A proposito di Tamaro al Salone di Torino. La postletteratura ovvero la scrittura disonesta.

Un commento alle affermazioni di Susanna Tamaro: "Basta Verga in classe".

Raffaele Aragona

Una battuta postata su Facebook a seguire l’esternazione di Susanna Tamaro al recente Salone di Torino è di Marco Alfano: «”Basta Verga in classe”, speravo fosse un invito a eliminare definitivamente le punizioni corporali dal nostro sistema educativo. In subordine, a scongiurare gli esibizionismi di professori pervertiti. Ma pare che la Tamaro si riferisse ad altro, purtroppo».
Lo ha ben chiarito, invece, Andrea Di Consoli (“Il Mattino” dello scorso 22 maggio) riferendo come la scrittrice abbia detto che bisogna smetterla di insegnare la letteratura a scuola facendo lèggere scrittori come Giovanni Verga: «Evidentemente lo considera “pesante”, inattuale, troppo pessimista. Molto meglio, evidentemente, autori più leggeri, più edificanti, più buonisti, più capaci di emozionare, parola- feticcio di questo tempo politicamente corretto».
Gli ha fatto eco il giorno dopo Fabrizio Coscia sulle stesse pagine: «Affermare che Verga è illeggibile, o Dante odioso, e così via, è il sintomo di quel trionfo della “postletteratura” che è diventato ormai un fenomeno pervasivo, il trionfo, dico, di una scrittura che pretende di fare a meno della lettura, della storia letteraria, della tradizione, della riflessione sulla lingua, in altre parole dello stile, e dunque di una visione del mondo». Anche Massimo Arcangeli commenta amaramente l’episodio di Torino: «L’intervento al Salone del Libro di Torino di Susanna Tamaro, l’autrice di Va’ dove ti porta il cuore, un romanzetto insulso e stucchevole, intriso di uno sdolcinato sentimentalismo d’accatto e di pessimo gusto (direi: tamarro), che pontifica su Dante, perché non farebbe “eco dentro”, e su Giovanni Verga (guai a continuare a leggerlo a scuola, sarebbe meglio leggere lei), è un insulto alla poesia e alla letteratura come cose in sé».

Vale a questo punto ricordare quanto seguì l’uscita, nel gennaio 1994, di Va’ dove ti porta il cuore: un successo strepitoso, un caso letterario, nonostante la critica abbia parlato, con un certo sdegno, di «buoni sentimenti e banalità», di «fumettone sentimentale», e lo “Spiegel” lo abbia definito un libro kitsch. Il successo fu enorme, se deve darsi credito ai più di due milioni e mezzo di copie vendute in Italia con 28 edizioni, la traduzione in trenta lingue con altrettante copie vendute; secondo una ricerca di mercato ordinata dalla Baldini & Castoldi, il libro è stato il più grande successo editoriale italiano del dopoguerra, superando addirittura Il nome della rosa.
Liana Nissim, francesista, professore all’Università degli Studi di Milano, nell’agosto 1996 partecipò a Gemona del Friuli al “Laboratorio internazionale della comunicazione”, dal quale derivò il suo testo Susanna Tamaro, o della rassicurazione disonesta (Edizioni del Gamajun, 1996), con un esergo “rassicurante”: «Bugiarda potrebbe essere il titolo della mia autobiografia» [Susanna Tamaro, Va’ dove ti porta il cuore, p. 92]. Il testo di Liana Nissim, oltre a una Introduzione, comprendeva sette capitoli, i primi tre riguardavano strutture, temi, personaggi del romanzo, gli altri quattro intitolati: “Va’ dove ti porta il cuore o della rassicurazione culturale”, “Va’… o dell’abbassamento culturale”, “Va’… o dell’astuzia autodifensiva”, Va’… o dell’abbassamento stilistico”.

Fu un’analisi testuale approfondita volta a spiegare il successo del romanzo; un successo che Giovanna Rosa attribuì, riferisce Nissim, oltre all’abile e studiato coinvolgimento del lettore, alla profusione di elementi di suggestione patetica, all’abilità compositiva; il successo veniva attribuito alla scaltra costruzione del personaggio-narratore: «La trasandatezza dello stile, l’ovvietà dei suggerimenti, la melensaggine delle “verità” sparse a piene mani devono essere attribuite non all’autore del libro, ma alla narratrice […]; a questa ambiguità rassicurante, forse troppo astutamente ricercata, si deve lo strepitoso successo del “romanzo della nonna”» (Giovanna Rosa, Protagonista: nonna, in Aa.Vv. Tirature ’94, Baldini & Castoldi, 1994).

Nissim conclude la sua molto approfondita e argomentata comunicazione riferendo come, dopo la pubblicazione del romanzo, «Giovanni Raboni ebbe il torto di scrivere una recensione del tutto negativa, a causa della quale fu un po’ da tutti sbeffeggiato; infatti egli aveva osato scrivere: «Nessuno è disposto a sorbirsi 165 pagine di fatterelli minutamente prevedibili (Settant’anni di vita, tutti banali, Corriere della Sera, 6 febbraio 1994)». Contrariamente ai molti critici che hanno scioccamente deriso Raboni per questa sua “errata” previsione, parve alla Nissim «che dovremmo tutti esprimergli la nostra solidarietà e assicurargli la nostra comprensione: egli, infatti, aveva osato pensare che i lettori, considerati intelligenti e maturi, non fossero disposti a sorbirsi 165 pagine di scipite banalità: invece, vi sono stati disposti, e in una misura al di là del pensabile. Ho cercato di dimostrare -– continua la Nissim – perché questo è potuto accadere; ma resta al di là di ogni ragionevole considerazione, l’amarezza che un’opera simile abbia potuto avere un immenso, immeritato successo».
Giusta e immediata è stata la reazione alle esternazioni recenti della Tamaro da parte del Consiglio direttivo della “Fondazione Verga”, il quale ha giudicato naturalmente risibili le sue affermazioni culminate nel «ci sono testi davvero difficili e anche brutti. Basta con Verga» e ancor di più l’indecoroso suggerimento «si potrebbe sostituire Verga con Va’ dove ti porta il cuore».

Foto Flickr | CCIAA RIVIERE DI LIGURIA IMPERIA LA SPEZIA SAVONA



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