Addio Giuliano!

“'Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza'. Questo era, usando le parole di Cagliostro, Giuliano Montaldo". Il ricordo di un amico del grande regista.

Massimo Recchioni

«Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza».
Questo era, usando le parole di Cagliostro, Giuliano Montaldo. Uno dei gentiluomini il cui stampo si è personel tempo «usa e getta», un «signore» nei modi, nei toni e nei comportamenti. Ora, oltre allo stampo, si è perso anche lui, dopo una vita in cui sensibilità, forza e impegno sono sempre stati protagonisti.
Carlo Lizzani lo scoprì in un teatro e lo fece esordire in Achtung! Banditi!, del 1951, nel ruolo – lui che era stato una giovanissima staffetta partigiana a Genova – del commissario partigiano «Lorenzo». Da lì, altri film come attore, il più famoso dei quali resta Cronache di povere amanti. Poi l’inizio delle esperienze come aiuto-regista, soprattutto con Lizzani e Pontecorvo, e l’esordio con il suo Tiro al piccione. Ne seguirono diversi altri, tra i quali Gli intoccabili (1969), con John Cassavetes e Peter Falk. Poi, dal 1970 al ’73, la straordinaria trilogia contro l’intolleranza – militare, politica e religiosa – rappresentata dai capolavori Gott mit uns, Sacco e Vanzetti e Giordano Bruno., gli ultimi due con un magistrale Gian Maria Volonté. Da Sacco e Vanzetti la celeberrima Here’s to you (musica del Maestro Ennio Morricone, autore delle colonne sonore di tutti i film di Montaldo), interpretata da Joan Baez, che divenne, oltre che un successo mondiale, un inno generazionale.
Quando però ebbi a chiedergli quale fosse il film cui si sentiva maggiormente legato, mi rispose: «Molti immaginano che io risponda Sacco e Vanzetti o Marco Polo, per il successo che hanno avuto in tutto il mondo. Invece io dico L’Agnese va a morire. Intanto perché era la prima volta che si celebrava una donna della Resistenza. Poi per l’affetto di tutti. Vennero in tanti a dare una mano: da Stefano Satta Flores a Michele Placido, da Flavio Bucci a Ron, ad Alfredo Pea. E la gente di Romagna intorno ad aiutare, sempre senza compenso, solo per la gioia di aiutare: è stata una lavorazione commovente, indimenticabile».
L’Agnese va a morire, protagonista Ingrid Thulin, versione cinematografica del romanzo omonimo (Premio Viareggio nel 1949) della partigiana Renata Viganò, è una sorta di ritorno al cinema neorealista politicamente «accantonato» molti anni prima. Era uscito proprio nel mese di settembre (ma del 1976) con «prima» a Napoli in occasione dell’anniversario delle Quattro Giornate, di cui ora ricorre l’ottantesimo anniversario. Tre anni dopo – era il 1979 – fu la volta de Il giocattolo, con Nino Manfredi.
Il successo presso il grandissimo pubblico arrivò nel 1982, grazie allo sceneggiato in otto puntate Marco Polo. Il Maestro, per realizzarlo, girò per quasi tre anni il mondo, ripercorrendo l’itenerario del protagonista (interpretato da Kenneth Marshall) da Venezia fino in Cina. Lo sceneggiato fu trasmesso, appena uscito, in ben 46 Paesi!
Nel giugno 1984 fu, insieme a Bertolucci, Lizzani, Pontecorvo, Scola e tanti altri, tra i registi che ripresero i funerali di Enrico Berlinguer. È del 1987 un altro film sull’intolleranza, Gli occhiali d’oro, con Philip Noiret, Rupert Everett e Valeria Golino. Poi altre pellicole (qui ne abbiamo ricordate solo alcune), tra cui I demoni di San Pietroburgo (2008) e L’industriale (2011 con Pier Francesco Favino). Nel 2017, a 87 anni, il desiderato ritorno «davanti» alla macchina da presa: la sua interpretazione in Tutto quello che vuoi, di Francesco Bruni, gli valse l’anno successivo un ulteriore premio, il David di Donatello come miglior attore non protagonista.
È del 2021 il suo libro Un grande amore, che racconta oltre sessant’anni di lavoro, ma soprattutto di vita, con l’adorata moglie Vera Pescarolo.
Io ho avuto modo di conoscerlo pochi anni fa, alla proiezione di un suo film, ma da allora l’ho sempre frequentato intensamente e sentito quasi quotidianamente. Una persona stupenda – un gentiluomo d’altri tempi come dicevo – sempre garbato, disponibile, affettuoso e di grande umanità, in privato così come lo è sempre stato in pubblico; e anche su Vera non posso che usare le stesse parole.
Con la sua scomparsa, il cinema perde un uomo che non si è mai prestato a compromessi o «annacquato» con film dove l’impegno sociale e politico non fosse evidente. La società civile perde uno dei suoi osservatori più presenti e attenti; le battaglie per i diritti sono da oggi, se possibile, ancor più orfane e anche L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – di cui Giuliano Montaldo era da sempre iscritto e testimonial, perde una figura di riferimento tra le più importanti. Il Maestro è stato – è e resterà – un patrimonio di tutta l’Italia democratica, libera e antifascista.
Gli amici, se possibile, perdono ancora molto di più. Non potranno mai dimenticarlo.
Massimo Recchioni, scrittore e amico
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CREDITI FOTO Giuliano Montaldo on the occasion of ‘David di Donatello Award 2018’ in Rome, Italy, 21 March 2018. The David di Donatello award is a film prize presented annually to honor the best of Italian and foreign motion picture production. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

 

 



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