A volte ritornano. La vicenda dell’ex-Abate Pietro Vittorelli

L’inatteso ritorno sulla scena pubblica dell’ex abate di Montecassino, sotto processo per truffa e in attesa di sentenza. Una vicenda su cui la Curia vaticana ha scelto il tradizionale sentiero dell’oblio e del silenzio.

Fausto Pellecchia

Il 28 ottobre scorso, in occasione della cerimonia commemorativa del conferimento della cittadinanza onoraria al pontefice Giovanni Paolo II organizzata dal comune di Cassino, è risalito agli onori delle cronache l’ex abate di Montecassino, Pietro Vittorelli, le cui turbolente vicissitudini furono oggetto di ricostruzioni scandalistiche a partire dal 2013, anno delle sue dimissioni ufficiali.

Ospite imbarazzante, per la cui inattesa presenza né il Sindaco dott. Salera, né alcuna delle autorità civili e religiose presenti si è assunto la responsabilità dell’inopinata convocazione ufficiale. Il protocollo del cerimoniale si è infatti articolato in due momenti principali: dapprima, gli ospiti ufficiali – tra i quali, il cardinale Giovanni Battista Re, l’ex ministro degli affari esteri, Vincenzo Scotti, il vescovo della neodiocesi di Sora-Cassino-Pontecorvo, mons. Gerardo Antonazzo, nonché una folta rappresentanza di consiglieri comunali – si sono incontrati presso il Palazzo comunale per lo scoprimento e la benedizione di una targa commemorativa dell’evento. La cerimonia è poi proseguita presso il Teatro Manzoni della città per i saluti di rito. Con ogni probabilità, sembra che l’invito all’ex-abate sia partito dal dott. Giulio Gargano, figlio del sindaco, Domenico Gargano, che 41 anni fa – alla presenza di Dom Vittorelli, all’epoca abate ordinario della diocesi di Montecassino – volle conferire a papa Wojtyla la cittadinanza onoraria.

Per comprendere lo sconcerto destato dalla imprevista (e imprevedibile?) riapparizione in pubblico di Dom Vittorelli, che si è spavaldamente unito al corteo delle autorità in elegante abito talare, con lo zucchetto purpureo d’ordinanza e la croce pastorale sul petto, è necessario risalire la corrente di miasmi che nel recente passato aveva offuscato e compromesso i lineamenti della sua figura pastorale.

Il 26 giugno del 2017, la magistratura inquirente del Tribunale di Roma, concludendo le indagini del Nucleo valutario della Guardia di finanza (iniziate nel 2015) a carico di Pietro Vittorelli e di suo fratello Massimo, li rinviava a giudizio per truffa e appropriazione indebita di un’ingente somma di denaro (500 mila euro) dalle casse della Diocesi per usi personali.

In precedenza, esattamente il 12 dicembre del 2013, Papa Francesco, appena insediato sulla cattedra del ministero petrino, aveva accettato – i maligni dicono con “grande sollievo” – le dimissioni di Vittorelli per gravi motivi di salute. L’anno precedente, infatti, l’abate benedettino era stato colpito da una grave crisi respirtatoria e da conseguente paralisi parziale. Indiscrezioni giornalistiche [Corriere della sera, 19/11/2015] attribuirono l’episodio a un abuso di droga durante il suo viaggio a Berlino, mentre nella versione ufficiale dell’Abbazia la diagnosi riferisce di un ictus conseguente a una crisi cardiaca. Intanto, giornali scandalistici come il periodico Dagospia e Le Iene ospitavano testimonianze e fotografie relative alla sfrenata vita mondana dell’ex abate, che dal luglio del 2013 si era trasferito a Roma in un appartamento di sua proprietà. Qui, secondo le medesime fonti giornalistiche, Vittorelli avrebbe continuato a organizzare festini a base di cocaina e a intrattenere numerosi rapporti omosessuali, iniziati già quando ancora risiedeva a Montecassino, grazie all’uso, sotto falsa identità, di Grindr, un social network diffuso nella comunità gay. Secondo l’accusa, l’ingente somma di danaro sottratta ai conti della diocesi, sarebbe stata usata dal Vittorelli per cene di lusso, profumi, viaggi e, soprattutto, per pagare ragazzi escort che partecipavano alle orge e ai festini, nonché per l’acquisto di ecstasy, poppers e GHB (una potente droga da stupro).

Il processo a suo carico, tuttavia, ha subito una serie di rinvii a causa della mancata composizione stabile del collegio penale: iniziato nel febbraio 2018, il dibattimento è stato ripreso soltanto in ottobre; ma è stato nuovamente interrotto per la morte del Presidente del collegio, ed è stato ripreso il 4 marzo 2019. L’udienza conclusiva con la pronuncia della sentenza è prevista per il 29 marzo 2022.

È tuttavia opportuno sottolineare come il capo di imputazione non riguardi la disinvolta vita privata dell’ex abate, ma unicamente il reato di frode e di appropriazione indebita dei fondi diocesani e, per suo fratello Massimo, di riciclaggio. Il collegio difensivo dei fratelli Vittorelli si è concentrato nel dimostrare, carte alla mano, come il denaro usato dall’ex abate fosse stato prelevato dal bilancio della comunità monastica esclusivamente per le cure mediche, secondo una procedura perfettamente legale che chiunque, tra i benedettini di Montecassino, avrebbe potuto utilizzare per motivi di salute. Massimo Vittorelli, infatti, avrebbe avuto accesso ai conti dell’Abbazia mentre il fratello Pietro era ricoverato in clinica: si sarebbe trattato, cioè, di una specie di “delega temporanea” per facilitare i movimenti finanziari al solo scopo di permettere a suo fratello di ricevere le cure più adeguate.

Non è quindi da escludere che, nel rispetto formale del codice penale, i fratelli Vittorelli possano ottenere una condanna molto mite, se non addirittura una clamorosa assoluzione perché “il fatto non costituisce reato”.

Tuttavia, anche un’eventuale sentenza assolutoria non può equivalere alla remisione della “damnatio memoriae” decretata dalla comunità dei fedeli per la dissolutezza morale che avrebbe caratterizzato la vita privata dell’abate emerito e che, di fatto, ha gettato un’ombra di discredito sulla più antica e prestigiosa Abbazia benedettina – già offuscata dalla frettolosa ospitalità concessa, nel 2009, dallo stesso Vittorelli a Pietro Marrazzo, dopo lo scandalo delle frequentazioni sessuali dell’ex governatore del Lazio. Pur ammettendo la regolarità contabile delle spese effettuate dall’ex-abate – il cui accertamento processuale è affidato alla magistratura giudicante –, sulla disinvolta condotta morale di Vittorelli pesa il macigno dell’indegnità e dell’ipocrisia che ne hanno gravemente compromesso la missione pastorale. Così come, sul piano delle logiche procedurali, resta inevasa la questione delle fonti finanziarie alle quali avrebbe attinto Pietro Vittorelli per i suoi frequenti e lussuosi viaggi all’estero durante il suo mandato diocesano e per le spese relative alla sua licenziosa vita privata.

Sull’intera vicenda, la Curia vaticana ha preferito imboccare il tradizionale sentiero dell’oblio e del silenzio, emulando ancora una volta la diplomatica cautela del manzoniano Conte zio: “Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire..”. Persino il suo immediato predecessore, Dom Bernardo D’Onorio – che, per favorire l’irresistibile ascesa del suo ex-autista, Pietro Vittorelli, in base al più classico “promoveatur ut amoveatur” fu allontanato da Montecassino con la nomina di Arcivescovo della diocesi di Gaeta – già nel gennaio del 2016, si affrettava a dichiarare la perfetta regolarità della situazione finanziaria dell’Abbazia benedettina, nel frattempo incorporata nell’Arcidiocesi di Sora. Di qui, la mancata costituzione di parte civile dell’Abbazia di Montecassino nel processo a carico dei fratelli Vittorelli, e il silenzio tattico della Curia che, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005), continuò a offrire condiscendenti coperture sugli scandali in cui erano implicati alti prelati della gerarchia ecclesiastica. Si veda l’opera di insabbiamento condotta dal cardinale Stanislaw Dziwisz, per 40 anni segretario particolare di Karol Wojtyla, sui casi di pedofilia di cui si erano macchiati alcuni alti porporati statutinitensi e una folta schiera di preti soprattutto in Pennsylvania. Esemplare, nella fattispecie, la torbida vicenda del cardinale arcivescovo di Washington, Theodore Edgar McCarrickprotetto dallo stesso Stanislaw Dziwisz, all’insaputa di Wojtyla, al quale da ultimo Papa Francesco ha tolto la porpora cardinalizia, riducendolo allo stato laicale. Un analogo provvedimento di Papa Francesco ha colpito nel 2015 il cardinale Keith Michael Patrick O’Brien, arcivescovo di Edimburgo, e, nel settembre 2020, il cardinale Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato e numero 3 nella catena di comando della Curia romana.

Se però, nella prospettiva segnata da questi clamorosi precedenti, si confronta la pervicace strategia punitiva delle istituzioni ecclesiali nei riguardi – tanto per citare un caso notissimo – di Dom Giovanni Franzoni, abate benedettino dell’Abbazia di S.Paolo fuori le mura, deceduto il 13 luglio 2017, con l’atteggiamento fin troppo indulgente sul caso Vittorelli, non si può trattenere un moto di amarezza e di perplessità. Come si ricorderà, Dom Franzoni, raffinato teologo, alfiere del dissenso cattolico negli anni ruggenti dopo il Concilio Vaticano II, animato da una acuta sensibilità sociale per i diseredati della terra che lo videro solidale con i movimenti politici della sinistra radicale, fu sospeso a divinis e successivamente dimesso dallo stato clericale (1976).

Nulla di simile si è verificato a seguito dello scandalo dirompente dell’ex-abate Vittorelli. Ed anzi, una sorte infausta, e per molti versi affine, sembra accomunare i destini dell’Abbazia benedettina di S. Paolo fuori le Mura con l’Abbazia madre di Montecassino.

Com’è noto, dopo la controversa esperienza di Dom Franzoni, la prestigiosa basilica di San Paolo ha conosciuto una rapida decadenza, conclusasi con lo smembramento del suo territorio, annesso alle parrocchie contigue. Fino a che la Curia non decise di congedare i monaci benedettini superstiti e di affidare la cura dell’Abbazia ad una comunità monastica di recente fondazione, denominata Famiglia Monastica Fraternità di Gesù, con sede a Vallechiara. I benedettini di modello tradizionale, a cominciare da quelli di Montecassino che avevano in cura la basilica di San Paolo fuori le Mura, hanno accolto questa sostituzione come una iniqua estromissione, quasi prevedendo la prossima fine della diocesi extraterritoriale dell’Abbazia cassinese.

Per colmo di paradosso, è stato proprio il cardinale Joseph Ratzinger, il futuro Benedetto XVI, che nelle vesti di custode della dottrina cattolica, nel marzo 2004 sancì la genuinità della vocazione monastica di Vallechiara. Nella lettera all’abate Benvenuti, Ratzinger non ha risparmiato gli elogi alla nuova comunità per il “ripristino integrale dell’unità tra preghiera e lavoro, purtroppo allentatasi fino a perdersi nel corso della storia”. Perciò, nel maggio 2005, Benedetto XVI, con il suo primo motu proprio “L’antica e Venerabile Basilica”, estinguendo la quasi millenaria prelatura nullius dell’Abbazia, ha stabilito che anche per San Paolo, come per le altre tre basiliche papali di Roma, vi sia un arciprete nominato direttamente dal Pontefice che esercita la giurisdizione ordinaria ed immediata, assumendo le funzioni del passato amministratore pontificio, con il compito di sovrintendere all’intero complesso della zona extra-territoriale e di coordinare le amministrazioni in esso comprese, avendo come suo vicario per la cura pastorale l’Abate dell’abbazia benedettina di San Paolo fuori le Mura. Un modello che, dopo lo scandalo Vittorelli, è stato esteso, pressoché negli stessi termini, anche alla diocesi di Montecassino.

Nella Curia vaticana, il provvedimento restrittivo ha avuto nel cardinale Giovanni Battista Re, il suo più autorevole promotore e garante: un alto prelato con il quale Pietro Vittorelli si era da tempo premurato di stringere rapporti di personale vicinanza. Paolo Lunardon, ultimo Abate ordinario di San Paolo fino al 2005, e l’Abate di Montecassino, Dom. Bernardo D’Onorio, tentarono una disperata resistenza contro le avverse strategie vaticane. Ma la loro capitolazione era ormai già scritta. Di qui il dissimulato imbarazzo dell’anziano cardinale Giovanni Battista Re – anch’egli intervenuto a Cassino per la commemorazione della cittadinanza onoraria a Giovanni Paolo II – nel ritrovare tra le autorità civili e religiose anche il suo ingombrante “protetto” di un tempo, Dom Pietro Vittorelli, della cui elezione egli fu uno dei massimi artefici diplomatici.

Va detto che i divergenti atteggiamenti disciplinari delle gerearchie vaticane nell’arco degli ultimi 50 anni, non sono giustificabili soltanto in ragione della diversa temperie culturale e teologico-ecclesiale. Del resto, al clamoroso gesto dimissionario, con il quale Benedetto XVI nel 2013 pose fine al proprio pontificato, non fu certamente estranea la scottante questione dei preti pedofili e l’intreccio di connivenze che coinvolsero alte gerarchie ecclesiastiche anche all’interno della Curia vaticana. In svariate circostanze, durante le visite pastorali all’estero, nonché in numerosi discorsi rivolti ai vescovi, ai presbiteri, ai giornalisti e agli educatori, Ratzinger aveva espresso l’urgenza di una chiara condanna degli abusi sessuali commessi dal clero. In tutte queste occasioni, Benedetto XVI aveva solennemente condannato il silenzio connivente delle gerarchie ecclesiastiche che avevano nascosto, per un malinteso senso del “perdono”, gli abusi commessi nelle rispettive diocesi, quasi confidassero, che i pedofili «possano essere curati e non rappresentino più un rischio», fino al punto di rimuovere e «ignorare i segnali d’allarme».

Finalmente, nel dicembre 2019, proprio mentre papa Francesco decideva di abolire il “segreto pontificio” sui casi di abusi sessuali commessi da chierici, il pontefice emerito Benedetto XVI sviluppa una riflessione generale sul problema degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. Lo scritto di Ratzinger, pubblicato dal mensile tedesco Klerusblatt, intendeva proporre un’analisi impietosa sulle cause del diffondersi di questi turpi episodi nel mondo ecclesiastico. Tuttavia, egli tende a interpretarli come sintomi di una deriva culturale, conseguente alla crisi dei fondamenti di teologia morale, che compromise gli assetti della pastorale ecclesiale all’indomani del Concilio Vaticano II: addebitandone, cioè, le responsabilità alla teologia liberale postconsiliare.

Tale è la complessa trama di motivazioni e di contrasti, a un tempo, teologico-culturali e politico-diplomatici, sottesa all’inatteso ritorno di Dom Pietro Vittorelli sulla scena pubblica. In questo contesto, l’assenza dell’attuale Abate ordinario di Montecassino, Dom Donato Ogliari – figura di alto prestigio intellettuale e di riconosciuta integrità morale e pastorale – dalle foto di gruppo con l’ex-abate, suona come un intenzionale gesto di riserbo e di calcolata presa di distanze. Infatti, del torbido intreccio delle vicende processuali e morali del caso Vittorelli si alimenta nell’intera cittadinanza cassinate, tra credenti e non credenti, il solco che ancora divide gli ultimi indefessi difensori dell’ex-abate – tra i quali spiccano alcune personalità politiche del centrodestra, un tempo assidui ospiti dell’Abbazia di Montecassino –, tutti formalmente “innocentisti” e in fiduciosa attesa della sentenza della magistratura e la moltitudine dei “colpevolisti”, saldamente orientati nella condanna morale della scandalosa condotta dell’ex abate, alla quale imputano la conseguente cancellazione della Diocesi di Montecassino.

 

(credit foto Ansa)



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