Aborto negli Usa: una guerra sul corpo delle donne

Florida, Oklahoma, Arizona, Kentucky… Quali e quanti Stati Usa stanno limitando l’accesso all’aborto? Qual è la posta in gioco? Il quadro della situazione in attesa del destino della storica sentenza Roe v. Wade.

Ingrid Colanicchia

È un’America spaccata in due quella che ci consegna la mappa (purtroppo in continuo aggiornamento) delle restrizioni in materia di aborto negli Stati Uniti. Una mappa che ricalca praticamente alla perfezione la composizione politica delle varie assemblee legislative: da un lato gli Stati a maggioranza repubblicana, in cui si susseguono a un ritmo inquietante le limitazioni, dall’altro quelli a maggioranza democratica, dove a susseguirsi sono invece i tentativi di introdurre misure a tutela dell’accesso all’aborto, anche per sostenere donne che da altri Stati potrebbero essere costrette a questo scopo ad attraversare i confini a causa di divieti e restrizioni approvati negli Stati di provenienza.

A meno che i vari provvedimenti non vengano bloccati in tribunale, sarà il destino delle cittadine della Florida, dove il 14 aprile scorso il governatore repubblicano Ron DeSantis ha firmato un provvedimento (entrerà in vigore a luglio) che vieta l’aborto dopo 15 settimane di gravidanza, salvo casi di emergenza medica e anomalie del feto non compatibili con la vita. O delle residenti dell’Oklahoma, dove il 12 aprile il governatore repubblicano Kevin Stitt ha firmato un progetto di legge (in vigore da agosto) che rende illegale l’aborto in qualsiasi momento della gestazione, unica eccezione in caso di pericolo di vita della gestante: chi eseguirà o tenterà di eseguire un aborto in altre situazioni sarà punibile con una multa fino a 100 mila dollari e/o con la reclusione fino a 10 anni. O delle donne dell’Arizona, dove il 30 marzo il governatore repubblicano Doug Ducey ha firmato una legge che vieta l’aborto dopo 15 settimane di gravidanza, salvo casi di emergenza medica che mettano in pericolo la vita della donna. O ancora delle abitanti del Kentucky, dove l’assemblea a maggioranza repubblicana ha rovesciato il veto che il governatore democratico Andy Beshear aveva posto a una serie di restrizioni, tra cui il divieto di aborto dopo le 15 settimane tranne che in caso di pericolo di vita della gestante (nessuna eccezione per stupro e incesto). E forse sarà anche il destino delle cittadine dell’Idaho: forse, perché qui la Corte suprema statale ha bloccato temporaneamente il provvedimento approvato il 23 marzo dal governatore repubblicano Brad Little che, modellato sulla famigerata legge del Texas, vieta l’aborto dopo sei settimane (tranne che in caso di emergenza medica, stupro o incesto).

Si tratta degli attacchi più recenti e più gravi di una offensiva su larga scala che da mesi interessa gli Stati Uniti. Già alla fine dello scorso anno il Guttmacher Institute aveva denunciato che le 108 restrizioni adottate nel 2021 in 19 Stati rappresentavano il record assoluto da quando, nel 1973, è stata promulgata Roe v. Wade, la storica decisione della Corte suprema che ha affermato il diritto costituzionale all’aborto. E quest’anno le cose non sembrano dunque andare meglio: da gennaio a metà aprile le restrizioni proposte sono state 536 in 42 Stati; quelle già emanate (tra cui i divieti sopra citati) sono 33 in nove stati: Arizona (2), Florida (1), Idaho (1), Indiana (2), Kentucky (19), Oklahoma (1), South Dakota (5), West Virginia (1) e Wyoming (1).
Non a caso, dopo l’approvazione della legge dell’Oklahoma, la più restrittiva in assoluto, la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki ha esortato il Congresso ad approvare il Woman’s Health Protection Act, che codificherebbe Roe v. Wade rendendo inefficaci le leggi statali contrarie (il provvedimento, approvato dalla Camera dei rappresentanti in settembre, non ha passato l’esame del Senato nel febbraio scorso). Il pensiero è alla Corte suprema, che a giugno dovrebbe esprimersi su Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, caso riguardante una legge approvata nel 2018 dal Mississippi (ma non entrata in vigore) che vieta l’aborto dopo 15 settimane di gravidanza e che sfida direttamente Roe v. Wade. Il timore è che la Corte, a maggioranza repubblicana, possa rovesciare la storica sentenza. Esito che, secondo un recente sondaggio della Cnn, la maggioranza dei cittadini statunitensi non si augura: non solo il 69% degli americani non vuole che Roe v. Wade sia rovesciata ma il 59% afferma che in caso ciò avvenisse, vorrebbe che il proprio Stato stabilisse leggi più permissive che restrittive rispetto all’accesso all’aborto.
Esattamente il contrario di quanto sta avvenendo.

Credit immagine: attiviste pro-choice davanti alla Corte Suprema Usa, Washington D.C., 1° novembre 2021. ANSA EPA/JIM LO SCALZO



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