A duecento anni dalla première della “Nona” di Ludwig van Beethoven

L’opera è considerata tra le più influenti del repertorio classico di ogni tempo, per molti è anche la più straordinaria composizione del maestro tedesco. Per certi aspetti opera politico-filosofica, poiché i suoi contenuti coincidono con le stesse aspettative kantiane di un regno dei cieli fondato in terra tra gli uomini di buona volontà, che inneggia alla fratellanza universale tra gli uomini, all'impegno contro ogni tirannide, alla libertà, alla gioia.

Giovanni Carbone

Amici, non questi suoni!
Piuttosto, altri intoniamone,
più piacevoli e gioiosi.”
Questi i versi costruiti sull’Inno alla gioia di Friedrich Schiller, nel quarto movimento della Sinfonia Corale di Ludwig van Beethoven, eseguita per la prima volta il 7 maggio del 1824 – duecento anni fa esatti – al Theater am Kärntnertor di Vienna. L’opera, universalmente nota come la Nona di Beethoven e la sua ultima, è considerata tra le più influenti del repertorio classico di ogni tempo, da molti anche la più straordinaria composizione del maestro tedesco. Non era mai stato rappresentato nulla di scritto per così tanti musicisti e lo stesso Beethoven volle aggiungerne altri per la prima.
A commissionarla, qualche anno prima, fu la Società Filarmonica di Londra. Nella struttura finale contiene pezzi di altre cose già scritte da Beethoven, ed in questo senso rappresenta una sorta di sintesi delle esperienze musicali precedenti concepite dal maestro. Ma c’è tanto altro, sicuramente, finanche, – esplicita citazione? – all’inizio dell’Inno alla gioia, un tema per violini che riporta all’orecchio l’offertorio Misericordias Domini KV 222 di Mozart (1775).
A dire il vero, Beethoven non pare avere nessuna voglia di eseguire la première della sua Nona a Vienna, ormai una sorta di colonia del gusto musicale italiano. A convincerlo la mobilitazione di amici, mecenati, appassionati, persino una petizione. A quel punto è difficile resistere alle lusinghe viennesi. La questione è, semmai, dove farla suonare. Oggetto del contendere è la decisione di Beethoven di eseguire insieme alla Nona le tre parti della Missa Solemnis (il Kyrie, il Credo, l’Agnus Dei) e la sacralità della composizione non consentiva un’esecuzione in un ambiente, per certi aspetti, profano come un grande teatro. Beethoven preferisce per questo una sala. Cambia idea ancora una volta per le pressioni di chi gli sta intorno. Un teatro è l’ambiente adatto per esprimere al meglio la potenza dei suoi lavori, e poi non è neanche da trascurare che si sarebbero riversati ad ascoltarli non solo gli appassionati, gli abituali frequentatori delle grandi sale, ma anche pezzi consistenti della nobiltà viennese del tempo.
Alla Prima la sala è gremita, Beethoven era la prima volta che si faceva vedere su un palco da dodici anni. Ha messo insieme la più grande orchestra di cui si sia mai servito, per raccogliere tutti i musicisti è necessario unire la Kärntnertor house orchestra, la Società musicale di Vienna, un nutrito gruppo di altri bravi musicisti, il meglio che si potesse trovare nella capitale austriaca. A cantare ci sono il contralto Caroline Unger, la giovanissima soprano Henriette Sontag, il tenore Anton Haizinger. Le loro voci arrivano dopo i primi tre movimenti esclusivamente sinfonici. A dirigere l’orchestra c’è Michael Umlauf, accanto a lui lo stesso Beethoven che cercava tattilmente di seguire almeno i registri più bassi. Due le versioni in merito a chi realmente dirigesse l’esecuzione. La prima parla di un Umlauf che aveva ben istruito i musicisti affinché ignorassero i gesti dell’autore. Egli stesso era stato testimone dei disastrosi esiti di esecuzioni in cui Beethoven, già sordo da tempo, aveva provato a dirigere da sé l’orchestra. Il violinista Joseph Böhm, invece, riporta che “Beethoven ha diretto lui stesso il pezzo; cioè stava davanti al leggio e gesticolava furiosamente. A volte si alzava, altre volte si rannicchiava a terra, si muoveva come se volesse suonare lui stesso tutti gli strumenti e cantare per tutto il coro. Tutti i musicisti si preoccupavano solo del suo ritmo mentre suonavano”. Quello presente è pubblico che esprime grande ammirazione per il compositore, lo fa con scroscianti applausi anche durante le sezioni, ancora più rumorosamente quando finiscono. Alla fine del concerto il pubblico estasiato concede un’ovazione all’orchestra, ma soprattutto al compositore di quell’opera che in quell’atmosfera di giubilo pare già immortale. È Caroline Unger ad invitare fisicamente Beethoven a voltarsi per guardare il pubblico che applaude, perché il Grande Tedesco si renda conto personalmente di quel tripudio d’ammirazione.
È il successo di un’opera che è considerata tra le più grandi di ogni epoca, per certi aspetti opera politico-filosofica, poiché i suoi contenuti coincidono con le stesse aspettative kantiane di un Regno dei Cieli fondato in terra tra gli uomini di buona volontà, che inneggia alla fratellanza universale tra gli uomini, all’impegno contro ogni tirannide, alla libertà, alla gioia. Naturale la scelta di adottarne il finale, nel riadattamento di Herbert von Karajan, come Inno Europeo.



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