Aborto, in almeno 15 ospedali il 100% dei ginecologi è obiettore

L’indagine “Mai dati!” della Luca Coscioni delinea un quadro un po’ diverso in materia di accesso all’aborto rispetto all’ultima Relazione ministeriale.

Ingrid Colanicchia

Secondo i dati dell’ultima Relazione del ministro della Salute sull’attuazione della legge 194/78 – legge che regolamenta l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) nel nostro Paese – nel 2019 ha fatto obiezione di coscienza il 67% dei ginecologi, il 43,5% degli anestesisti e il 37,6% del personale non medico. Il numero totale di sedi ospedaliere delle strutture con reparto di ostetricia e/o ginecologia risulta pari a 564, mentre il numero di quelle che effettuano ivg risulta pari a 356, cioè il 63,1% del totale. La conclusione del ministro è che «si conferma, anche per l’anno 2019, l’adeguata copertura della rete di offerta».

Tutto bene dunque? Neanche per idea. Non solo le cifre qui riportate costituiscono già un problema – come denunciato da anni dalle associazioni che riuniscono i medici non obiettori e dai movimenti femministi – ma, come riconosce la stessa Relazione quando richiama le regioni al rispetto della legge nel garantire alle donne la possibilità di accedere all’ivg, le variazioni regionali sono molto ampie, creando di fatto grosse disparità (le punte negative sono l’85,8% di ginecologi obiettori della Sicilia e l’82,8% del Molise).

A ciò si aggiunga che i dati sono aggregati a livello regionale e presentati sempre con un paio di anni di ritardo rispetto allo stato che fotografano, restituendo di fatto un’immagine quanto meno sfocata della questione.

È a partire da queste considerazioni che Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista, hanno avviato l’indagine “Mai dati!” presentata durante il Congresso nazionale dell’Associazione Luca Coscioni.

Le due autrici hanno mandato una richiesta di accesso civico generalizzato alle singole Asl e ai presidi ospedalieri chiedendo i numeri specifici per struttura. E il quadro che sta via via emergendo (finora ha risposto circa il 60% dei soggetti interessati) è un po’ diverso da quello presentato dalla Relazione ministeriale.

Prendiamo il Molise, dove – come dicevamo – la percentuale di ginecologi obiettori è secondo il ministro pari all’82,8% e il numero di obiettori in termini assoluti pari a 24: significa che i medici non obiettori dovrebbero essere cinque e invece, come rivelato dall’indagine di Lalli e Montegiove, così non è. In tutto il Molise c’è un solo ginecologo a tempo pieno (di cui in questi mesi si è parlato molto) più una ginecologa a tempo parziale.

Non solo: sono ben 15 le strutture ospedaliere in cui il 100% dei ginecologi è obiettore e cinque i presidi in cui obietta la totalità del personale ostetrico o degli anestesisti. Dati che non emergono dalla Relazione ministeriale. Le Regioni interessate sono Lombardia, Liguria, Piemonte, Veneto, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata, Campania, Puglia. In 20 ospedali, inoltre, la percentuale di medici obiettori supera l’80%.

Si tratta solo di discrepanze temporali? Lo sapremo tra un paio d’anni quando avremo i dati ministeriali relativi al 2021. Certo è che dire che la copertura offerta è adeguata significa dire che il regionalismo sanitario che conosciamo fin troppo bene non è un problema. Significa dire che di affrontare le disparità create da questa geografia variabile – che disegna cittadine di serie B e di serie C, perché di serie A non c’è neanche l’ombra – non c’è nessuna intenzione.



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