La festa e la tragedia

La metà degli italiani è intenzionata a votare per forze che nel 25 aprile, irrinunciabile fondamento antifascista della nostra convivenza, non si riconoscono affatto. Una tragedia, ma quasi tutti fanno finta di nulla.

Paolo Flores d'Arcais

Si festeggerà il 25 aprile? Chi lo festeggerà? Perché? Il 27 maggio 1949, la legge numero 260 istituzionalizzava il 25 aprile come festa nazionale. In realtà il 25 aprile era già stato festeggiato negli anni precedenti, a partire dal 1946 (tre giorni prima Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio, aveva fatto firmare al riguardo un “decreto legislativo luogotenenziale” a Umberto, Luogotenente Generale del Regno d’Italia).

La data del 25 aprile è stata scelta perché il 24 aprile del 1945 Radio Londra e tutte le radio clandestine operanti in Italia davano lettura del seguente telegramma del CLNAI (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia):

“A tutti i comandi zona.
Comunicasi il seguente telegramma: ALDO DICE 26 x 1 Stop Nemico in crisi finale Stop Applicate piano E 27 Stop Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga Stop Fermate tutte macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette Stop Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strade Genova-Torino et Piacenza-Torino Stop 24 aprile 1945”.

26X1 indicava il giorno e l’ora dell’insurrezione generale: l’una di mattina del 26 aprile, insomma la notte tra il 25 e il 26. Le formazioni partigiane quella notte scesero dalle montagne, mentre i gruppi che operavano clandestinamente nelle città uscirono allo scoperto occupando i nodi strategici. Il 25 aprile, il giorno della Liberazione, è dunque la data della vittoria dei partigiani antifascisti, che liberano le città prima dell’arrivo delle truppe alleate (in Italia soprattutto anglo-americani, con alcuni reparti francesi e polacchi), nominando sindaci e prefetti.

Il fatto che il 25 aprile e il 2 giugno siano state proclamate feste nazionali indica qual è il fondamento storico della Patria di cui siamo, attraverso la comune Costituzione, con-cittadini: la vittoria della Resistenza antifascista in armi il 25 aprile 1945, la vittoria della Repubblica (54,3% dei voti) sulla Monarchia (45,7%) nel referendum del 2 giugno 1946. Sui 556 membri dell’Assemblea Costituente, i partiti che si riconoscevano nel CLN superarono largamente il 90% dei suffragi.

Le feste nazionali indicano simbolicamente il fondamento di legittimità di tutto l’edificio giuridico che costituisce lo Stato e ce ne rende cittadini. L’unità della Patria avviene dunque intorno al riconoscimento di quei fondamenti: chi non li riconosce si mette fuori e contro la Patria.

Ogni festa nazionale, come del resto ogni bandiera, nasce DIVISIVA. Il tricolore italiano nasce nelle battaglie del Risorgimento, sventola sulle barricate delle Cinque giornate di Milano, momenti di guerra civile. La festa della Repubblica ricorda un referendum in cui la differenza tra i due schieramenti non fu molto ampio (se meno di uno su dieci di quanti votarono Repubblica avesse votato Monarchia l’esito sarebbe stato opposto).

La legittimità di una forma di convivenza civile nasce sempre da una situazione di scontro, di divisione, spesso di guerra civile. Cui pone fine. Chi non vuole riconoscere l’esito da cui è nata la nostra Costituzione Repubblicana (la vittoria della Resistenza antifascista e della Repubblica sulla Monarchia) mette a repentaglio l’intero edificio giuridico che regola la nostra convivenza, mantiene in filigrana la riserva mentale o l’auspicio della guerra civile.

Dire che il 25 aprile è divisivo significa perciò già minare l’unità della Patria, che nella vittoria partigiana e nella Costituente che ne discende, ha il suo irrinunciabile fondamento. Non riconoscerlo significa togliere legittimità all’intero edificio del nostro essere con-cittadini.

Risulta perciò drammaticamente evidente quale sia il baratro di eversione su cui l’Italia è stata costantemente e sempre più gravemente condotta nell’ultimo quarto di secolo, che ha visto lo “sdoganamento” delle forze che non hanno mai accettato la Costituzione repubblicana come fondamento della nostra convivenza civile. Sdoganamento: ciò che prima era di “contrabbando”, passibile di sanzione, riconosciuto come estraneo, diventa ora aspetto accettato del panorama politico, della con-vivenza. Che cessa però, con questo eversivo vulnus, di essere convivenza civile.

La responsabilità più grande grava ovviamente su Berlusconi e su tutti coloro che lo hanno appoggiato, o non contrastato (si pecca per opere ma egualmente per omissioni, come insegna il catechismo). Quando Berlusconi il 23 novembre 1993, inaugurando un supermercato a Casalecchio di Reno, annunciò di appoggiare Gianfranco Fini nel ballottaggio che lo contrapponeva a Francesco Rutelli come sindaco di Roma. L’anno prima Fini aveva celebrato il settantesimo anniversario della Marcia su Roma a piazza Venezia, con gran spolvero di gagliardetti, saluti romani, teschi e alalà. Fascistissimo, insomma. Di fronte alle telecamere di tutte le sue reti, con una messinscena minuziosamente preparata, Berlusconi scandì che “se abitassi a Roma, voterei per Fini. Il segretario del Msi rappresenta bene i valori del blocco moderato nei quali io credo”. E proseguì facendo capire che se “i moderati”, intendendo quello che restava di Democrazia Cristiana e Partito socialista, non fossero stati pronti ad allearsi con i neofascisti, avrebbe dovuto rinunciare a fare solo l’imprenditore.

Il carattere eversivo del quarto di secolo successivo nasce tutto da lì, quando a Casalecchio Berlusconi detta il de profundis dell’arco costituzionale. Purtroppo chi considerò ovviamente, secondo Costituzione repubblicana, tale gesto eversivo (MicroMega, tra i pochissimi) cominciò ad essere tacciato di estremista proprio da alti dirigenti del neonato Pds, Massimo D’Alema in primo luogo: da allora, chi teneva ferma la discriminante antifascista (senza la quale, ripetiamolo perché cruciale, l’intero edificio di legittimità del nostro essere con-cittadini, perde la chiave di volta, le fondamenta, la Grundnorm) sarà accusato di voler demonizzare Berlusconi anziché combatterlo politicamente (con la Bicamerale! I risultati si sono visti).

Arriviamo così a questo tristissimo e buio 25 aprile, in cui metà del paese è intenzionato a votare alle prossime politiche per forze e personaggi che nel 25 aprile non si riconoscono affatto. E che magari l’anno prossimo troveranno il modo per festeggiare il centenario della Marcia su Roma.

L’Italia, la tanto citata e abusata Patria, sta vivendo una tragedia, e quasi tutti fanno finta di nulla. Le tre scimmiette sono ormai la bandiera della politica ufficiale, e della quasi totalità dei media corrivi.

]Credit foto: Partisans Liberating Milan 1945, colorized by Kade Ferris]

 

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