Che giustizia venga fatta, adesso

Il 23 maggio, anniversario della strage di Capaci, visto dalla parte dei famigliari delle vittime attraverso le parole di Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, uno degli agenti della scorta di Falcone.

Rossella Guadagnini

“La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà una fine”, sosteneva Giovanni Falcone. Come la storia, come ogni storia. Il 23 maggio è una data simbolo, un giorno della memoria: si rende omaggio alle vittime delle stragi di mafia del ‘92. Ufficialmente si chiama la Giornata nazionale della legalità, in effetti segna il passaggio del tempo dall’eccidio di Capaci, in cui persero la vita Falcone con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta. Ed è l’anniversario della successiva strage di via D’Amelio del 19 luglio, 57 giorni dopo, quando fu ucciso Paolo Borsellino e le persone della sua scorta.

Questo giorno, a 29 anni di distanza, stavolta lo vogliamo ricordare così: non solo dalla parte delle vittime, ma anche dalla parte dei loro familiari, che pure vittime indirette sono state. In questo caso non ci sono parti ‘giuste’ e parti ‘sbagliate’, sono tutte giuste. E lo vogliamo ricordare attraverso le parole di una donna, Rosaria Costa, di una vedova divenuta un simbolo della ribellione alla mafia.

Suo marito, Vito Schifani, morì a 27 anni sull’autostrada A29, all’altezza dello svincolo di Capaci in zona Isola delle Femmine. La strada che dall’aeroporto di Punta Raisi, ribattezzato poi col nome di Falcone e Borsellino, va a Palermo. Schifani fu ucciso dall’esplosione di 500 chili di tritolo insieme ai poliziotti Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Era l’agente della scorta del magistrato, che guidava la prima delle auto travolte dall’esplosione. La loro Croma marrone fu quella investita con più violenza dalla deflagrazione, tanto da essere sbalzata dal manto stradale in un oliveto a più di dieci metri di distanza. La seconda vettura, una Croma bianca, la guidava lo stesso Falcone, che rientrava a Palermo da Roma in compagnia della moglie, anche lei magistrato.

Rosaria Costa, 29 anni fa (era il 25 maggio del ’92), pronunciò parole indicibili, lucide e disperate allo stesso tempo, ai funerali del marito nella Chiesa di San Domenico a Palermo: Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio”. Parole che ancora oggi risuonano alte come un monito potente contro l’oblio e sono un documento contro l’ingiustizia.

Perché la memoria è una delle forme della giustizia, mette le frasi e i punti lì dove vanno messi, sottolinea ciò che deve essere sottolineato. Mentre la distorsione della storia e dei fatti che le appartengono di diritto è qualcosa che va a detrimento dell’intera società. Coloro che ignorano in quanto vogliono ignorare, o non c’erano e non possono ricordare, o hanno dimenticato perché il tempo è trascorso e la vecchiaia confonde, perdono il senso della giustizia.

La dimenticanza non è perdono, è trascuratezza o peggio. L’ignoranza contiene il seme della colpa, mentre la consapevolezza è l’inizio di ogni racconto che, in quanto tale, ha un inizio e una fine. Come sosteneva Falcone.


Discorso al funerale del marito Vito Schifani e di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Palermo, 25 maggio 1992  | di Rosaria Costa

Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani – Vito mio – battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato – lo Stato… – chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.

Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio… di cambiare… loro non cambiano [pausa, il sacerdote al fianco di Rosaria Schifani suggerisce: «se avete il coraggio…»] di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro [applauso].

Loro non cambiano, loro non cambiano… No. Aspetta, aspetta, no [Rosaria Schifani si rivolge al sacerdote che la invita a seguire il testo scritto]. Di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete. Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: “Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno”.

Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo [pianto] che avete reso questa città sangue, città di sangue [Rosaria Schifani parla con il sacerdote]. Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue – troppo sangue – di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti.

Non c’è amore, non ce n’è amore, non c’è amore per niente.

Su MicroMega+ il commosso e polemico discorso, pronunciato a Palermo il 25 giugno di quell’anno, in cui Paolo Borsellino rivelò a tutti il clima di diffidenza e di isolamento che di fatto condannò a morte Giovanni Falcone.

 

 



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