A due anni dalla morte di Lorenzo Parelli

Due anni fa moriva sul posto di lavoro Lorenzo Parelli, studente appena diciottenne che stava terminando un tirocinio formativo previsto dal suo percorso di alternanza scuola-lavoro. Purtroppo il suo ricordo, sentito profondamente dai movimenti studenteschi, non è germogliato nel cambiamento sperato all'interno di un sistema formativo che sembra piegarsi sempre di più alle necessità del mercato.

Mosè Vernetti

Domenica 21 gennaio, nel silenzio generale di stampa e politica, sono passati esattamente due anni dalla morte di Lorenzo Parelli. Ai più questo nome probabilmente non dice nulla, anche perché le persone morte come lui in Italia sono state 1484 nel 2022 e 1485 nel 2023. Lorenzo Parelli, infatti, è morto di lavoro. Il 21 gennaio del 2022 veniva schiacciato da una putrella di metallo di 150kg in un’azienda metalmeccanica di Pavia di Udine. Il suo nome però dovrebbe invece dirci qualcosa perché Lorenzo non era un lavoratore, ma uno studente. Aveva 18 anni e frequentava il quarto anno all’istituto professionale salesiano Bearzi di Udine, dove gli mancava ancora un anno e mezzo di studio e quel giorno stava terminando uno stage lavorativo.
Moriva quindi sul posto di lavoro, sì, ma in orario scolastico. Durante un tirocinio che era obbligato a fare, come tutti i suoi coetanei degli istituti tecnici e dei licei in Italia, nell’ambito della cosiddetta alternanza scuola-lavoro, un programma del ministero dell’Istruzione pensato per facilitare l’ingresso degli studenti nel mondo del lavoro. Se Lorenzo Parelli è stato il primo a morire di alternanza scuola-lavoro, “gli infortuni, gravi di per sé anche quando uno studente non finisce per perdere la vita, sono stati numerosissimi in questi anni”, come si legge in un comunicato della Rete degli Studenti Medi, uno dei principali sindacati studenteschi in Italia. E comunque una seconda morte non si è fatta attendere: poco più di tre settimane dopo la morte di Lorenzo, il 14 febbraio del 2022, Giuseppe Lenoci perde la vita durante uno stage in una ditta termoidraulica del Fermano.
L’alternanza scuola-lavoro nasce per fornire agli studenti competenze direttamente spendibili nel mondo del lavoro, dunque per formarli in maniera da essere più affini per le esigenze delle aziende. Per “testare sul campo le attitudini di studentesse e studenti, ad arricchirne la formazione e a orientarne il percorso di studio e, in futuro di lavoro, grazie a progetti in linea con il loro piano di studi”, come recita si legge dal sito del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Inaugurata con le riforme Moratti (legge 53/2003) e Gelmini (legge 133/2008), si avvicina all’assetto odierno con la legge 107 del 13 luglio 2015, la cosiddetta Buona scuola. È nel 2018, poi, attraverso la legge 145 del 30 ottobre, che l’alternanza scuola-lavoro viene denominata PCTO (Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento).
“Lungi dall’essere uno strumento didattico alternativo alla lezione frontale”, scrive la Rete degli studenti medi, “i PCTO si configurano troppo spesso come esperienze al limite dell’inutile – in particolar modo per gli studenti dei licei – e come vere e proprie esperienze di sfruttamento, invece, per quanto riguarda gli istituti tecnici o professionali. La sostanziale inconsistenza dei percorsi formativi ad essi collegati, ridotti a una sparuta manciata di ore nel corso del triennio, è anch’essa un elemento dirimente per la valutazione di questo strumento. Le premesse stesse che hanno portato all’introduzione dei PCTO, infine, sono da condannare: basare l’intero rapporto tra mondo della scuola e mondo del lavoro sull’esposizione di studentesse e studenti a una realtà fatta di sfruttamento e di alienazione, senza fornire i mezzi per criticare e trasformare questa realtà, risulta funzionale esclusivamente al mantenimento dei rapporti di forza esistenti all’interno della società, incoraggiando la precarietà e la competizione”.
La volontà di superamento dei PCTO sembra essere uno di quei temi che, malgrado alcune diverse sfumature, unisce una grossa fetta della rappresentanza degli studenti medi, come l’UDS link oltre alla rete degli studenti medi. E non stupisce che queste posizioni si consolidino nel momento in cui la letalità del lavoro si insinua anche nelle vite di coloro che ancora si preparano a diventare adulti, e che un sistema sulla carta pensato a prepararli ad essere “adatti” al mondo del lavoro, li tradisce dopo averli illusi. Forse gli stessi studenti ci credevano anche quando, aprendo la costituzione, leggevano che la repubblica italiana è fondata sul lavoro, nonostante siano spesso appellati fannulloni svogliati e quindi “inadatti”.
Le parole riportate sopra oltre a denunciare la grave carenza di sicurezza sul posto di lavoro, si inseriscono in ampio quadro di criticità strutturali nel mondo della formazione che hanno, una dopo l’altra, contribuito a una cultura del lavoro che espone le persone a rischi fatali, come quelli incontrati da Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci. Come per esempio la presenza di aziende private in licei e università pubbliche, che nel frattempo vengono sistematicamente definanziate e dispongono di strutture sempre più fatiscenti che negli anni hanno causato innumerevoli tragedie. Questo svilimento degli spazi di apprendimento è intimamente connesso alla cultura aziendalistica del sapere che ormai dilaga in ogni branca della formazione. Nel momento in cui si antepone l’impiegabilità di un individuo al suo diritto allo studio, è naturale che alla sua sicurezza verranno anteposte altre priorità.
Dopo le morti di Parelli e Lenoci la maggior parte degli studenti ha reagito con mobilitazioni che non si vedevano da anni, dimostrando che la cultura del sistema educativo che viene loro offerto, e del mondo del lavoro che li aspetta, non è ciò che pensano di meritarsi. I genitori di Lorenzo Parelli si sono impegnati a difendere “La Carta di Lorenzo”, un documento che ha l’obiettivo di promuovere una cultura della sicurezza sul lavoro, con particolare riferimento ai giovani e al loro coinvolgimento nei percorsi formativi in azienda previsti dal sistema educativo, come i PCTO e i tirocini curricolari dell’Istruzione e Formazione Professionale.
La risposta della politica sembrerebbe andare invece nella direzione opposta. La riforma Valditara, infatti, non ancora in vigore, prevede una riduzione dai cinque ai quattro anni di formazione per gli istituti tecnici, oltre ad anticipare al secondo anno i PCTO. Davanti a una richiesta trasversale di superamento o profonda riforma dell’alternanza scuola lavoro da parte degli studenti, il governo decide di rafforzare questi percorsi. Lunedi 29 gennaio, si terrà a Udine una tavola rotonda sulla sicurezza sul lavoro nei contesti scolastici e formativi, a un anno esatto dalla sottoscrizione della Carta di Lorenzo. A promuovere l’iniziativa la Regione Autonoma Friuli-Venezia-Giulia, rappresentata da Alessia Rosolen, assessora regionale al lavoro, formazione, istruzione, ricerca, università e famiglia, che ha riferito a MicroMega di vedere “nella riforma Valditara un’attenzione alla sicurezza che non era mai stata esplicitata in riferimento all’alternanza scuola-lavoro. Nessuno si era mai posto il tema della sicurezza sul lavoro rispetto a questi percorsi formativi, né politica, né sindacati”.
Dagli studenti quella di Valditara viene invece percepita come l’ennesima riforma che piega ulteriormente il modello scolastico alle esigenze di Confindustria, che elimina anni di studio senza rimodulare i percorsi didattici, creando una effettiva compressione dell’offerta formativa con l’obiettivo di immettere gli studenti nel mercato del lavoro il prima possibile. Meno formazione, salari più bassi e maggiore ricattabilità. Questa la risposta a un sistema scolastico che implode.

CREDITI FOTO: ANSA / Us Rete degli Studenti Lazio



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