Quello spazio per millenni sottratto alle donne

Il libro di Daniela Brogi affronta una questione fondamentale per raggiungere una piena democrazia.

Marilù Oliva

Lo spazio delle donne”, di Daniela Brogi, è uscito da poco per Einaudi. Si tratta di un saggio che affronta una questione fondamentale per raggiungere una piena democrazia: lo spazio (o meglio: gli spazi) da cui le donne sono state per secoli escluse e che oggi tentano di ottenere, a fatica, nonostante le orde di negazionisti. Già trattare la questione è un atto coraggioso, perché l’assenza delle donne e delle autrici dalla «considerazione e dalle pratiche di riconoscimento pubblico» è un’evidenza talvolta osservata con disagio, quando non fastidio. Un’evidenza conclamata da dati anche storici:
«Il primo spazio è il recinto di minorità in cui le donne sono state messe e tenute per millenni, escluse dall’alfabetizzazione, dalla scuola (dalla formazione e dall’esperienza), come accade anche oggi in tante parti del mondo; tenute fuori dagli spazi professionali pubblici, a meno che non fossero attività servili, dalle occupazioni pagate bene, dalle accademie d’arte, dall’università, dalle carriere giuridiche, dai concorsi, dal lavoro insomma – quel lavoro che, a causa della pandemia da Covid, le donne hanno perduto in percentuale doppia rispetto agli uomini»

Recintate in uno spazio circoscritto, sono riuscite, nonostante tutto, a ritagliarsi un terreno quasi “inabissato”, distinguendosi in diversi campi della cultura, della scienza e delle arti, e costruendo spazi fuori dalla norma. Luoghi misconosciuti e negletti, spesso dimenticati dalla memoria ufficiale, quelli che Jacky Fleming ha definito la «pattumiera della storia».

La situazione non è risolta e la Brogi dimostra quanto ci sia ancora da lavorare, nonostante l’impegno prezioso di chi ha portato avanti  battaglie materiali e culturali per l’emancipazione delle donne – suffragette, ma anche artiste, intellettuali, sindacaliste, donne socialmente affermate o di condizione sociale più umile – e l’autrice si avvale di studi, inchieste, romanzi, biografie, stralci di storia, fino ad affrontare la qaestio delle (poche) artiste femmine, certo non agevolate: «anche quando le artiste c’erano, sono state lasciate ai margini del campo culturale e dello spazio pubblico, o dimenticate, considerate come estranee, intruse, trattate da eccezioni ingombranti».

Ma come le donne hanno potuto ritagliarsi uno spazio nella storia, se la storia le ha emarginate ai confini e i manuali stessi scolastici (anche quelli di letteratura) ne parlano appena, i nomi delle strade quasi tacciono e sembrano ricordarci che le grandi azioni sono state compiuto soltanto o soprattutto dai maschi? Se il Novecento è stato il secolo delle donne, in virtù delle conquiste significative, esse si sono salvate dall’oblio solo per una presunta deviazione da una condizione che le avrebbe volute piegate ai modelli sociali: non è un caso che vengano ricordate per la loro follia, per la loro santità, per la loro malattia, per la loro eccentricità, per la loro isteria, per la loro ninfomania o per lo status di “zitelle”, come se fosse possibile ottenere un briciolo di visibilità per la loro prerogativa di outsider. Anche questa è una grande ingiustizia, perché:
«Escludere le donne significa cancellarle, visto che formano almeno la metà dell’umanità – anche se ogni volta che entreremo in una classe scolastica o universitaria si potrebbe pensare a percentuali molto più alte; è quando si sale nelle gerarchie del potere che i numeri e le carriere delle donne scompaiono».

Io stessa so per esperienza che spesso, quando si solleva il problema, si viene accusate di vittimismo e la lista delle frasi in risposta è lunga. Mancano donne o la loro presenza è irrisoria? Le giustificazioni non mancano: Sono stati convocati quelli più bravi. Ma come, vuoi essere scelta solo perché donna? Quanto sei aggressiva/emotiva! E via dicendo. Ripetitivo e prevedibile è il repertorio linguistico con cui chi assume atteggiamenti maschilisti e paternalisti vuole zittirci e inabissarci. Eppure, il ragionamento sarebbe tanto limpido:

«È vero, le persone non vanno tenute in conto o premiate solo per il loro genere, come in effetti è accaduto per millenni, ma questo è ciò che è successo agli uomini, compresi coloro che non avevano nessun titolo o merito tranne quello di non essere donne».

Ma questo è un libro propositivo e costruttivo, che analizza il fenomeno con sobria precisione e pone anche delle possibilità. Soluzioni che vanno affrontate insieme – senza distinzioni di sesso, perché non è una lotta di genere, ma una battaglia di civiltà – attraverso la dialettica, il confronto, l’ascolto dell’altro, la consapevolezza che qualcosa da aggiustare ci sia, la condotta.

Un libro che procede limpido e chirurgico, scovando anche le parti più surrettizie del maschilismo, ci fa sentire meno sole e ogni tanto strappa anche un sorriso. Come quando la Brogi racconta una cocente verità, quella della rappresentazione femminile abbastanza stereotipata nelle opere degli scrittori di oggi. Speriamo che in tanti la leggano e magari facciamo qualche riflessione:

«Cosa può fare una donna nei romanzi scritti dagli autori italiani contemporanei? In molti casi, prima di tutto la morta; poi la nonna, la madre, l’amica perfida, la moglie stronza, la figlia edipica, l’amante (nuda), la ragazzetta ninfomane, la sconosciuta stupida – e in ogni caso sempre una donna eterosessuale. È interessante notare come questo inventario, che perimetra un modo stereotipato di intendere la funzione del femminile (dal punto di vista dello svolgimento e del significato delle vicende messe in scena), trattandolo giusto come specchio di un io maschile sotto assedio, questo inventario ci racconta, alla prova dei fatti, che la difficoltà di rappresentare le donne in molti casi non è un problema delle donne (o almeno non soltanto loro), ma degli uomini. Anche in letteratura».

 



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