Abebe Bikila, cinquant’anni fa moriva la leggenda della maratona

Il 25 ottobre 1973 si spegneva il leggendario atleta, primo a vincere due edizioni consecutive della maratona olimpica e a garantire una medaglia d’oro all’Africa. Un atleta legato a doppio filo alla storia d’Italia, sia perché la sua leggenda iniziò a Roma sia perché il suo Paese, l’Etiopia, è stato in passato una colonia italiana.

Fabio Bartoli

La prima volta che ho sentito pronunciare il nome del protagonista di quest’articolo era una domenica sera di tanti anni fa. Facevo ancora le elementari, ero seduto sul divano di casa e guardavo Emilio, programma comico della domenica sera di Italia Uno a cui partecipavano – tra gli altri – Teo Teocoli, Giorgio Faletti, Athina Cenci, Silvio Orlando e Gene Gnocchi. Proprio quest’ultimo fece una battuta sui due fratelli dell’Antico Testamento: Caino e Abebe Bikila. Non so perché quella battuta mi colpì, tanto che me ne ricordo a più di trent’anni di distanza, ma resta il fatto che solo dopo avrei scoperto chi ne era l’oggetto, ovvero il primo atleta in grado di vincere due maratone olimpiche consecutive (Roma 1960 e Tokyo 1964) e il primo a garantire all’Africa una medaglia a cinque cerchi. In realtà un altro corridore africano aveva vinto i Giochi prima di lui e sempre nella stessa disciplina, ovvero l’algerino Boughera El Ouafi, trionfatore della maratona di Amsterdam 1928 però per conto della Francia, dal momento che all’epoca il suo Paese ne costituiva una colonia. Ma sul colonialismo ci sarà modo di tornare.

Ho deciso di iniziare quest’articolo da una battuta non per portare a galla i miei ricordi d’infanzia ma semplicemente per rimarcare il fatto che se una atleta viene menzionato in una trasmissione non sportiva diversi anni dopo la sua morte, di cui nello specifico oggi ricorre il mezzo secolo, è perché è ormai entrato nell’immaginario collettivo, andando ben al di là dei suoi pur grandi meriti sportivi. E di elementi destinati a ad alimentare la fantasia il personaggio di Abebe Bikila ne recava diversi e questi, nell’ambito di una fortunatissima congiuntura, si sono palesati nel nostro Paese in una data esatta: il 10 settembre 1960. In quel giorno si correva infatti la maratona della XVII edizione dei Giochi Olimpici, che si disputavano a Roma, un’edizione dei Giochi che per l’Italia rivestiva un significato particolare. Era un Paese in crescita, che si era scrollato di dosso le macerie della Seconda guerra mondiale e proprio grazie all’assegnazione di quelle Olimpiadi era stata riammesso al tavolo buono delle nazioni, prima potenza dell’Asse a godere di questo privilegio non solo sportivo ma soprattutto politico (al Giappone sarebbe stato toccato quattro anni più tardi, alla Germania Ovest dodici). Un’occasione del genere andava onorata e Roma costituiva la cornice ideale per farlo, tanto che per la gara, che prevedeva il percorso più lungo, si decise di concepirne uno grandioso e suggestivo, che mostrasse al mondo le bellezze della capitale. Un percorso per giunta anomalo, che non prevedeva nemmeno un centimetro all’interno di uno stadio e che toccava questi luoghi di interesse storico: Campidoglio, Piazza Venezia, Via dei Fori Imperiali, Colosseo, Terme di Caracalla e Via Appia Antica fino a terminare sotto l’Arco di Costantino, luogo deputato già secoli prima alla celebrazione dei trionfi. Il percorso includeva anche snodi decisamente meno antichi, come Via Cristoforo Colombo, l’EUR e un tratto del Grande Raccordo Anulare – che evidentemente a quel tempo si poteva ancora chiudere con buona pace degli automobilisti.

Ma per Abebe Bikila, ventottenne etiope allora piuttosto sconosciuto, era molto probabilmente un monumento specifico a suscitare le emozioni più forti e contrastanti: la stele di Axum. Quel monumento veniva infatti dal suo Paese, l’Etiopia, da cui l’Italia lo aveva prelevato nel 1937. Un anno prima le truppe del generale Badoglio erano entrate ad Addis Abeba, evento seguito qualche giorno dopo alla proclamazione dell’impero coloniale italiano conseguente all’unificazione e istituzione del vicereame dell’Africa orientale italiana. Una pagina vergognosa della storia italiana che, per quanto collettivamente rimossa, era ribadita da quella stele. L’imperatore Hailé Selassié fu deposto e tornò alla guida dell’Etiopia nel 1941 in seguito alla disfatta degli italiani contro l’inglesi nella campagna dell’Africa Orientale Italiana. La sovranità della nazione etiope venne decretata nel 1944, quando Abebe Bikila aveva 12 anni. Una volta cresciuto, di Hailé Selassié sarebbe diventato addirittura guardia del corpo e fu proprio in prossimità dell’obelisco trafugato al suo regno che diede l’accelerazione decisiva con la quale staccò il secondo classificato, il marocchino Rhadi Ben Abdesselam, sicuramente più accreditato di lui alla partenza. Prima di quel momento, aveva già stupito il mondo correndo la maratona romana scalzo, con parte della stampa che non la riteneva una scelta ma una necessità, dovuta all’indigenza sua e del suo Paese, così poveri da non potersi permettere l’attrezzatura sportiva. L’epoca coloniale era finita già da qualche lustro ma ciò che permaneva di coloniale erano lo sguardo e il conseguente giudizio; in realtà proprio di scelta si trattava, dovuta alle vesciche che quelle scarpe gli procuravano. Vincendo quella gara, Bikila stupì il mondo ben al di là di quelle scarpette mai indossate, e in patria fu accolto come un vero e proprio eroe.

Trionfò anche nella successiva maratona olimpica, quella di Tokyo 1964. In terra nipponica non era più un illustre sconosciuto ma l’uomo da battere, nonostante non si presentasse in condizioni ottimali essendo stato operato di appendicite solo qualche settimana prima. Tante cose erano cambiate dal trionfo romano, a partire della scelta di indossare le scarpe. Abebe Bikila vinse anche in quell’occasione e fece registrare il record del mondo con il tempo di 2h12’11″2, che abbassava il precedente record stabilito a Roma di oltre 3 minuti. Correrà anche la maratona olimpica successiva, quella di Città del Messico ’68, non riuscendo però nemmeno ad arrivare al traguardo. Altri eroi erano pronti a prendersi la ribalta messicana e conquistare l’immortalità olimpica, che il maratoneta etiope si era comunque garantito a partire da quel leggendario pomeriggio romano.

Solo un anno dopo i Giochi messicani, rimarrà vittima di un incidente stradale che lo costringerà sulla sedia a rotelle. Per un tragico contrappasso, un uomo che aveva fatto della corsa la sua condizione esistenziale passerà gli ultimi anni della sua vita senza potersi servire delle sue gambe. Ma questo non fiaccherà la sua voglia di sport, che continuerà a praticare in altre modalità, fintanto da partecipare ai Giochi paralimpici di Heidelberg nel 1972 nel tiro con l’arco. Quella è stata la sua ultima partecipazione alle Olimpiadi. L’uomo Abebe Bikila morirà l’anno dopo, il 25 ottobre 1973, esattamente cinquant’anni fa. A non morire mai sarà la leggenda dell’atleta che per primo vinse due maratone olimpiche, garantendo il primo oro al continente africano grazie a quell’accelerazione nei pressi della stele di Axum, per certi versi simbolo di un’Africa che voleva lasciarsi alle spalle il passato coloniale e correre verso una storia scritta interamente di proprio pugno.

CREDITI FOTO: 1 Wikipedia, Jack de Nijs for Anefo | 2 Wikipedia, dominio pubblico



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