23 maggio 2023: una data spartiacque

Un grosso bavaglio è stato messo, per la prima volta dopo 31 anni, a un corteo di studenti e sindacati che ha deciso di manifestare al di fuori della rituale marcia promossa dalle istituzioni e, in primo luogo, dalla Fondazione guidata da Maria Falcone.

Giancarlo Minaldi

Il 31° anniversario della strage di Capaci è coinciso quest’anno con due avvenimenti dalla portata straordinaria, due avvenimenti che segnano una svolta politica da parte del governo più a destra della storia repubblicana.
La nomina a presidente della commissione antimafia di Chiara Colosimo ha segnato la prima profonda cesura. Mai nella storia repubblicana la nomina a presidente di una commissione che dovrebbe essere quanto più possibile al di sopra delle divisioni politiche, per l’unanime consenso che dovrebbe ispirare il contrasto alle mafie, aveva suscitato tante polemiche per via di fatti che lasciano sgomenti: la frequentazione amicale della neo-presidente con esponenti dei NAR, organizzazione terroristica di estrema destra che ha pure avuto responsabilità in numerose stragi di mafia. Di fatto, nonostante le proteste di numerose organizzazioni delle vittime di mafia e del terrorismo nero, nonché di tutte le opposizioni, il governo ha deciso di istituzionalizzare e nobilitare la storia del neofascismo in Italia, ponendo le condizioni per un bavaglio a tutte quelle inchieste che mirano a riannodare i fili del neofascismo stragista colluso con apparati dello stato e con la mafia.

Dall’altro lato, un grosso bavaglio è stato messo, per la prima volta dopo 31 anni, a un corteo di studenti e sindacati che ha deciso di manifestare al di fuori della rituale marcia promossa dalle istituzioni e, in primo luogo, dalla Fondazione guidata da Maria Falcone. Al corteo è stato impedito, per ordine del questore (e dunque del Ministero degli Interni), di raggiungere l’albero Falcone nella Via Notarbartolo, per evitare, questa la motivazione ufficiale, di disturbare le cerimonie legate all’anniversario. Una decisone di una gravità inaudita, che ha avuto conseguenze anche fisiche su alcuni manifestanti manganellati dalle forze dell’ordine, ma che è evidentemente frutto di una scelta politica perfettamente sovrapponibile alla nomina della Colosimo: silenziare le opinioni divergenti dalla vulgata e dalla retorica che descrive la mafia come semplice organizzazione criminale che è in gran parte stata sconfitta da uno stato che ha saputo reagire ai suoi orrendi crimini. Una fiaba a cui non crederebbe neanche un bambino. Che la mafia prosperi e si riproduca grazie ai legami con apparati dello Stato e dell’economia è una ovvietà, così come che a Palermo, come ha lucidamente scritto Alfredo Morvillo, ancora oggi non tutti rifiutano legami o sostegni con chi con la mafia ha avuto solidi rapporti. Questo voleva significare lo slogan urlato dai pochi manifestanti del corteo che sono infine riusciti a raggiungere l’albero: “Fuori la mafia dallo Stato”!
Uno slogan tanto banale quanto imbarazzante per chi vuole celare in ogni modo e con ogni mezzo quei legami: dal terrorismo nero alla politica compiacente.

Foto Canva | ChiccoDodiFC



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