A 30 anni dalla strage di Hebron: quella violenza suprematista oggi al timone di Israele

Domenica 25 febbraio ricorreva il trentesimo anniversario dalla strage perpetrata nella moschea di Hebron(al-Khalil), in Cisgiordania, da Baruch Goldstein, colono estremista, israeliano di origine americana, seguace del Kahanismo, un’ideologia feroce ed espressione più violenta del progetto coloniale in Terra Santa. Quella mattina Goldstein uccise 29 persone e ne ferì altre 100, venendo poi massacrato dalla folla. Per le frange più estremiste dei coloni in Cisgiordania Goldstein è un eroe, e se fino a poco tempo fa rappresentavano una minoranza marginalizzata, alcuni loro esponenti, come Ben Gvir, sono oggi al potere in Israele.

Christian Elia

Un classico del racconto di realtà è la ricostruzione delle motivazioni, dei pensieri che muovono certe persone e le loro scelte. Perché è così difficile – quindi interessante – ricostruire le dinamiche di alcune stragi, entrare nella mente della persona che una mattina si alza e massacra altre persone, compiendo quel passo che separa il pensiero dall’azione. Non è questo, però, il caso di Baruch Goldstein. Perché per lui, il 25 febbraio 1994, si trattava solo di chiudere un cerchio, una convinzione politica, una missione.
Ed è così che all’alba, quel giorno, Baruch Goldstein prese il suo micidiale fucile mitragliatore marca Galil. Un’arma da guerra, che era nella sua disponibilità, perché i coloni sono sempre armati fino ai denti. Indossò una divisa dell’esercito israeliano che si era procurato, e uscì dalla casa nella colonia illegale di Qiryat Arba, nei pressi della città araba di al-Khalil, che però lui chiamava Hebron. Lui, colono tra i coloni, ma con un’idea. Sterminare i palestinesi. Il 25 febbraio 1994 era un venerdì, giorno di preghiera per i musulmani, ancora più sentito perché era l’ultimo venerdì del mese sacro di Ramadan.
Goldstein lo aveva scelto, il giorno, lo aveva pianificato. Anche perché, in fondo, si sentiva nato solo per arrivare a incontrare quel giorno. Quel giorno la moschea Ibrahimi (di Abramo) sarebbe stata piena. E il travestimento da soldato, come immaginava, gli avrebbe garantito l’accesso senza controlli da parte dei palestinesi. E quel luogo era più di tutto deciso da sempre.
La moschea di Abramo, a Hebron, è un luogo che meglio di molti altri spiega gli strati e i vortici che si addensano nella terra stretta, più che santa. Abramo, il padre delle tre grandi religioni monoteiste, vi è sepolto (secondo la tradizione) accanto a Sara, sua moglie. E in Palestina e Israele, da più di ottanta anni, anche quel che dovrebbe unire, divide. Per gli ebrei è la Tomba dei Patriarchi, o grotta di Macpelà, dove riposano anche Isacco e Giacobbe. Per i musulmani è la Moschea di Abramo, appunto. Quella mattina, secondo i testimoni, c’erano più di 800 fedeli ammassati. Goldstein, 37 anni, è un medico. Nato a New York, a Brooklyn, aveva completato la sua ‘aliyah’ (ascesa, nome della migrazione in Israele) nel 1983. Aveva fatto il servizio militare e per vivere aveva scelto la colonia dei ‘duri’, quella vicino alla tomba. Quel luogo che ha reso la un inferno la quotidianità della gente di al-Khalil, al punto di dover montare una rete per non essere colpiti da oggetti ed escrementi dei coloni che hanno occupato gran parte della città vecchia negli anni.
La scelta di Goldstein non era casuale, perché era uno dei fondatori di quella Lega di difesa ebraica legata al rabbino americano Meir Kahane. Un movimento che si qualificava come sionista, implacabile contro gli arabi ed anche ostile alla democrazia israeliana. Un movimento che, fin dalla sua nascita, normalizza l’idea di deportare gli arabi dalla terra promessa agli ebrei nelle Sacre scritture, mettendo nero su bianco che non è da escludere il loro sterminio se si oppongono al progetto coloniale sionista. Per questo, in fondo, Goldstein era vissuto per arrivare a quel 25 febbraio 1994. Alla fine vennero contati più di cento bossoli. Riuscì a massacrare 29 innocenti, ferendone altri 100, che pregavano, prima di essere disarmato e linciato dalla folla, bastonato a morte. La rabbia esplose in città, e negli scontri con l’esercito israeliano morirono altri 60 palestinesi e quattro israeliani.
Le istituzioni d’Israele, consce che l’attentato di Goldstein era la reazione furiosa del movimento dei coloni alla firma degli Accordi di Oslo, che firmati l’anno prima avevano aperto alla nascita di un’Autorità Nazionale Palestinese, e che un anno dopo l’assalto ad al-Khalil portarono all’assassinio del primo ministro israeliano Rabin (per mano di un altro fanatico vicino ai principi del rabbino Kahane, a sua volta assassinato a Manatthan nel 1990 da un gruppo vicino ai futuri fondatori di al-Qaeda), gestirono la questione come avevano sempre fatto coi coloni dal 1967, anno dell’inizio dell’occupazione dei Territori Palestinesi. Da un lato blandivano, dall’altra punivano. Con l’idea di controllare quegli ‘utili idioti’ fanatici che servivano per puntellare il progetto di colonialismo d’insediamento (arterie di comunicazione, risorse e via dicendo), ma che dovevano essere tenuti ai margini del potere.
Vennero permessi i funerali in pompa magna di Goldstein, a Qiryat Arba, sepolto come un eroe, al quale venne intitolato un parco pubblico della colonia illegale, mentre allo stesso tempo il movimento da lui fondato viene sciolto in Israele perché considerato organizzazione terroristica.
Ci furono anche arresti di suoi militanti, come l’attuale ministro della Sicurezza Nazionale, Ben Gvir. Il movimento cambiò pelle, nome, ma rimase sempre uguale a sé stesso. I suoi pilastri sono gli stessi della sua fondazione: il Kahanismo è un’ideologia feroce, che applica alla lettera quanto scritto nella Torah, compreso il comandamento al Popolo Eletto, più di tre millenni prima, di conquistare con le armi la “terra promessa” da Dio al popolo ebraico, d’insediarvi un governo la cui legge fondamentale è la Legge della Torah. Il Kahanismo non è riconosciuto da alcuna autorità spirituale ebraica d’Israele ed è di fatto rimasto confinato in ambienti del tutto marginali, almeno fino agli ultimi anni. Perché oggi esprime ministri importanti ed è stato Benjamin Netanyahu, travolto dai processi che lo riguardano, a puntare su di loro per tornare al potere. E oggi sono l’ago della bilancia delle elezioni in Israele.
In fondo Goldstein ha raggiunto il suo scopo. La vita ad al-Khalil, per i palestinesi, è un incubo.
Per prevenire altri attentati e vendette, almeno così dissero le autorità israeliane, la Moschea di Abramo verrà di fatto divisa fisicamente in due parti che non comunicano tra loro e dove i musulmani e i visitatori entrano attraverso un check-point dell’esercito israeliano. Un passaggio con tornelli così stretti da far immaginare di essere una sorta di dissuasore psicologico. Solo la stanza della tomba di Abramo ha due aperture, dove musulmani ed ebrei pregano vedendosi e insultandosi a vicenda. Per al-Khalil/Hebron venne creato un protocollo ad hoc, che divide la città in due, una affidata al controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese e una controllata dall’esercito israeliano. La seconda tappa degli accordi di pace di Oslo, firmata nel 1995, formalizzerà questa divisione. Breaking the Silence, l’Ong israeliana composta da ex veterani dell’esercito israeliano che hanno deciso di denunciare quello che fanno nei Territori Palestinesi occupati e a Gaza, racconta di come le vie della parte storica di al-Khalil sono state ‘sterilizzate’. Intere strade, come al-Shuada Street, sono ormai vie fantasma, con porte e finestre murate. Proprio nel cuore del centro storico della città, infatti, un gruppo di coloni si è insediato con la forza. Se Goldstein fosse vivo, potrebbe essere al governo. Ed è questo che deve interrogare la società civile israeliana e la sua politica, perché alla fine anche Israele si è ammalato di occupazione.

CREDITI FOTO: ANSA / ABED AL HASHLAMOUN



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