L’inferno di Lesbo, tra le ceneri di Moria

A cinque anni dall'Accordo Europa-Turchia, patto che, di fatto, intrappola i richiedenti asilo nell'inferno di Lesbo, riproponiamo un estratto di "2020, Odissea Europa: reportage dalle rotte dei migranti" pubblicato su MicroMega 7/2020. Il racconto del campo di Moria dopo l'incendio del settembre scorso.

Valerio Nicolosi

«Moria very bad» è un mantra che viene ripetuto da tutte le persone che si incontrano nell’accampamento spontaneo che si è creato dopo l’incendio di Moria, lungo la strada litoranea di Lesbo, quella che da Mitilene porta verso nord. Qui la situazione è difficile: la polizia ha chiuso le vie d’accesso in modo che i profughi non possano lasciare quella che hanno denominato restricted area. Non si può uscire per fare la spesa e soprattutto è vietato spostarsi verso la città, dove c’è il porto commerciale con i traghetti per la terraferma. Lesbo di fatto è divenuta per i migranti quello che Ventotene era per gli antifascisti: il confino, un luogo dove si è detenuti e dal quale non si può fuggire.

«Vogliono portarci nel nuovo campo per rimetterci in prigione, ma noi non siamo criminali, stiamo scappando dalla guerra», racconta Shamsia, una donna afghana di 36 anni, mentre frigge il pane che è riuscita a preparare con la farina comprata in un negozio non distante dall’accampamento. Come in ogni sistema chiuso c’è un bug, un buco, un modo per aggirare il sistema d’ingresso e d’uscita. Qui il bug è costituito dai sentieri sulle colline accanto alla litoranea, da dove è possibile vedere anche il nuovo campo profughi che l’esercito ha costruito in tempi record, utilizzando un’area militare in un promontorio sul mare dove è riuscito a installare circa 500 tende da dieci persone l’una e un blocco di bagni chimici, il tutto completamente circondato dal filo spinato, che passa anche dentro il mare in modo da evitare qualsiasi tentativo di fuga.

Chi riesce a percorrere quei sentieri torna al campo di Moria, dove rovista tra i resti dell’incendio. «Abbiamo perso tutto quindi ci serve tutto», dice un ragazzo afghano che si aggira nel luogo che fino a pochi giorni fa era infernale e oggi è spettrale. Come lui, sono decine le persone che riempiono buste e cassette di plastica: le trascinano per chilometri, fino a tornare all’accampamento sulla litoranea.

«Siamo stati un anno a Moria e da quattro siamo in viaggio: non posso far fare questa vita ai miei figli, sono andata via dal mio paese perché volevo farli studiare e volevo che avessero un futuro», prosegue Shamsia, di ritorno nella sua tenda improvvisata.

Come la gran parte delle persone richiedenti asilo, Shamsia e la sua famiglia sono ancora in attesa di una risposta. «Dalla seconda metà del 2019 le autorità greche usano questa strategia per lasciare in un limbo giudiziario le migliaia di persone presenti sulle loro isole. Non possono respingerli in Turchia o nei paesi d’origine ma possono lasciarli in attesa a lungo e poi rifiutare l’asilo», spiega Ines, una volontaria che si trova a Lesbo per la sua terza missione a sostegno dei migranti di Moria.

Shamsia e la sua famiglia, come il 99 per cento degli afghani in fuga ormai da quasi vent’anni, è di etnia hazara, una minoranza che vive nella parte centrale dell’Afghanistan, da anni perseguitata dai talebani perché di appartenenza sciita, a differenza dei seguaci di Osama bin Laden e del mullah Omar, sunniti. Nel 2019 secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) erano 2,7 milioni i profughi afghani nel mondo, di cui il 90 per cento in Pakistan e in Iran, paesi che con mille difficoltà rappresentano comunque un’alternativa alla persecuzione interna. E questo nonostante i due campi di detenzione per migranti di Sang-e Safid e Tal-e Seeya, in Iran, siano tristemente famosi per la violenza inflitta ai migranti afghani irregolari trovati all’interno dei confini del paese.

Così sono in molti a scegliere di continuare il viaggio verso la Turchia dove, anche per chi non ha i documenti, c’è comunque qualche possibilità di lavoro e una paga, per quanto minima.

[Foto Valerio Nicolosi – Uomo afghano appena sbarcato a Skala Sikamineas, nel nord dell’Isola di Lesbo. Marzo 2020]

Aggiornamento del 18 marzo 2021, a cinque anni dall’accordo Europa-Turchia

Dopo cinque anni da quell’accordo il “grande risultato”, se così possiamo chiamarlo, è stato quello di bloccare migliaia di persone in Turchia, ferme nei campi di cui sa poco o nulla. Ma la rotta verso l’Europa è divenuta solo più difficile, non impercorribile. Ogni anno gli arrivi in Grecia sono decine di migliaia e dal paese ellenico proseguono verso Nord, attraversando l’Albania, il Kossovo, la Serbia, la Bosnia: l’obiettivo è rientrare in Europa dalla Croazia.

Tutti i limiti di questo accordo sono venuti a galla in pochi minuti, quando – il 29 febbraio 2020 – il presidente turco Erdogan ha deciso di fare pressione sull’Europa per un appoggio diplomatico nella battaglia di Idlib, aprendo le frontiere e facendo partire migliaia di persone verso le coste turche, alla volta delle isole greche, e verso il fiume Evros, confine naturale lungo oltre 160 chilometri.

Per alcuni giorni lungo le reti si sono raccolte famiglie siriane, irachene, afghane: sembrava di essere tornati proprio a cinque anni fa, quando sulle frontiere si ammassavano decine di migliaia di migranti in attesa di passare il confine.

Ma negli ultimi cinque anni la Fortezza Europa ha rafforzato le proprie barriere protettive con i droni, le pattuglie di Frontex, filo spinato e muri. Proprio al confine turco/greco, lungo il fiume Evros, lo scorso autunno il governo di Atene ha ripreso la ricostruzione di un muro per bloccare la rotta migratoria.

L’accordo tra Unione Europea e Turchia ha quindi segnato l’inizio di una stagione di chiusure delle frontiere: ha fatto scuola ed è stato riproposto in forma molto simile dagli accordi tra Italia e Libia del 2017.

 

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