Abbey Lincoln, una voce ribelle

La figura della jazzista afroamericana è misteriosamente ai margini dell'attenzione persino dagli appassionati più attenti del jazz. Il libro di Luigi Onori appare come necessario proprio per colmare quel vuoto narrativo. Le ragioni molteplici di questa sorta di distacco della cantante ed artista americana con la notorietà, emergono come un fenomeno carsico dal testo, negli stessi frammenti riportati dei ragionamenti della Lincoln, negli eventi salienti della sua storia.

Giovanni Carbone

Esce il 16 giugno, «Abbey Lincoln. Una voce ribelle tra jazz e lotta politica» (L’Asino d’oro edizioni, collana Profilo di donna, pp. 260, Euro 15,00) di Luigi Onori, con la prefazione di Ada Montellanico. Onori, critico musicale, saggista, docente, storico del jazz, collaboratore dal 1982 de Il Manifesto, ci rende un libro che va ben oltre la semplice biografia, restituendoci l’immagine, a tratti inedita, di una protagonista straordinaria della musica e della vita sociale e politica statunitense. Onori usa sapienza cronachistica, storica e gusto narrativo ripercorre la complessa ed intensa vita di Abbey Lincoln, seguendo quel preciso fil rouge che unisce produzione artistica, vissuto personale, convincimenti politici, il loro farsi sempre più messaggi filosofici ed esistenziali. La figura di Abbey Lincoln è misteriosamente ai margini dell’attenzione persino dagli appassionati più attenti del jazz, questo libro, dunque, appare come necessario proprio per colmare quel vuoto narrativo. Le ragioni molteplici di questa sorta di distacco della cantante ed artista americana con la notorietà, emergono come un fenomeno carsico dal testo di Onori, negli stessi frammenti riportati dei ragionamenti della Lincoln, negli eventi salienti della sua storia.

L’incontro fondamentale con la Lincoln è per Onori un recital durante il quale, al buio, riporta alcune impressioni a caldo: «Accenna spesso passi di danza, ha una presenza scenica sensuale, canta a volte fuori microfono. Non si avventura in scat (…), ma solo in lunghe note calanti. Dopo una poetica dell’impegno e del furore, Abbey sembra interprete di una linea più intima, quella di un cantare le proprie angosce e la propria vita, anche se qua e là resta graffiante, urlante, anticonvenzionale».

La storia della Lincoln comincia subito con una sorta di destino che pare inciso nel luogo dove nasce nel 1930, una sperduta area rurale del Michigan, da cui passava la «‘ferrovia sotterranea’ (quel percorso che consentiva agli schiavi e alle schiave di provare a fuggire dalla prigionia)». In casa ha un piano ma nessuno stimolo artistico particolare. Quando comincia a cantare sul serio le chiedono di farsi interprete di canzoncine pop, di ammiccare al pubblico maschile, cose che trova insopportabili. A lei interessa il jazz, ce l’ha nelle corde, non improvvisa come Ella, ma racconta storie, le drammatizza, le fa sue, a passi di danza, con espressioni del volto che costruiscono una narrazione parallela alle note, alle parole. Momento chiave della sua vita è l’incontro con Max Roach che poi sposerà. Fu lui ad introdurla negli ambienti della militanza politica, a farle conoscere musicisti assai poco attenti a quanti soldi faranno, di più alla musica che suoneranno, a come quella veicolerà i messaggi per i diritti degli afroamericani. Le vicende dolorose di Rosa Parks, la marcia del ’63 di Martin Luther King ricongiungono la sua vicenda personale ed artistica a quella di “Ma” Rainey, Bessie Smith, del suo idolo Billie Holiday, che avevano una conoscenza profonda e personale della negazione della dignità delle minoranze in America, ma anche del cammino impervio dentro quella storia per l’emancipazione della donna narrandola in melodie viscerali, intime. «Io scrivo il mio materiale: tutte le mie canzoni sono delle piccole sceneggiature. (…) Penso che ciò che serve è lo storytelling. (…) Canta una canzone nel modo migliore e vivrai per sempre». Dirà diversi anni dopo.

Le sue collaborazioni musicali sono importanti, oltre a Max Roach (da cui divorzierà nel 1970), Archie Sheep, Stan Gets, Hank Jones, tra gli altri. Progressivamente i suoi testi diverranno sempre più poetici, si integreranno nella musica in modo assolutamente inedito. Onori riporta a tal proposito quanto scritto sulla Lincoln da Amiri Baraka, intellettuale, attivista, scrittore e polemista afroamericano: «Le sue composizioni e i suoi testi sono la misura dell’arte musicale unica di Abbey Lincoln. (…) L’impatto poetico dei testi – suoi e di altri – ha un’impronta indelebile sull’intera canzone, la voce, le parole, l’arrangiamento e la composizione. Sempre dal suo punto di vista di cantante, ma anche di musicista, (…) poetessa, attrice, filosofa». Scrive testi sulle musiche di Coltrane, Monk, si azzarda con una poetica coraggiosa ad esplorare ogni anfratto della comunicazione musicale propria del jazz. Fa suoi i versi poetici d’altri, non ritiene di porsi limiti in questo, basti ascoltare la sua particolarissima esecuzione di Avec le temps, scritta nel 1969 da Léo Ferré ed eseguita in quartetto con Pat Metheny, Charlie Haden e Victor Lewis.
Il libro si chiude con una intensa conversazione, già pubblicata su Il Manifesto nel dicembre del 2001, con la cineasta Gabriella Morandi sul suo film Jazzwomen: The Female Side of Jazz, che vede tra le protagoniste la stessa Lincoln insieme a Barbara Carroll, Vivian Lord, Judy Bady, Nancy Miller Elliott, Annie Ross, Jackie Cain, Dakota Staton, Etta Jones, Mintzy Berry, Teri Thornton e Awilda Rivera.



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