Aborto. Contro lo stigma

Da qualche giorno in Spagna è reato intimidire e offendere le donne che decidono di abortire. Un provvedimento importante considerato quanto pervasivo sia lo stigma che grava su chi sceglie di interrompere una gravidanza.

Ingrid Colanicchia

Dal 14 aprile scorso, in Spagna, molestare, intimidire, offendere una donna che abbia deciso di interrompere una gravidanza o un operatore sanitario che abbia procurato un aborto è un reato, punito con la reclusione da tre mesi a un anno o con il lavoro a beneficio della comunità da 31 a 80 giorni.

«Un rapporto preparato nel 2018 dall’Associazione delle cliniche accreditate per l’interruzione della gravidanza (ACAI) ha mostrato che l’89% delle donne recatesi in clinica per abortire si è sentita molestata e il 66% minacciata», si legge nel Preambolo della legge. «Questi gruppi organizzati si avvicinano alle donne con fotografie, feti di plastica e proclami contro l’aborto prima che entrino in clinica. L’obiettivo è far loro cambiare idea attraverso la coercizione, l’intimidazione e le molestie».

Atti di intimidazione e coercizione che sono stati una costante dall’approvazione della legge n. 9 del 1985 che riformava l’articolo 417 bis del Codice penale, depenalizzando l’aborto nei tre casi di stupro, gravi malformazioni del feto, grave pericolo per la vita o la salute fisica o psichica della gestante. E ancora di più dopo la legge n. 2 del 2010 che riconosce il diritto delle donne a interrompere liberamente e volontariamente la gravidanza nelle prime 14 settimane e fino alla 22a in caso di rischio di gravi anomalie fetali o grave rischio per la vita o la salute della gestante (dopo la 22a settimana un comitato valuta caso per caso).

Nel nostro Paese intimidazioni di questo tipo, davanti agli ospedali in cui si praticano ivg, non sono all’ordine del giorno ma lo sono le iniziative a tamburo battente delle associazioni no-choice, e lo stigma pervade il dibattito pubblico.

Ne è un esempio lampante la vicenda di Alice Merlo, protagonista della campagna “Aborto farmacologico. Una conquista da difendere” lanciata nel 2021 dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar). Alice è una giovane donna che ha raccontato in un post su Facebook la propria esperienza di aborto con la pillola Ru486, avendo il coraggio di dire che per lei non è stato un dramma e denunciando che i «maggiori problemi legati all’ivg sono le dinamiche colpevolizzanti, la riprovazione sociale per aver fatto quella scelta, l’imposizione del senso di colpa e del dolore». Parole che hanno spinto l’Uaar a chiederle di essere il volto di questa campagna a favore dell’autodeterminazione, della scienza e della salute.

Puntuali come un orologio sono arrivati pesantissimi attacchi personali al suo indirizzo e critiche all’insegna di un paternalismo che ha la pretesa di sapere cosa ogni singola donna prova veramente al momento di un aborto. «Sei sicura, Alice, che il dolore e il senso di colpa vengano tutti da fuori? È colpa della società brutta e cattiva che ti fa sentire inadeguata o non c’è piuttosto anche in te la segreta consapevolezza che ciò che hai fatto è definitivo e davvero ti segnerà per sempre?», scrive per esempio Paola Belletti su Aleteia.

Una narrazione, quella dell’aborto vissuto sempre e comunque come un dramma, rafforzata anche per omissione: si contano quasi sulle dita di una mano per esempio film o serie tv che raccontano di aborti portati a termine per libera scelta e in serenità. Di solito, la donna che ha scelto di abortire, sul punto di andare in clinica, cambia idea e decide di portare avanti la gravidanza oppure ha un aborto spontaneo. Una delle eccezioni più note è costituita dalla serie Grey’s Anatomy, nella quale, alla settima stagione, la dottoressa Cristina Yang abortisce, semplicemente perché vuole fare il medico e non la madre (qui un approfondito articolo sul panorama americano e sulle sue più recenti evoluzioni). Il racconto è insomma quasi sempre sovra-drammatizzato e l’aborto inquadrato come una questione morale.

Un approccio che si rinviene anche nel dibattito pubblico. Quante volte abbiamo sentito dire la frase “l’aborto è sempre un dramma”, “l’aborto è sempre una scelta dolorosissima”, “l’aborto è sempre un trauma” anche da chi intenzionato a difenderne il libero accesso? Come se le donne che vi facessero ricorso dovessero pagare uno scotto. “Ho abortito è vero, ma sto soffrendo, quindi non mi condannate. Sto già espiando”.

A smontare pezzo per pezzo questa narrazione ci ha pensato, quasi dieci anni fa, Chiara Lalli: nel suo A. La verità vi prego sull’aborto l’autrice indaga a fondo questo stigma illustrando come la vergogna, il silenzio, la paura intorno all’aborto vengano quotidianamente costruiti attraverso un potente sistema culturale e con la complicità di cinema e tv (oltre che dell’apparato religioso, ça va sans dire).

L’intento, ovviamente, è quello di delegittimare l’aborto, di cancellarlo dall’orizzonte di possibilità. Infischiandosene del fatto che le uniche alternative a un aborto libero e sicuro sono gravidanze imposte o aborti clandestini.

Credit foto: manifestazione “Non una di meno”, Torino, 28 novembre 2020. ANSA © Bruno Brizzi/Pacific Press via ZUMA Wire



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