“L’accordo Italia-Albania, in un’Europa sempre più chiusa, rischia di diventare un modello”

L’accordo con l’Albania “non può funzionare” ma è una misura in linea con le tendenze politiche di vari paesi europei: “Si cercano paesi esterni all’Unione che accettino i profughi pagando”. Intervista a Christopher Hein, professore di Diritto e Politiche di immigrazione e asilo dell’Università Luiss di Roma.

Michela Fantozzi

Professor Hein, che cosa stabilisce questo accordo?
È un protocollo siglato per il momento tra i governi dell’Italia e dell’Albania, non ancora ratificato dai rispettivi parlamenti che prevede che due piccoli territori nel nord dell’Albania vengano messi a disposizione dell’Italia per trasportare e accogliere dei richiedenti asilo salvati dalle navi militari italiane nel Mediterraneo. I centri serviranno per valutare le richieste d’asilo e avviare il procedimento di ritorno, nel caso del diniego. Tutto questo a costo dell’Italia e sotto la piena giurisdizione dell’Italia. E quindi anche con l’invio del personale di sicurezza, di membri della commissione d’asilo dall’Italia. E anche, non si sa in che modo, di giudici italiani.
Il punto principale è che tutto ciò, anche se si svolge in territorio albanese, resta sotto la giurisdizione italiana. Nel protocollo viene specificato che questi due centri di detenzione amministrativa si troveranno al nord di Tirana ma non si capisce con quali criteri verranno trasportate lì le persone: si dice solo che sono esclusi minori non accompagnati, donne incinte e altre persone che appartengono ai gruppi vulnerabili. Questo, in sintesi, è il nucleo del dell’accordo.

Mi sembra laborioso e costoso.
L’Italia dovrà dare una garanzia finanziaria di 100 milioni e pagare nell’immediato circa 16 milioni di euro all’Albania. E comunque deve farsi carico appunto dell’allestimento, costruzione e amministrazione di questi centri.
La previsione è che tra 36 e 39mila migranti richiedenti asilo all’anno siano ospitati ma che in nessun momento ci possano essere contemporaneamente più di 3000 persone. Vorrei evidenziare questa indicazione: secondo il protocollo, non ci devono essere contemporaneamente più di 3000 richiedenti asilo. Questo vuol dire che, per raggiungere le cifre di accoglienza l’anno indicate dal Presidente Meloni, ogni richiedente asilo potrà essere trattenuto in questi centri per un mese al massimo, altrimenti non si arriva a questa cifra.
In questo lasso di tempo il richiedente dovrà presentare la domanda d’asilo, dovrà essere identificato, ricevere una valutazione della domanda e anche il diritto al ricorso nel caso di diniego della richiesta. Tutto questo in 30 giorni. Sembra impossibile.
E poi la questione del trasporto. Ogni individuo deve essere accompagnato da due agenti di sicurezza pubblica. Moltiplicando a migliaia di persone, uno può immaginare i costi fin qui non per niente calcolati.
Trasporti che certamente aumenteranno anche la sofferenza delle persone, perché i richiedenti asilo, dopo un viaggio terribile, dovrebbero essere spostati ad altri 700 kilometri di distanza su navi sicuramente non adatte al trasporto di un gran numero di persone. E poi la reclusione in un luogo totalmente isolato. È sicuramente una misura poco umana.

Perché secondo lei Rama, il primo ministro albanese, ha accettato un accordo simile?
Mi sembra che abbia detto molto chiaramente che l’interesse dell’Albania è di avere un sostegno italiano per accelerare l’adesione all’Unione. Questo è il vero interesse politico che il governo albanese vuole vendere al proprio elettorato.
All’Albania non interessa tanto l’attuazione ma di aver dato una dimostrazione di solidarietà vista la gratitudine per la precedente accoglienza dimostrata dall’Italia nei confronti dei profughi albanesi.

Questo accordo sembra surreale, secondo lei è attuabile?
Ritengo che nella praticità, non c’è alcuna previsione che possa funzionare.
Per una serie di motivi, innanzitutto di dubbi della legalità rispetto al diritto europeo e italiano. In dettaglio, uno potrebbe dire tante cose sui rilievi giuridici in questa vicenda.
Però, anche dal punto di vista logistico, la realizzazione sembra impossibile. Per esempio, dove avviene e chi la esegue la distinzione tra chi ha diritto di sbarcare in Italia e chi in Albania? Sulle navi e da parte di militari italiani? Come si fa a fare l’accertamento dell’età della persona al momento del salvataggio?
Un’altra questione sono i tempi, come detto prima, rispetto alla previsione di accogliere 36mila persone l’anno. Come si arriva a questo numero? Si possono prescrivere tempi certi?
Secondo il nuovo decreto sicurezza la permanenza massima in un centro di trattenimento è stato fissato a 180 giorni, sei mesi. Quindi, con molta probabilità, molte persone rimarranno reclusi fino a sei mesi, facendo calare di molto la capacità d’accoglienza annua di questi centri.

Se il protocollo è inapplicabile sia dal punto di vista legale che dal lato pratico, allora perché il governo Meloni si è impegnato a firmarlo?
Gli obiettivi dichiarati di questo protocollo sono tre. Il primo contrastare il traffico di esseri umani.
Secondo, prevenire gli arrivi irregolari. E terzo rimpatriare le persone che non sono riconosciute per la protezione con più facilità.
In questo accordo io non vedo la risoluzione di nessuno di questi tre obiettivi.
Perché i trafficanti dovrebbero trasportare meno persone? Per quale motivo si riuscirebbe a contrastare l’ingresso irregolare di persone?
Se si vuol solo scoraggiare le persone dal partire dalle coste libiche o tunisine, egiziane, turche, quello che sia, l’accordo non è efficace. Dobbiamo tenere in conto che parliamo di persone che hanno già attraversato il deserto e che affrontano il pericolo di morte in mare. Si lasciano scoraggiare solamente perché anziché in un centro in Sicilia vengono mandati in un centro in Albania?
Per la facilitazione dei rimpatri, non vedo nessuna differenza, anzi.
L’Albania non ha fatto nessun accordo con paesi terzi sulla riammissione dei propri cittadini.
L’Italia sì, ha fatto una serie di accordi, alcuni funzionano meglio, la maggior parte invece non funzionano per niente. Per quale motivo dovrebbe essere più facile rimpatriare dall’Albania che non dall’Italia? Francamente non mi è chiaro.
Quindi nessuna delle misure adottate offre risposta ai tre obiettivi indicati.
D’altra parte, politicamente parlando, questo protocollo dovrà essere attuato nella primavera dell’anno prossimo, pochi mesi prima delle elezioni al Parlamento europeo.
Certamente c’è un interesse del governo italiano a dare l’idea che stia facendo qualcosa di utile in campo dell’immigrazione. Che non sia un bluff come è stato l’accordo con la Tunisia? C’è la consapevolezza che l’implementazione non sarà possibile, ma c’è anche chi invece ritiene che sia una cosa importante, innovativa.

Eppure, rispetto all’irrealizzabilità dell’accordo è stato detto che sia stata solo una mossa per provocare l’Ue. È vero?
Parliamoci molto chiaro, l’idea dell’esternalizzazione delle frontiere e di coinvolgere paesi terzi non membri dell’Unione europea in questioni di asilo e immigrazione non è un’idea nuova.
Se pensiamo al tentativo di accordi con il Ruanda della Gran Bretagna, per esempio, o della Danimarca. Pochi giorni fa il governo tedesco ha detto di star valutando una mossa di questo genere senza dire in dettaglio con quali paesi e in che modo. Quindi abbiamo una tendenza all’interno dell’Unione Europea che può indurre molti, invece che ad opporsi a un’iniziativa come quella del governo italiano, addirittura a guardarla con positività.
Per questo non penso che sia una mossa contro la von der Leyen o contro la Commissione europea.
Forse addirittura può presentare l’Italia come un modello e l’accordo con l’Albania un successo.

Addirittura?
Lo dico freddamente, come osservatore dello scenario non solo italiano, ma dell’Unione europea o dell’Europa più in generale, compreso il Regno Unito.
La tendenza è questa: uno Stato membro dell’Unione europea utilizza, diciamo, la generosità di un altro Stato non membro dell’Unione europea per risolvere un problema dell’immigrazione e dell’asilo nel proprio territorio. Una tendenza politica che mi lascia molto preoccupato, però devo prendere atto che è così, devo prendere atto che questa è la realtà: si cercano altri paesi che accettino i profughi pagando.
C’è sempre un aspetto finanziario, come nel caso della Turchia nel 2016, un accordo di trattenimento dei migranti costato milioni che ha parzialmente funzionato.
Cinicamente, anche l’accordo del febbraio 2017 con la Libia in un certo modo ha funzionato.
Decine e decine di migliaia di migranti e rifugiati sono stati intercettati dalla guardia costiera libica finanziata dall’Italia e dall’Unione europea. Sotto questo profilo, non si può dire che l’accordo con la Libia non abbia funzionato, in violazione di tante norme, anche del diritto internazionale.
Ho molto paura che l’accordo di Meloni con l’Albania possa funzionare, al di là di tutte le perplessità del punto di vista umano, umanitario e della legalità.

FOTO ANSA/GIUSEPPE LAMI



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