L’aborto in Costituzione: una decisione che esalta la vita

La decisione del parlamento francese di rendere l’aborto un diritto sancito costituzionalmente non solo rinforza la libertà delle donne, ma è un atto di cura verso la vita. Mettere al mondo un essere umano è infatti un gesto di nascita doppio: di chi viene alla luce e di chi rinasce, la donna che diventa madre. Ma occorre che quest’ultima sia libera, convinta, desiderosa, felice e responsabile per quella che è una delle poche scelte irreversibili dell’esistenza.

Monica Lanfranco

Simone de Beauvoir diceva: “Ricordate che sarà sufficiente una crisi politica, economica o religiosa, perché i diritti delle donne siano rimessi in discussione. Questi diritti non sono mai acquisiti. Dovrete rimanere vigili per tutta la vita”.
Forse ai più sfugge la portata storica della decisione del parlamento francese di inserire il diritto delle donne di interrompere la gravidanza nella carta costituzionale. Il 4 marzo 780 parlamentari su 925 hanno votato a favore e, dunque, la Francia è il primo Paese al mondo che decide di annoverare l’aborto nella propria Carta fondamentale.
Non è un governo di sinistra ad attuare questa rivoluzione, perché di questo si tratta, ma un governo moderato di un Paese che, unico in Europa, persino in maniera più marcata rispetto a quelli del nord, pensa che la laicità sia un valore fondante della democrazia. E  lo dimostra con una risposta che era stata annunciata in occasione della revoca del diritto di aborto decisa dai giudici di alcuni stati Usa. C’è un nesso tra questa decisione sull’aborto e la postura che, pur tra molte discussioni e contraddizioni, i vari governi francesi hanno tenuto sulla distinzione tra fede personale e uso politico della religione nello spazio pubblico. In Francia, a differenza degli altri paesi europei, (alcuni dei quali scivolati di recente in pericolosissime derive fondamentaliste, come Polonia e Ungheria) sono vietati i simboli religiosi a scuola, negli ospedali e nelle aule di giustizia.
Alla base della visione fondamentalista di ogni religione c’è il controllo ossessivo e sistematico del corpo femminile, e non solo nel caso dei regimi teocratici a matrice islamica che ben conosciamo, lontani dal nostro orizzonte.
La campagna presidenziale statunitense del 2016, e quella odierna, ad esempio, sono teatro di varie prese di posizione contro l’autodeterminazione delle donne. Donald Trump ha detto alla televisione MSNBC che, se negli Stati Uniti l’aborto fosse illegale le donne intenzionate ad andare contro questa legge incorrerebbero in “qualche forma di punizione”. Trump ha poi ritrattato alcuni giorni dopo, specificando che sarebbero i medici abortisti a subire la suddetta punizione. Aver reso l’aborto illegale e punibile in alcuni stati, tipicamente i più poveri e ignoranti, ha condotto le donne americane a metodi abortivi scarsamente sorvegliati e pericolosi. Ted Cruz, altro esponente del partito repubblicano, così si espresse sull’aborto dopo lo stupro: “lo stupro è un crimine orribile ma non credo che il bambino ne sia responsabile. Piangiamo il crimine, vogliamo fare tutto il possibile per prevenire il crimine e punire i criminali, ma non penso che abbia senso dare la colpa al bambino”. Ecco cosa scrivono Inna Shevkenko e Pauline Hillier in Anatomia dell’oppressione, prendendo in esame la ferocia religiosa: “L’esortazione biblica a riprodursi ad ogni costo suona come un disastro annunciato: sacralizzando la procreazione, rifiutando l’aborto o la contraccezione, la religione fa crescere indefinitamente la popolazione. La corsa alla nascita frenetica e incontrollata minaccia l’equilibrio della vita sulla Terra. I partiti di estrema destra, sempre in amoroso accordo con le religioni, non mancano di rilanciare questa politica d’incremento delle nascite e affermano che il potere di una nazione risiede nella sua alta crescita demografica. Le istituzioni religiose incoraggiano continuamente gli esseri umani a diventare padri e madri prolifici. Ogni uomo deve essere un capofamiglia, assicurare la discendenza e provvedere alla propria famiglia. In molte lingue slave, una sola parola a volte si riferisce a “ventre” e “vita”, o alla stessa radice etimologica. In russo, per esempio, život significa pancia e živoi significa vivente. Nell’antico russo život era usato sia per ventre che per vita, e žyvit in ucraino significa ventre e žyvyi vivente. Quando i patriarchi religiosi guardano il nostro ventre lo vedono come la prima culla dei futuri figli dell’uomo. Questo ventre porterà e darà alla luce i piccoli principi eredi della loro dinastia. Il potere fisiologico delle donne a portare e dare la vita è riconosciuto e lodato nei testi sacri e nei discorsi pubblici dei leader religiosi e dei leader patriarcali, perché attraverso questo essi intendono moltiplicare il loro gregge. Tuttavia invidiano questa funzione biologica del ventre delle donne tanto quanto lo venerano. Quest’adorazione teorica non preserva il ventre delle donne dai colpi vendicativi degli uomini. Il loro ventre è spesso il bersaglio privilegiato dei loro atti di crudeltà, durante i crimini d’onore o di violenza domestica. In Francia le statistiche delle associazioni per i diritti delle donne vittime di violenza domestica informano che il 40% delle violenze inizia durante la prima gravidanza”.
Un quarto delle donne sul pianeta continua a subire restrizioni sull’aborto e sulla contraccezione. I territori sotto influenza religiosa sono i più gravemente colpiti, mentre per gli altri tre quarti questo diritto è costantemente minacciato e messo in discussione. Nella logica patriarcale una donna morta vale più di una donna senza figli. Nel 2015, in Paraguay, una bambina di 11 anni ha dovuto partorire in seguito allo stupro del patrigno. L’aborto le era stato negato a cinque mesi di gravidanza. Nel 2009 in Brasile sono state scomunicate dal cardinale italiano Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione vescovile, una bambina di 9 anni, che aveva abortito a seguito della violenza sessuale del patrigno. Sono stati scomunicati anche la madre e i medici che glielo avevano praticato. Lo stupratore non è stato scomunicato. Di fronte alle forti critiche del presidente brasiliano il cardinale italiano ha replicato: “Dobbiamo sempre proteggere la vita” e ha spiegato che lo stupratore non era stato scomunicato perché “lo stupro è meno grave dell’aborto”. Parole agghiaccianti che danno la nausea.
Come scrive l’Udi di Napoli salutando la decisione francese “il marzo 2024 per le donne in Francia è un altro inizio, lo è per tutte: per proseguire fuori dalle ragioni del potere”.
La decisione francese è una presa di parola per affermare la libertà delle donne e anche una affermazione di cura verso la vita. Mi rivolgo a chi pensa che questa considerazione sia un ossimoro, a chi pensa che essere a favore dell’aborto significhi negare e offendere la vita, considerando ogni aborto un’uccisione. Sono persuasa, da madre, che mettere al mondo un essere umano sia un gesto di nascita doppio: di chi viene alla luce e di chi rinasce, la donna che diventa madre. Ma occorre che quest’ultima sia libera, convinta, desiderosa, felice e responsabile per quella che è una delle poche scelte irreversibili dell’esistenza, appunto il mettere al mondo un’altro essere umano.
Questo sfugge a chi, uomo o donna che sia, reagisce nel pubblico e nel privato pensando che avere il diritto di interrompere una gravidanza non voluta sia un atto irresponsabile: al contrario, esso evita che una vita nuova non voluta soffra e che una donna, magari giovane, inesperta, ancora non convinta di quel passo, abbia da trascorrere un’esistenza segnata da una scelta compiuta non in assoluta coscienza e libertà. Ecco perché la decisione della Francia è uno straordinario gesto di rispetto e di amore sia per le donne che per la vita stessa.
CREDITI FOTO: ANSA-ZUMAPRESS / Vincent Isore



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