A proposito di gig economy. Considerazioni sull’economia digitalizzata

Da Airbnb a Uber, tra precarizzazione del lavoro ed evasione fiscale, le tecnologie digitali sono al servizio della ri-castalizzazione della società.

Pierfranco Pellizzetti

«In verità non resta da desiderare altro se non che il re, rimasto solo nell’isola, girando continuamente una manovella, faccia eseguire per mezzo di congegni meccanici tutto il lavoro dell’Inghilterra» – Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi

«Quando sei qui con me / Questa stanza non ha più pareti / […] Io vedo il cielo sopra noi / Che restiamo qui» – Gino Paoli

L’impresa in una stanza, smaterializzata

Dalla confluenza della rivoluzione organizzativa logistica e di quella tecnologica degli algoritmi, che si intreccia con la de-regolazione del lavoro mutato in lavoretti (gig-economy) e le pratiche del networking, l’alleanza illusionistica e truffaldina tra impresari e consumatori nel ripartirsi i benefici di precarizzazione ed evasione fiscale (seppure in percentuali altamente squilibrate: arricchimenti clamorosi contro le briciole di tagli ai prezzi di qualche decimale), emerge una vera e propria configurazione dell’ideal-tipo di impresa del terzo millennio: la scomparsa di ogni struttura materiale di ancoraggio dell’Economico, nell’apoteosi di un paradigma organizzativo di pura accumulazione; il sogno della virtualizzazione del business che si realizza – al limite – nel perimetro di una sola stanza. Il caso esemplare di Nike, l’azienda leader a livello mondiale dell’abbigliamento per fitness, che nel 2019 ha fatturato 39 miliardi di dollari senza aver prodotto mai nulla. Difatti la merce venduta con il celebre marchio “a spunta”, pagato 35 dollari pidocchiosi a una studentessa di grafica che lo aveva creato il 30 maggio 1971, viene fabbricata altrove: soprattutto in 124 stabilimenti cinesi, 73 in Tailandia, 35 in Corea del Sud e 34 vietnamiti. Come è ormai emerso, ricorrendo al lavoro minorile nell’allucinante remake di un Olivier Twist iper-realista (persino bambini di cinque anni ammassati in ambienti malsani a cucire palloni da calcio), con scivolate verso la geopolitica del ritorno a forme schiavistiche: è del 2020 la notizia dell’etnia Uiguri prelavata forzosamente dal governo cinese per essere adibita come manovalanza nelle fabbriche che producono per la multinazionale USA. Che nel frattempo si spendeva nella crociata antirazzista del Black Lives Matter.

A livello sistemico, nient’altro che il mastodontico processo di redistribuzione della ricchezza verso i pochi; uno dei tratti salienti dell’attuale fase storica di consolidamento di una plutocrazia 2.0. L’utilizzo – tra l’altro – delle tecnologie digitali al servizio della ri-castalizzazione della società, in base a quella “assiomatica dell’interesse avido” e privo di contrappesi che si traduce in sfrenato accaparramento di ricchezza e nel suo rimbalzo contrario: l’esclusione di larga parte di quello che fu il corpo sociale creato dall’inclusione nella cittadinanza attiva. Mentre torna alla mente una vecchia battuta: «qual è, si domandava il quotidiano inglese The Guardian nel numero del 10 dicembre 1993, la differenza tra la Tanzania e Goldman Sachs? Uno è un Paese africano che guadagna 2,2miliardi di dollari all’anno e li divide tra i suoi 25 milioni di abitanti. L’altro è una banca di investimenti che guadagna 2,6 miliardi di dollari e ne distribuisce l’essenziale a 161 persone»[1].

Nella stessa logica – a fronte dell’apparato di decine di migliaia di persone, al lavoro per produrre i capi di vestiario con il baffo a spunta – spicca il palazzo di vetro e metallo di Beaverton (Oregon), immerso in un parco verdissimo di otto miglia: l’headquarter, dove un numero limitato di addetti elabora le politiche di prodotto, il design e le architetture di rete per mettere in moto le moltitudini di manovalanze sottopagate nell’Estremo Oriente.

Come si diceva, un caso esemplare, avvalorato dalla miriade di “imprese in una sola stanza” (però munite di relative app) che si vanno diffondendo nei più svariati settori; all’insegna dello sfruttamento privatistico: dalla locazione di appartamenti per il turismo mordi e fuggi, al servizio chauffeur usa e getta. Semmai resta il problema di inquadrare nella combriccola il “caso Amazon”. Infatti la creatura di Jeff Bezos ha strutture fisiche importanti: magazzini e mezzi di trasporto, con cui vengono gestiti la bellezza di 445mila prodotti; oltre che un esercito di addetti: qualcosa come 250mila in tutto il mondo. Ha costi alti ed è un ibrido tra vecchia e nuova economia. Eppure sono due gli aspetti che la avvicinano al paradigma dell’impresa invisibile attraverso la digitalizzazione: l’evasione fisale e la de-contrattualizzazione/precarizzazione dei rapporti di lavoro con i propri addetti.

A flash: i suoi 20 miliardi e oltre di profitti realizzati nel 2020 dipendono dal fatto che il volume di vendite è gigantesco (382 miliardi). Il rapporto tra utili e ricavi si ferma però al 6,3%. Sarebbe quindi esclusa dall’obbligo di pagare parte delle tasse negli Stati in cui effettua volumi di vendite consistenti; che scatta oltre il 10%. Infatti nel nostro Paese, secondo gli studi di Mediobanca, il colosso di Bezos paga imposte per appena 11 milioni di euro. L’Italia in cui Amazon mantiene 40 siti e mette al lavoro oltre 10mila fattorini, assunti sulla base di archi temporali che vanno dal mese e mezzo ai tre, per orari che arrivano a oltre dieci ore al giorno (180 consegne quotidiane, per almeno quattro passaggi) e stipendi da fame (che non raggiungono – in base alle testimonianze raccolte – i 650 euro).

Sia come sia, una pratica particolarmente apprezzata (e pubblicamente elogiata) dai vertici della ricchezza globalizzata, in quanto creatrice di una sorta di intercapedine sociale tra il privilegio mondiale transnazionalizzato e le masse escluse e impoverite. I “ceti pericolosi” nella loro indignazione, seppure intermittente.

Intermittente anche perché il primo bersaglio verso cui indignarsi non è facilmente individuabile. Ossia – finanza e banche a parte – “l’impresa digitalizzata”; anch’essa protagonista «della transizione da un sistema di potere esercitato da un governo centralizzato a quello sostenuto da una governance decentralizzata [in cui] è necessario tenere conto anche degli specifici meccanismi (e dei mezzi tecnologici per attuarli) di questa nuova, sottile e meno evidente forma di potere»[2]. Il ruolo degli investitori/impresari/speculatori, il cui business trova le proprie risorse chiave in tre fattori: connettività, gestione computazionale dei dati e logica di rete.

La Gig-Economy e il suo habitat

Il tutto nel quadro complessivo del cosiddetto “keynesismo privatizzato”[3] (le crisi capitalistiche cicliche affrontate – anche in questo caso, secondo la teoria classica di J. M. Keynes – mediante l’investimento; questa volta – però – non a carico dello Stato, bensì delle famiglie e dei lavoratori attraverso impoverimenti e precarizzazioni).

Dunque, evoluzione anarcoide ed estrattiva di ricchezza sociale, che la comunità transnazionale degli affari (“internazionalista inegualitaria”, copy di Thomas Piketty[4]) e i suoi corifei magnificano quale supremo approdo all’efficienza; di cui – secondo la vulgata encomiastica – l’intero consorzio sociale avrebbe il dovere di sentirsene beneficiato. Grazie ad aziende che hanno trovato il modo di trarre profitti dalla stagnazione epocale, mettendo a frutto le opportunità tecnologiche smart. Che tagliano i costi e massimizzano le rendite. Declinano la loro transnazionalità in sistematica evasione delle tasse. Il motivo per cui alcuni Paesi, come gli Usa del presidente Joe Biden, perseguono l’introduzione di una tassa minima globale sulle multinazionali al fine di intercettare l’elusione fiscale che, secondo la ong Tax Justice Network, costa ai governi 427 miliardi di dollari l’anno.

Secondo la coppia Morozov-Bria, occorre considerare come molte aziende hi-tech, spesso ubicate nella Silicon Valley, diano vita a una sorta di “Stato sociale ombra”, a fianco degli Stati-nazione veri e propri; attivando – a loro volta – uno “Stato sociale privatizzato”: «il welfare privatizzato ha due facce: da un lato attinge alla capacità delle tecnologie avanzate di distribuire risparmi significativi ai consumatori, celando al contempo il rapido declino del potere d’acquisto reale; dall’altro sfrutta quelle stesse tecnologie per creare posti di lavoro a breve termine ed estremamente flessibili (nonché molto precari) nella cosiddetta gig economy»[5].

Intanto, l’ascesa di imprese digitalizzate gig, guidata da Silicon Valley, mette il turbo; per cui abbiamo un’azienda come Uber (nata a San Francisco nel 2009 per fornire servizi di trasporto automobilistico privati grazie al collegamento diretto passeggeriautisti) che utilizza le tecnologie avanzate dei nostri smartphone per offrire agli utenti tariffe estremamente basse, «consentendo alla magia degli algoritmi e dei big data di elaborare un programma logistico talmente complesso e intricato che le automobili Uber non restano mai ferme»[6]. Con una doppia connivenza: i viaggiatori per le tariffe; gli autisti sfruttati per ricavare un minimo guadagno nella moria di impieghi stabili.

Un tipo di business sostanzialmente diverso dalla share economy. Quest’ultima prevede la condivisione di risorse sottoutilizzate. Mentre la gig economy si impernia su un lavoro vero e proprio, organizzato dalla piattaforma digitale attraverso freelance-gestori. L’esempio appare chiaro confrontando i servizi di Uber e Blablacar. Con Blablacar, una persona che sta facendo un tragitto monetizza i posti liberi in auto ospitando viaggiatori che vanno nella stessa direzione. Ma se non trovasse nessuno, andrebbe comunque a destinazione. Un autista di Uber – invece – copre una determinata tratta perché è pagato appositamente per farla. I fattorini di consegne a domicilio per Glovo, Foodora, Deliveroo – oltre a Uber – sono un altro esempio di gig economy. La novità sta nell’organizzazione del lavoro, ma non avviene una condivisione di risorse. E poi c’è la questione fiscale, per i furbacchioni di San Francisco (e non solo): «mentre sfrutta decine di migliaia di fattorini, grazie a una rete di 50 società di comodo olandesi, nel 2019 è riuscita a eludere le tasse su 5,8 miliardi di risultato operativo. […] Non è la prima volta che i dettagli dello schema fiscale di Uber vengono a galla: il meccanismo era stato già descritto nel 2015 e nel 2019. Ma la multinazionale non è la sola a dribblare le tasse nazionali. Nei giorni scorsi la Corte di giustizia dell’Ue ha annullato la decisione della Commissione e dichiarato che il trattamento fiscale ricevuto nel 2020 dalla filiale lussemburghese di Amazon – dove vengono convogliati gli utili realizzati dal colosso dell’e-commerce in Italia, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Polonia e Gran Bretagna – non è incompatibile con le regole del mercato interno dell’Unione europea. Nel 2017 la Commissione Ue aveva ritenuto che quell’accordo fosse un aiuto di Stato e aveva chiesto di recuperare 250 milioni di tasse non versate»[7].

Altra tipica espressione della cosiddetta “economia collaborativa” – ovvero gig – è Airbnb (il portale, aperto nell’ottobre del 2007, che mette in contatto persone in cerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi, con persone che dispongono di uno spazio extra da affittare) consentendo «agli utenti della piattaforma di utilizzare le loro proprietà per incassare affitti a breve termine. In un ambiente in cui il lavoro stabile e ben pagato è difficile da trovare, Airbnb si configura come un mezzo potente per ottenere un reddito supplementare»[8]. Ma – al tempo – stesso un’irruzione devastante nel tessuto sociale e culturale delle nostre città d’arte; stigmatizzata con particolare energia da due firme di MicroMega; due fiorentini: Francesco “Pancho” Pardi denunciando l’invasione dei bed and breakfast come “metamorfosi del centro cittadino ridotto a una sola dimensione: a misura del turista mordi e fuggi”[9]; a seguire Tomaso Montanari, deplorando “lo svuotamento della città storica: una location in balia di chi paga il biglietto[10].

Rammarico di scarsa incidenza, «se il sogno di Uber e (per ora) dei suoi autisti è ‘la corsa perpetua’, quello di Airbnb e dei suoi utenti-locatari è ‘la locazione perpetua’»[11].

Ribadendo che l’astuzia suprema di questi marchingegni estrattivi di soldi sfruttando la precarizzazione, è quella di creare una saldatura di intenti tra chi ha bisogno di risparmiare e chi di guadagnare, a tutto vantaggio dell’interesse speculativo.

Il paradigma dell’impresa digitalizzata

In quest’aura di innovazioni, certificate dal mainstream come straordinarie, la cultura della nuova impresa veicola un paradigma che intenderebbe accreditarsi come “democratico”. All’insegna della parola d’ordine: “tutti imprenditori” (magari di sé medesimi). Il meta-modello che assembla un gran numero di suggestioni messe a punto nei decenni scorsi, quando fu dichiarata e vinta la lotta senza quartiere al lavoro regolare, stabile e normato, rappresentato dalle organizzazioni sindacali. Per di più, in simbiosi con questo appello largamente illusorio, assistiamo a non apprezzati ritorni di meccanismi socio-politici tratti da vicende che avevano già arrecato i loro danni in epoche passate. E che vanno a comporre i pezzi del meccanismo sostitutivo del precedente modo di produrre, lavorare e – infine – ripartire la ricchezza accumulata.

A) La decimazione di posti fissi creata ininterrottamente dalla de-industrializzazione selvaggia, produce crescenti moltitudini di inoccupati alla ricerca disperata di un qualche mezzo per sbarcare il lunario. Nasce così un vero e proprio esercito di riserva per le attività precarizzate della succitata gig-economy. Si direbbe il remake di quanto avvenne mezzo millennio fa con il fenomeno delle “enclosures” (le recinzioni per l’allevamento degli ovini da lana, per le nascenti fabbriche tessili in Gran Bretagna) che espulsero masse contadine vissute per secoli coltivando le terre comuni, trasformandole in torme di mendicanti; in migrazione dalle campagne alle città inglesi in cerca di sostentamento: la futura manovalanza ingaggiata a giornata e senza diritti (oltre a quello di essere sfruttata) nei falansteri della prima rivoluzione industriale. Quando Thomas Moore emise la celebre sentenza: “le pecore divoreranno gli uomini”. Oggi, qualcosa ben di più dell’avvisaglia dell’ennesima guerra tra poveri: i disperati lanciati come rider/kamikaze suicidi contro le proprie stesse tutele difensive, innalzate da un secolo e mezzo di lotte del lavoro. A cui si aggiunge l’immensa capacità di mobilitazione degli sfruttati e degli utenti a proprio vantaggio da parte delle imprese; convogliando il dissenso contro ogni tentativo di regolamentare questo Far West aziendale. Infatti Airbnb sta organizzando i propri sostenitori in un movimento globale. Facebook aveva mobilitato qualcosa di analogo quando le autorità indiane presero in considerazione l’ipotesi di bloccare il programma Free Basic (senza dimenticare la campagna martellante, anche a mezzo testimonial, di Mediaset contro le iniziative in sede politica per contestare l’abuso delle interruzioni pubblicitarie sulle tv private a partire dagli anni ottanta, specialmente durante la trasmissione dei film: lo slogan di Federico Fellini “non si interrompe un’emozione”). La gig economy come soggetto politico?

B) La creazione di quanto si è chiamato “Far West aziendale” è una delle dirette conseguenze della predicazione ideologica che ha spianato il terreno al sistematico attacco contro il ruolo regolativo del pubblico. Svoltosi secondo «quella che Noam Chomsky ha chiamato la ‘tecnica standard della privatizzazione’: priva dei fondi, fai in modo che le cose non funzionino, la gente si arrabbia, lo consegni al capitale privato»[12]. Un’alterazione della realtà deliberatamente (lucidamente) perseguita, che per ora continua a funzionare a livello di percezione indotta diffusa; seppure lasciando sempre di più intravvedere ciò che un grande giornalista d’inchiesta – Paul Mason – definisce “il difetto di fabbricazione dell’attuale forma di globalizzazione: riesce a produrre una crescita elevata solo alimentando distorsioni insostenibili”[13]. Mentre incombe una prospettiva di smascheramento dell’effettivo significato della predicazione ideologica di cui si diceva: il biennio pandemico 2020-2021 ha evidenziato l’immensa follia della mercificazione sanitaria svenduta ai privati. Cui andrà sempre di più ad assommarsi il cosiddetto electronic offshoring (l’importazione di servizi erogati attraverso le tecnologie digitali); fase intermedia del punto d’arrivo, profetizzato come paradisiaco, della sostituzione del lavoro “vivo” (umano) con quello “morto” delle macchine (questa volta senzienti e pensanti come A.I. Intelligenza artificiale): la mitizzata industria 4.0. Intanto le cronache tecnologiche dovrebbero allarmare i già precarizzati autisti di Uber: sulle strade della California viaggiano da tempo i prototipi del “progetto Chauffeur” di Google. I mezzi di trasporto che fanno a meno del conduttore umano alla guida.

C) Se la finanza è un trasportatore di ricchezza e non un creatore di valore, allora si può dire che – decaduto l’antico signore del valore, l’impresa produttiva di beni/servizi – il “vettore-famiglio” si è trattenuto la merce (la ricchezza) trasportata e se l’è incamerata mettendosi in proprio. Sicché, accantonando l’improbabile distinzione tra “cattivo capitalismo finanziario” che vampirizzerebbe il “buon capitalismo industriale”, la riaffermazione del potere dei grandi azionisti nelle imprese (leggi, fondi di investimento) si esprime come corporate governance e con l’imposizione di elevati obbiettivi di redditività; nel caso di gig economy, raggiunti attraverso la de-salarizzazione della manodopera. Quello che gli economisti non-mainstream chiamano “neocapitalismo finanziarizzato” (e qui definiamo “plutocrazia 2/4 punto 0”) risulta molto più simile al paleocapitalismo del XIX secolo che non al capitalismo amministrato, creato dal cosiddetto “compromesso keynesiano-fordista”, come risposta alla Grande Crisi del ‘29; poi del secondo dopoguerra. Un’evoluzione che può essere ripartita in tre momenti: a) il periodo della “prima rivoluzione industriale” e della Rivoluzione francese, in cui si teorizza il mito utopico quanto pernicioso (come ha spiegato Karl Polanyi) del “mercato autoregolato”; la fase all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento in cui – soprattutto in Germania e negli Stati Uniti – si assiste alla “seconda rivoluzione industriale”, con l’affermazione delle grandi imprese, la loro organizzazione manageriale, l’inasprimento della concorrenza ma anche la ricerca di trust e cartelli monopolistici; c) gli anni Ottanta del Novecento che vedono la cristallizzazione delle nuove tecnologie nel sistema tecnico emergente e lo smantellamento delle istituzioni poste a protezione della società. L’ordine economico, nel periodo precedente largamente confinato nei confini nazionali, si espande su scala transnazionale[14]. Difatti, è in questo periodo che – lungo la via tracciata dal duo Thatcher-Reagan – avviene la mutazione economica dei mercati finanziari liberalizzati. Come annota l’economista controcorrente Thomas Porcher, «la svolta degli anni Ottanta e lo sviluppo della finanza hanno sensibilmente modificato i rapporti aziendali, in particolare i rapporti tra le principali parti interessate: azionisti, dirigenti e dipendenti. L’impresa si è trasformata da una comunità di interessi fra questi soggetti (chiamato modello stakeholder) a un modello (identificato con il termine shareholder) che conferisce supremazia assoluta agli azionisti, i detentori del capitale»[15]. Mentre – grazie agli algoritmi digitalizzati – diventano operazioni di alta finanza l’erogazione di prestazioni assolutamente banali come il servizio taxi, la locazione di appartamenti; lo ridesharing, ossia condivisione di passaggi auto (Lyft, Babacard).

Nel frattempo, a seguito dell’automazione su larga scala e alla deregulation, «le piattaforme digitali come Uber, Lyft e Airbnb stanno crescendo a ritmi incredibili, danneggiando interi settori industriali e sfidando le normative pubbliche»[16]. Diverse amministrazioni urbane stanno promuovendo politiche pubbliche per mettere sotto controllo queste sfuggenti imprese deterritorializzate della cosiddetta “economia collaborativa”; che gestiscono da luoghi appartati le loro pratiche miliardarie anticoncorrenziali. L’autorità per i trasporti di Mosca – insieme a Boston, New York e San Francisco – ha minacciato di porre Uber al bando se continuava a rifiutarsi di rendere pubblici i propri dati; questo al fine di valutare l’effetto dei trasporti sull’ambiente urbano, governare il mercato dei taxi e garantire l’equità tariffaria; impedendo alla solita Uber di azzerare la concorrenza locale utilizzando il proprio macroscopico vantaggio finanziario.

Intanto Amsterdam ha avviato trattative con Airbnb per bloccare gli affitti illegali e contenerne la sfida all’edilizia popolare pubblica, facendo lievitare i prezzi degli affitti e favorendo la finanziarizzazione della convivenza cittadina. Il fenomeno del turismo incontrollato a scapito dei senza casa.

Macchine per fare soldi

Al tempo in cui iniziava a configurarsi il modo di produrre industrialista, sopravvivevano ancora lasciti socio-culturali di epoche pre-industriali, senza i quali il sistema non avrebbe potuto affermarsi. Il compromesso tra riproduzione tra risorse umane e impresa capitalistica descritto da Cornelius Castoriadis; un qualcosa di ben più significativo e – per dire così – costitutivo della “simpatia” di Adam Smith: «il capitalismo ha potuto funzionare soltanto perché ha ereditato una serie di tipi antropologici che non ha creato e non avrebbe potuto creare di propria mano: giudici incorruttibili, funzionari integri e usi ad agire weberianamente in conformità a principi universalistici, educatori che si consacrano alla loro vocazione, operai che hanno un minimo di coscienza professionale, ecc.» Poi aggiunge: «questi tipi non sorgono e non possono sorgere da soli. Sono stati creati in periodi storici antecedenti, con riferimento a valori allora consacrati e incontestabili: l’onestà, il servizio dello Stato, la trasmissione del sapere, il lavoro ben fatto. Ora noi viviamo in società dove questi valori sono diventati, per comune opinione, oggetto di derisione; dove conta solamente la quantità di denaro che uno ha intascato, poco importa come, o il numero di volte in cui è apparso in televisione»[17].

L’epoca a cui il filosofo francese fa riferimento era quella tra la fine dell’età di mezzo e l’ascesa dell’epoca moderna, quando venivano alla luce i monozigotici gemelli del burger (l’attore economico) e del citoyen (il soggetto politico); la fase storica a cui aveva dedicato uno dei suoi straordinari saggi brevi Albert Otto Hirschman, dal sotto-titolo icastico “argomenti a favore del capitalismo prima del suo trionfo”[18]. Ma la sinergia all’interno del binomio politica/economia è finita da tempo, con quest’ultima che ha imposto il proprio dominio egemonico sull’altra. Con la conseguente dissipazione di un’intera cultura. Secondo la quale il lavoro nell’accezione borghese era considerato “operosità” (a fronte del “riscatto” proletario), il profitto si giustificava come misura di efficienza, oltre che quale premio all’investimento, e – soprattutto – era fuori discussione il principio di concepire l’impresa come “valore sociale”.

Uno stile di pensiero di cui Catoriadis – in dialogo con Marcel Gauchet, sei anni prima di quanto trascritto poco sopra – lamentava l’avvenuta sparizione: le società liberali «non sono nate automaticamente e spontaneamente, né per la buona volontà delle classi dominanti di allora, ma attraverso movimenti storico-sociali assai più radicali […] accompagnati dall’emergere di un nuovo tipo antropologico di individuo. L’individuo democratico». Per poi concludere: «ora mi sembra evidente che la società attuale non è più capace di riprodurlo. Produce essenzialmente degli avidi, dei frustrati e dei conformisti»[19]. E si può dire – senza tema di smentita – che rispetto al 1990 la situazione è andata costantemente peggiorando. Per cui non c’è più la necessità per le aristocrazie del denaro di sembrare oneste, se nel Paese guida dell’Occidente – con l’insediamento a presidente degli Stati Uniti di Donald Trump – abbiamo assistito all’entrata nella stanza ovale della Casa Bianca di un socio di spicco del club dei cleptocrati del XXI secolo: in compagnia di Putin in Russia, Erdogan in Turchia, Orban in Ungheria, Netanyahu in Israele.

Sulla cui scia si muovono gli avidi di cui ci parlava il vecchio filosofo francese, ossessionati dalla possessività, mentre lo strumento-impresa si trasforma in nient’altro che “una macchina per fare soldi”. A dimostrazione che la lezione di Keynes, nella sua veste di leader intellettuale di un Occidente capace di “una saggezza nuova”, è ormai completamente dimenticata (e i suoi mediocri oppositori novecenteschi, cultori della favola sull’eterogeneità dei fini dell’egoismo – da Friedrich Hayek e Milton Friedman – hanno avuto partita vinta): «dovremmo avere il coraggio di assegnare alla motivazione ‘denaro’ il suo vero valore. L’amore per il denaro come possesso e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali»[20]. Quelle malattie mentali che potrebbero essere facilmente diagnosticate agli attuali grandi tycoon visionari di Silicon Valley; i colonizzatori della mente a livello mondiale facendo macelleria delle biografie umane. Che ispirano la corsa al successo degli imprenditori del business virtuale a mezzo digitalizzazione e – in larga misura – affetti da gravi forme di paranoia. Per cui Mark Zuckemberg già nel 2017 ha dichiarato le proprie mire sulla società e il ruolo della propria azienda nella storia della civiltà: «l’umanità si è prima organizzata in tribù, poi in città e in seguito in nazioni. La fase successiva dell’evoluzione sociale sarà la ‘comunità globale’, guidata da Facebook, che le fornirà i mezzi e ne supervisionerà gli obiettivi»[21]. Mentre per Larry Page, co-fondatore di Google, «l’intelligenza delle macchine riporterà l’umanità nel giardino dell’Eden, liberandola dalla fatica, per vivere in un nuovo regno colmo di piaceri e gratificazioni. Si prevede, ad esempio, che nella società del futuro ci sarà tutto ‘in abbondanza’, e il lavoro un ‘folle’ ricordo lontano»[22].

Insomma, la nostra civiltà impazzisce subendo il driving di questi pazzoidi che si presumono benefattori dell’umanità.

Pazzoidi comunque furbissimi, che hanno realizzato a spron battuto l’inquietante progetto che il sociologo anglo-polacco Zygmunt Bauman aveva intuito già un quarto di secolo or sono: «la creazione di ricchezza sta per emanciparsi finalmente dalle sue eterne connessioni – vincolanti e irritanti – con la produzione, l’elaborazione dei materiali, la creazione dei posti di lavoro, la direzione di altre persone. I vecchi ricchi avevano bisogno dei poveri per diventare e restare ricchi; e tale dipendenza mitigava sempre i conflitti di interesse e faceva fare qualche sforzo, per quanto tenue, per prendersi cura degli altri. I nuovi ricchi non hanno più bisogno dei poveri». O almeno così sembrano credere, seguendo quella pulsione inconsciamente suicida che affligge le plutocrazie; sempre pronte a segare il ramo su cui sono appollaiate. Inebriate dall’atmosfera rarefatta di un mondo esclusivamente loro, di cui la delirante utopia di Simonde de Sismondi, apposta come epigrafe a questo testo, è la più sconcertante rappresentazione.

Intanto stanno comparendo i dati più recenti del “caso Italia”: negli ultimi tredici anni abbiamo avuto 800mila precari in più, pari al +36%. Mentre l’occupazione complessiva è aumentata del 1,4%.

NOTE

[1] Alain Caillé, Trenta tesi per la sinistra, Donzelli, Roma 1997 pag.9

[2] Francesca Bria e Evfeny Morozov, Ripensare la smart city, Codice, Torino 2018 pag.29

[3] Colin Crouch, Il potere dei giganti, Laterza, Roma/Bari 2011 pag.36

[4] Thomas Piketty, Capitale e ideologia, La nave di Teseo, Milano 2020 pag. 923

[5] Bria e Morozov. Ripensare, cit. pag.49

[6] Ivi pag.51

[7] Nicola Borzi, “Uber regina dell’evasione”, il Fatto Quotidiano 15 maggio 2021

[8] Ivi pag.53

[9] Francesco “Pancho” Pardi, “Il vaso di pandora del Coronavirus”, MicroMega 4/2020

[10] Tomaso Montanari, “Governare il turismo, riprogettare le città!, MicroMega 5/2020

[11] Bria e Morozov, Ripensare, cit. pag 52

[12] Cit. in Mariana Mazzucato, Il valore di tutto, Laterza, Roma/Bari 2018 pag.274

[13] Paul Mason, Postcapitalismo, il Saggiatore, Milano 2016 pag.47

[14] Cfr. Carlo Vercellone (a cura di), Capitalismo cognitivo, Manifestolibri, Roma 2006 pag.113

[15] Thomas Porcher, Trattato di economia eretica, Meltemi, Milano 2020 pag.80

[16] Bria e Morozov, Ripensare, cit. pag.123

[17][17] Cornelius Castoriadis, Les carrefours du labyrinthe, Vol. IV, Seuil, Parigi 1996 pag.1996

[18] Albert O. Hirschman, Le passioni e gli interessi, Feltrinelli, Milano 1979

[19] Cornelius Castoriadis, “L’idea di rivoluzione ha ancora un senso?”, MicroMega 1/1990

[20] John Maynard Keynes, Esortazioni e profezie, il Saggiatore. Milano 2017 pag.270

[21] Soshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, LUISS, Roma 2019 pag.420

[22] Ivi pag.418



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