egoistiche, si pongono come salvatori della patria per imporre nuove monocrazie.

La democrazia potrebbe anche essere apparentemente conservata, ma senza partecipazione e dialettica democratica, resta soltanto il giogo suddito – padrone nella fede nel capo. Totem e tabù identitario che pensa per te…  provvede per te.

E l’illusione del grande padre, del grande fratello funziona! In un paese allevato nella speranza del miracolo. E che i suoi particolari santi li vuole e li cerca: in cielo e in terra! È questa “antropologica” dipendenza italica, che la politica del culto del capo solletica. E che, nelle difficoltà di una opposizione che la contrasti con progetti e programmi, alimenta rassegnazione, ignavia e indifferentismo di massa. Una melma in cui i reazionari sguazzano. E anche se si fanno chiamare sovranisti. Sempre di fascismo si tratta.

(credit foto DBA/MASSIMO PERCOSSI)



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