L’accoglienza dei profughi ucraini nelle occupazioni della capitale

Le storie di Alina, Iryna e Stella, fuggite dalla guerra e ora a Roma nello stabile occupato di Via Santa Croce in Gerusalemme.

Velania A. Mesay

Alina fissa il piccolo schermo del suo televisore. Ascolta ormai anestetizzata le ultime notizie sulla guerra nel suo Paese. All’intervento dell’ennesimo analista decide di spegnere la tv. Sospira. Dalla sua piccola stanza, sita in Via Santa Croce in Gerusalemme, nell’occupazione nota ai più dal nome dell’associazione culturale che ospita al piano terra “Spin time”, ci rivolge un sorriso e afferma: “Io ciò che potevo fare, l’ho fatto”. Si riferisce all’ospitalità data a sua nuora e alle sue nipoti proprio nel palazzo occupato dove risiede da sei anni. “All’inizio non volevano venire qui ma poi, con l’estendersi del conflitto anche sul fronte occidentale hanno deciso di scappare”. Un viaggio durato sessantaquattro ore. Solo per varcare la frontiera con la Polonia hanno atteso un giorno e mezzo. Esauste hanno fatto ingresso il 7 marzo in una delle stanze degli ex uffici INPDAP allestita frettolosamente da Alina e da altre sue connazionali che come lei vivono qui. Una pulita al pavimento, dei materassi stesi sul suolo e delle coperte regalatele dai nuovi vicini, sono bastati per affrontare la prima notte. È passato oramai quasi un mese dal loro arrivo, eppure continuano a sentirsi un po’ spaesate in questa babele etnica che ospita più di 150 famiglie di 24 nazionalità diverse. I loro nuovi “vicini di corridoio” vengono dalla Nigeria, dal Senegal, dalla Romania e dalla Moldavia. Alina avrebbe preferito che i suoi familiari venissero collocati in una stanza vicino alla sua, ma al suo piano le stanze sono tutte prese, così come le altre di questo edificio che risponde alle esigenze dell’emergenza abitativa romana, una tra le più gravi del Paese. Secondo le stime ufficiali, le famiglie in attesa di una casa popolare nella capitale sono più di dodicimila e circa diecimila di queste vivono nelle occupazioni. Il palazzo in questione balzò agli onori della cronaca nel maggio del 2019, quando qui venne staccata la luce e le 450 persone che vi abitano, compresi anziani e bambini, rimasero senza elettricità per sei giorni fino al gesto del cardinale Konrad Krajewski che, assumendosi piena responsabilità dell’atto, decise calarsi nei tombini del contatore e riallacciare la corrente. Un gesto non passato inosservato e che fece parlare all’epoca di “disobbedienza civile”. Ora l’elemosiniere del papa fa avanti e indietro da Leopoli, sempre alle prese con altre opere di assistenza.

La porta di Iryna, la nuora di Alina, è marcata da un particolare: un fiocco con i colori della bandiera ucraina. Facciamo ingresso nella sua stanza, anche qui due bandiere sono appese ai muri dove risaltano i disegni delle sue due bambine di undici e tredici anni che con i pastelli hanno disegnato altrettante bandiere ucraine. La madre ci racconta che le figlie passano le mattine a seguire le lezioni online che le insegnanti della loro scuola continuano, nonostante tutto, a garantire. Le due non vogliono imparare l’italiano, le chiedono ogni giorno: “Mamma, quando torniamo a casa?” Anche Iryna vorrebbe tornare alla vita di tutti giorni nella sua città, Novojavorivs’k, dove lavorava come veterinaria e specialmente vuole ricongiungersi con suo marito che è lì e presta servizio come volontario guidando i camion con le scorte alimentari che dalla Polonia arrivano a Leopoli. E proprio la mancanza dei propri cari spinge molti rifugiati a fare marcia indietro. Come la cognata di Iryna venuta qui anche lei per pochi giorni con i suoi due piccoli figli, finché il dolore e la preoccupazione per il marito l’ha spinta a ritornare in Ucraina. Il giorno dopo del suo ritorno, il 13 marzo, i russi hanno lanciato trenta missili sull’International peace keeping and security center di Yavoriv, a soli dodici chilometri dalla sua abitazione. E allora non le è rimasto altro che rifare le valige. “Ora è in Polonia” ci confida Iryna. Secondo la polizia di frontiera polacca circa tredicimila persone sono tornate in Ucraina lo scorso giovedì. Si stima che sono 370.000 gli ucraini che hanno fatto ritorno nel Paese dallo scoppio del conflitto.

“Non tutti approvano la nostra scelta di scappare. Alcuni ci dicono che abbiamo fatto bene altri invece ci rimproverano per non essere restati” afferma Iryna. La guerra, infatti, divide anche gli stessi ucraini e lo fa anche quando loro sono a migliaia di chilometri dal loro Paese. Nella porta accanto a quella di Alina vive Stella (nome di fantasia). Prima le due erano grandi amiche, ma a qualche settimana dallo scoppio del conflitto Stella ha deciso di non rivolgerle più la parola. È arrabbiata con tutti quelli che scappano dall’Ucraina perchè suo figlio ha fatto la scelta opposta: dalla Polonia, dove lavorava, è tornato a Leopoli per combattere a fianco dell’esercito di Kiev. E quando incontriamo Stella, mentre scende le scale per andare a lavoro, ha gli occhi gonfi dal pianto. “Ieri hanno bombardato altre postazioni militari a Leopoli e ancora non sono riuscita a sentire mio figlio” ci dice. Controlla tutte le ore una pagina facebook dove vengono aggiornate le liste dei caduti e si chiede: “ma se tutti fuggono chi rimarrà a sostenere i nostri soldati e la nostra nazione?” Da quando suo figlio si è arruolato, Stella non giustifica più l’esodo dei suoi connazionali, a parte quello di donne con bambini. Si è chiusa dentro sé stessa e guarda con diffidenza le sue amiche che in Italia hanno familiari che invece hanno scelto la via opposta, quella della fuga. La guerra fa anche questo: separa. Separa i morti dai vivi, i sopravvissuti dai caduti, separa chi resta da chi se ne va. Alina però non le porta rancore. Con sguardo saggio ci riferisce che capisce, come madre, il dolore di un’altra madre e che prega anche lei per suo figlio.

Ad abbracciare la piccola comunità ucraina dell’edificio in Via Santa Croce, sono anche tutti gli occupanti che ad una settimana dall’inizio delle ostilità hanno organizzato con Adriana Domenici, il volto della chiesa nel palazzo, una raccolta di cibo e vestiti. Ognuno ha portato qualcosa: coperte, vestiti, pannolini e beni alimentari. In totale ottantaquattro pacchi che con un furgoncino sono stati trasportati alla chiesa di Santa Sofia. La solidarietà non è mancata nemmeno nell’occupazione in piazza Pecile, a Garbatella, dove è stata ospitata una signora in fuga da Kiev con i suoi due nipoti. Sorge spontaneo chiedersi cosa ne sarà sia dei profughi accolti che degli occupanti stessi vista la sentenza del Tar del Lazio, pubblicata il 4 gennaio, che ha accolto la richiesta di sgombero del gruppo immobiliare Investire SGR, proprietario di tre immobili occupati nella capitale tra cui quello sito in Via Santa Croce in Gerusalemme.



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