25 aprile, la Resistenza continua!

La festa della Liberazione commemora uno dei momenti più alti della dignità del nostro Paese e tutti gli italiani dovrebbero viverla come un giorno di rinascita e orgoglio. Ma questa giornata, con tutto il suo valore simbolico, è sotto attacco da parte della maggioranza di governo e con essa diversi diritti conquistati in anni di lotte. Proprio per questo la Resistenza non può essere imbalsamata e relegata al passato ma deve rivivere nella costruzione di una società migliore, senza illudersi che alcune forme di liberticidio ormai non possano più manifestarsi.

Teresa Simeone

Cosa significa festeggiare l’anniversario della Liberazione, una celebrazione, com’è noto, partita da una proposta di Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio nel 1946 e dal luogotenente Umberto II di Savoia, e poi istituzionalizzata, ma contemporaneamente declassata, nel 1949? La Festa di tutta l’Italia, dunque, non festa di “pochi e patetici pensionati” come spesso vengono etichettati coloro che partecipano ai cortei del 25 aprile, benché permangano distinguo di natura tecnico-giuridica (come si evince dalla G.U. Serie Generale n.124 del 31-05-1949)[1] che continuano a stendere un velo di ambiguità sulla ricorrenza. Significa, intanto, rivivere uno dei momenti più alti della dignità italiana, quella del riscatto da una brutale occupazione e da una dittatura che per più di vent’anni aveva offeso la democrazia. Tale riscatto è avvenuto grazie alla Resistenza, nessuno può negarlo. La Resistenza è stata un atto di disobbedienza civile collettiva, una grande rivolta morale contro l’oppressione in nome della libertà e della giustizia. In questo senso, tutti gli italiani dovrebbero considerare il 25 aprile un giorno di rinascita e di orgoglio, quello dell’appartenenza a un’umanità che si ribellò alla mortificazione delle coscienze e dei corpi, all’abbrutimento delle intelligenze e alle uccisioni di esseri in carne ed ossa, non di puri spiriti. Tra le persone che persero la vita, già assassinate dai fascisti, un pensiero va a don Giovanni Minzoni, sacerdote impegnato nel sociale, promotore di azioni volte a migliorare le condizioni culturali delle classi più umili, aggredito dagli squadristi nell’agosto del 1923 e deceduto per gli effetti delle percosse e a Giacomo Matteotti, deputato socialista, rapito e ucciso il 10 giugno del 1924, del cui assassinio quest’anno ricorre il centenario e la cui vicenda tragica ha ricordato Antonio Scurati nel suo monologo. Ma dovrebbero essere ricordati anche i sette fratelli Cervi, Carlo e Nello Rosselli, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Giovanni Amendola e tutti gli antifascisti che si opposero al progetto mussoliniano. Le uccisioni continuarono da parte dei tedeschi occupanti che, complice il fascismo rinnovato dalla RSI, furono i responsabili delle stragi delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema e di tanti altri eccidi che insanguinarono la nostra penisola.
Fu un italiano, Mussolini, a inventare il fascismo e ad allearsi con Hitler, contribuendo a diffondere una nube di terrore sull’Europa, disonorando l’Italia davanti alle nazioni più civili e lasciando, per sempre, un’ombra di infamia su tutti noi: ed è stato solo grazie ai partigiani se si è restituita un po’ di onore alla nostra nazione. È stata la scelta tra dittatura, italiana e tedesca, e democrazia, quella che sarebbe nata dalla lotta resistenziale, a ri-definire e ri-significare la nostra identità di cittadine e di cittadini.
Coloro che, tronfi del proprio cinismo, un cinismo sterile di idealità e di azione, negano il valore della Resistenza italiana dovrebbero negare anche quello della Resistenza europea, che fu un movimento di ribellione alla peste che aveva infettato il vecchio continente in quella che è stata considerata l’età della tirannide.
Ricordando il 28 aprile 1945, giorno in cui i partigiani entrarono a Torino, Norberto Bobbio scrive: “Fu come se un vento impetuoso avesse spezzato d’un colpo tutte le nubi e alzando gli occhi potessimo rivedere il sole di cui avevamo dimenticato lo splendore; o come se il sangue avesse ricominciato a scorrere in un cadavere risuscitandolo. […] E si poteva ricominciare a sperare. Eravamo ridiventati uomini con un volto e un’anima sola. Eravamo di nuovo noi stessi. Ci sentivamo di nuovo uomini civili. Da oppressi eravamo ridiventati uomini liberi”.[2] Quel giorno vissero un’esperienza unica: il miracolo della libertà.
E, infatti, dovunque si lotta per la libertà, rivive lo spirito della Resistenza che non può essere imbalsamata, come un evento ormai consegnato al passato. “La Resistenza non è stata solo un coro di dolore, ma anche un inno di speranza”.[3] È la battaglia per una società migliore, però, che deve essere ricombattuta ogni giorno, senza adagiarsi sull’illusione che ormai certe forme di liberticidio non possano tornare: purtroppo i fatti di questi mesi sono un monito a non abbassare la guardia e a usare la nostra intelligenza critica per smascherare i tentativi di tornare indietro. L’inerzia, la rassegnazione, il quieto vivere, il disimpegno politico, il “tanto a me non toccherà”, “sì, ma le cose non cambiano”, sono l’humus nefasto in cui proliferano mediocrità, immaturità civica, qualunquismo: il terreno ideale per ogni forma di dittatura, e, come si è trasformata oggi, per ogni forma di democratura. Sul modello Orbán, come anche gli analisti indicano e come dall’estero ammoniscono. In un’intervista su Repubblica del 22 aprile, Eric Jozsef, corrispondente del giornale francese Libération, ha dichiarato: “Giorgia Meloni è molto abile perché si è adeguata al gioco europeo, mantiene il sostegno all’Ucraina e una posizione filo-atlantista. Così facendo si mette in qualche modo al riparo dagli sguardi su quello che fa in patria. Ma la tendenza illiberale si è manifestata da subito con un revisionismo storico abbastanza plateale con le dichiarazioni del Presidente del Senato sulla strage di via Rasella e la messa in discussione del ruolo fondamentale della Resistenza. E con l’idea di mettere sullo stesso livello fascisti e antifascisti”. Analogamente Marton Gergely, giornalista ungherese, intervenendo sulla vicenda Scurati, mette in guardia da un “instupidimento degli italiani” se il pensiero unico del governo Meloni dovesse prevalere nell’informazione pubblica come già avvenuto in Ungheria. Sono solo alcune delle voci europee che ci rimandano un’immagine dall’estero dell’Italia sotto minaccia: da El País a Variety il giudizio è univoco. “L’Italia si sta orbanizzando”. Ed è così, inutile girarci intorno. Viviamo in una condizione borderline, una situazione di preallarme democratico.
A chi ripete che il fascismo è un fatto storico e che è finito il 25 aprile 1945, rispondiamo con la frase conclusiva di Albert Camus, quando nel 1947, a soli due anni dalla caduta dei fascismi e del nazismo in Europa, scriveva nella sua opera più famosa che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decenni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere da letto, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle carte, pronto a rivitalizzarsi.
Le principali conquiste, costate anni e anni di lotte, sono a rischio. L’attacco alla 194 è sempre in atto: ci provò Maurizio Gasparri, appena insediata la destra al governo, nel proporre il riconoscimento giuridico del concepito che avrebbe di fatto configurato l’aborto come un reato per la donna e per il ginecologo che l’avesse procurato; ci sono riusciti ieri, con l’approvazione della legge che dà via libera nei consultori ai Pro Vita. Colpevolizzazione della donna, ingerenza nella sua capacità di autodeterminazione, arretramento sul diritto a una scelta libera: questa è la destra di governo. La destra che c’è in Europa e il cui modello ancora una volta è Orbán.
Basti ricordare i tanti provvedimenti sui migranti e sulle minoranze, per non parlare dei manganelli sugli studenti e i fatti che riguardano la libertà di espressione e il pluralismo dell’informazione. Prima il caso di Roberto Saviano, il cui programma è stato cancellato senza alcuna motivazione, poi il caso di Luciano Canfora, portato davanti ai giudici dalla Presidente del Consiglio, infine il caso di Antonio Scurati, denunciato dalla coraggiosa Serena Bortone: sono tutti eventi collegati dall’insofferenza del potere verso il pensiero diverso. Non che questo sia esclusivo della destra ma non è ininfluente che stia capitando adesso. E così massicciamente. Soprattutto gravissimo è l’atteggiamento di Giorgia Meloni la cui risposta a Scurati, ha detto il 23 aprile a Dimartedì Luigi Bersani, è stata una risposta manganello. Un atto intimidatorio, com’è tipico di chi vuole colpire uno per educarne cento. Non è un caso che Scurati si sia detto preoccupato e si senta un bersaglio. È la sproporzione del potere che rende disturbante la vicenda: chi ricopre una carica istituzionale ed è protetto dall’immunità può agire, dichiarare, anche offendere, senza temere alcunché; non così un privato cittadino. È legale, certo, non morale. E richiederebbe equilibrio. Ma, si difendono i rappresentanti del governo attuale e coloro che li supportano, lo vogliono gli italiani. Questa è la risposta ossessiva che si dà, dimenticando che il voto non è stato espressione della maggioranza del Paese ma solo di quella parte che è andata a votare e che la democrazia non è solo il volere della maggioranza ma il rispetto delle minoranze.
Che non ci siano responsabilità dirette in alcune forme di censura non è rilevante: ciò che conta è aver creato un contesto che permetta simili atti per compiacenza o perché si crede sia quella la volontà dei vertici. È tanto vero questo che nel giro di pochi giorni molti giornalisti Rai hanno sentito il bisogno di esprimersi, tanto da arrivare, da parte dell’Usigrai, a parlare di controllo asfissiante sull’informazione.
Come ha scritto Antonio Gramsci, lui che ha pagato, con il carcere e la vita, il dissenso di una mente libera, “Anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio”. Ecco, questa è la lezione del 25 aprile, la necessità di non cedere ma di cominciare nuovamente, pazientemente. Ogni volta. Partendo da quel testamento di 100.000 morti di cui parlava ai giovani milanesi Piero Calamandrei e che ha gli eredi in tutti coloro che non hanno alcuna difficoltà a riconoscersi antifascisti. Lo possono fare, e lo fanno senza imbarazzo, perché lo sono. Questa è l’unica verità.
E, invece, chi è fascista può dichiararlo senza pudori, come ha fatto Massimo Magliaro a DiMartedì.
Questo da un lato fa onore all’onestà di chi non si nasconde, come fanno tanti altri che si ingrovigliano in distinguo linguistici e storici, dall’altro è indice di un cambiamento della società e dei suoi valori. Che fa paura, perché, come confessava ancora Bobbio “l’esistenza anche di un solo, dico di un solo, fascista nel mondo, è di per sé stessa una mostruosità che mi lascia turbato ed umiliato”.[4]

[1] Ringraziamo un lettore per averci segnalato la modifica fatta nel 1949 che, di fatto, declassa a giorno festivo il 25 aprile invece di confermarne legislativamente la natura di Festa nazionale come per il 2 giugno.

[2] Norberto Bobbio, Eravamo ridiventati uomini, Einaudi, 2015, pagg. 16-17;

[3] Ivi, pag. 51;

[4] Ivi, pag. 47.

 



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