Afghanistan: una sconfitta annunciata

La caduta di Kabul è una grande sconfitta politica e ideologica per l’impero americano, prevedibile e prevista. In vent’anni gli Stati Uniti non sono riusciti a costruire nulla che potesse riscattare la loro missione.

Tariq Ali

La caduta di Kabul del 15 agosto è una grande sconfitta politica e ideologica per l’impero americano. Gli elicotteri stipati che trasportano il personale dell’ambasciata americana all’aeroporto di Kabul ricordano in modo incredibile la Saigon – oggi Ho Chi Minh City – dell’aprile 1975. La velocità con cui le forze talebane hanno preso d’assalto il Paese è sorprendente; il loro acume strategico notevole. Un’offensiva durata una settimana si è conclusa trionfalmente a Kabul. L’esercito afgano, forte di 300 mila uomini, è crollato. Molti si sono rifiutati di combattere. In migliaia si sono rivolti ai talebani, i quali hanno subito chiesto la resa incondizionata del governo fantoccio. Il presidente Ashraf Ghani, molto amato dai media statunitensi, è fuggito dal Paese e ha cercato rifugio in Oman. La bandiera del redivivo Emirato sventola ora sul suo palazzo presidenziale. Per certi versi, l’analogia più stretta non è con Saigon, ma con il Sudan del XIX secolo, quando le forze del Mahdi irruppero a Khartum e martirizzarono il generale Gordon. William Morris celebrò la vittoria del Mahdi come una battuta d’arresto per l’Impero britannico. Eppure, mentre gli insorti sudanesi uccisero un’intera guarnigione, Kabul ha cambiato padrone con poco spargimento di sangue. I talebani non hanno nemmeno tentato di conquistare l’ambasciata statunitense, figuriamoci prendere di mira il personale.

Il ventesimo anniversario della “Guerra al terrore” si conclude quindi con una sconfitta prevedibile e prevista per gli Stati Uniti, la Nato e gli altri che hanno seguito la corrente. Comunque, guardando alle politiche dei talebani – di cui sono un severo critico da molti anni – il loro successo non può essere negato. In un periodo che ha visto gli Stati Uniti distruggere un Paese arabo dopo l’altro, non è mai emersa alcuna resistenza che potesse sfidare gli occupanti. Questa sconfitta potrebbe essere un punto di svolta. Ecco perché i politici europei si lamentano: hanno appoggiato incondizionatamente gli Stati Uniti in Afghanistan, e hanno subìto anch’essi un’umiliazione, nessuno più della Gran Bretagna.

Biden non ha avuto scelta. Gli Stati Uniti avevano annunciato che si sarebbero ritirati dall’Afghanistan nel settembre 2021 senza aver realizzato nessuno dei loro obiettivi “liberazionisti”: libertà e democrazia, pari diritti per le donne e annientamento dei talebani. Sebbene imbattuti militarmente, le lacrime versate dai liberali amareggiati confermano la profonda entità della sconfitta. La maggior parte di loro – Frederick Kagan sul New York Times, Gideon Rachman sul Financial Times – pensa che il ritiro avrebbe dovuto essere rimandato per tenere a bada i talebani. Ma Biden ha semplicemente ratificato il processo di pace avviato da Trump, con il sostegno del Pentagono, che ha visto un accordo raggiunto nel febbraio 2020 alla presenza di Stati Uniti, talebani, India, Cina e Pakistan. L’establishment della sicurezza americano sapeva che l’invasione era fallita: i talebani non potevano essere soggiogati, a prescindere da quanto tempo gli Usa fossero rimasti. L’idea che il ritiro frettoloso di Biden li abbia in qualche modo rafforzati è un po’ una fesseria.

Il fatto è che in vent’anni gli Stati Uniti non sono riusciti a costruire nulla che potesse riscattare la loro missione. La Green Zone illuminata a giorno è sempre stata circondata da un’oscurità che gli zoner non riuscivano a capire. In uno dei Paesi più poveri del mondo, miliardi sono stati spesi ogni anno per l’aria condizionata delle caserme che ospitavano soldati e ufficiali statunitensi, mentre cibo e vestiti venivano regolarmente trasportati in aereo dalle basi in Qatar, Arabia Saudita e Kuwait. Non è stata una sorpresa la crescita di un enorme slum ai margini di Kabul, di pari passo con il radunarsi di poveri alla ricerca di avanzi nei bidoni della spazzatura. I bassi salari pagati ai servizi di sicurezza afgani non sono riusciti a convincerli a combattere contro i loro connazionali. L’esercito, messo su in due decenni, è stato infiltrato in una fase iniziale da sostenitori talebani, i quali da un lato hanno ricevuto una formazione gratuita nell’uso di moderne attrezzature militari e dall’altro hanno agìto da spie per la resistenza afgana.

Questa era la miserabile realtà dell’“intervento umanitario”. Anche se è giusto dare a Cesare quel è di Cesare: il Paese ha assistito a un enorme aumento delle esportazioni. Durante gli anni dei talebani, la produzione di oppio era rigorosamente controllata. Dall’invasione degli Stati Uniti è aumentata sensibilmente e ora rappresenta il 90% del mercato globale dell’eroina, facendo sorgere la domanda se questo prolungato conflitto debba essere visto, almeno in parte, come una nuova guerra dell’oppio. Migliaia di miliardi di dollari sono stati realizzati e condivisi tra i settori afgani che hanno servito l’occupazione. Gli ufficiali occidentali sono stati generosamente pagati al fine di consentire questo commercio. Un giovane afgano su dieci è ora dipendente dall’oppio. Le cifre per le forze della Nato non sono disponibili.

Per quanto riguarda la condizione delle donne, non molto è cambiato. C’è stato poco progresso sociale al di fuori della Green Zone invasa dalle ong. Una delle più importanti femministe afgane in esilio ha osservato che le donne avevano tre nemici: l’occupazione occidentale, i talebani e l’Alleanza del Nord. Con la partenza degli Stati Uniti, ha detto, ne avranno due. (Al momento in cui scriviamo possiamo forse dire uno, dato che l’avanzata dei talebani nel nord ha eliminato fazioni chiave dell’Alleanza prima della caduta di Kabul). Nonostante le ripetute richieste di giornalisti e attivisti, non sono stati rilasciati dati affidabili sull’industria del lavoro sessuale, cresciuta per servire gli eserciti occupanti. Né ci sono statistiche credibili sugli stupri, sebbene i soldati statunitensi abbiano usato frequentemente la violenza sessuale contro i “sospetti terroristi”, stuprato civili afgani e dato via libera agli abusi sui minori compiuti da milizie alleate. Durante la guerra civile jugoslava, la prostituzione si moltiplicò e la regione divenne un centro per il traffico sessuale. Il coinvolgimento delle Nazioni Unite in questa redditizia attività era ben documentato. In Afghanistan, i dettagli devono ancora emergere.

Oltre 775 mila soldati statunitensi hanno combattuto in Afghanistan dal 2001. Di questi, 2.448 sono stati uccisi, insieme a quasi 4 mila contractors statunitensi. Secondo il Dipartimento della Difesa, circa 20.589 sono stati feriti in azione. Le cifre delle vittime afgane sono difficili da calcolare, dal momento che le “morti dei nemici”, che includono i civili, non vengono conteggiate. Carl Conetta del Project on Defense Alternatives ha stimato che almeno 4.200-4.500 civili siano stati uccisi entro la metà di gennaio 2002 come conseguenza dell’attacco degli Stati Uniti, sia direttamente come vittime della campagna di bombardamenti aerei sia indirettamente nella crisi umanitaria che ne seguì. Secondo l’Associated Press, al 2021 sono 47.245 i civili morti a causa dell’occupazione. Gli attivisti afgani per i diritti civili danno un totale più alto, insistendo sul fatto che siano morti 100 mila afgani (molti dei quali non combattenti) e siano stati feriti tre volte quel numero.

Nel 2019, il Washington Post ha pubblicato un rapporto interno di 2 mila pagine commissionato dal governo federale degli Stati Uniti per analizzare i fallimenti della sua guerra più lunga: “The Afghanistan Papers”. Il documento si basava su una serie di interviste a generali statunitensi (in pensione e in servizio), consiglieri politici, diplomatici, operatori umanitari e così via. Il quadro che emerge dall’insieme delle loro testimonianze è fortemente negativo. “Eravamo privi di una comprensione fondamentale dell’Afghanistan, non sapevamo cosa stavamo facendo…”, ha confessato il generale Douglas Lute, lo “zar della guerra afgana” sotto Bush e Obama: “Non avevamo la più pallida idea di ciò in cui ci stavamo imbarcando… Se il popolo americano conoscesse l’entità di questa disfunzione…”. Un altro testimone, Jeffrey Eggers, un Navy Seal in pensione e membro dello staff della Casa Bianca sotto Bush e Obama, ha evidenziato l’enorme spreco di risorse: “Cosa abbiamo ottenuto? Valeva mille di miliardi di dollari? […] Dopo l’uccisione di Osama bin Laden, ho detto che quest’ultimo probabilmente stava ridendo nella sua tomba d’acqua considerando quanto abbiamo speso per l’Afghanistan”. Avrebbe potuto aggiungere: “E abbiamo pure perso”.

Chi era il nemico? I talebani, il Pakistan, tutti gli afgani? Un soldato americano di lungo corso si è detto convinto che almeno un terzo della polizia afgana fosse tossicodipendente e che un’altra fetta consistente fosse costituita da sostenitori dei talebani. Ciò ha rappresentato un grosso problema per i soldati statunitensi, come ha testimoniato un anonimo capo delle forze speciali nel 2017: “Pensavano che sarei arrivato con una mappa per mostrare loro dove erano i buoni e dove i cattivi […] Ci sono voluti diversi scambi per far capire loro che non avevo quelle informazioni. Continuavano a chiedere: ‘Ma chi sono i cattivi, dove sono?’”.

Donald Rumsfeld ha espresso la stessa sensazione nel 2003. “Non ho chiarezza su chi siano i cattivi in Afghanistan o in Iraq”, scriveva. “Ho letto tutte le informazioni, sembra che sappiamo molto, ma in realtà, andando più a fondo, scopri che non abbiamo nulla che sia utilizzabile”. L’incapacità di distinguere tra un amico e un nemico è un problema serio, non solo in senso schmittiano, ma a livello pratico. Se non riesci a distinguere tra alleati e avversari dopo un attacco bomba in un affollato mercato cittadino, rispondi scagliandoti contro tutti, creando così sempre più nemici.

Il colonnello Christopher Kolenda, consigliere di tre generali in servizio, ha indicato un altro problema della missione statunitense. La corruzione è stata dilagante fin dall’inizio, ha detto: il governo Karzai era “auto-organizzato in una cleptocrazia”. Ciò ha minato la strategia post-2002 di costruzione di uno Stato che potesse sopravvivere all’occupazione. “La piccola corruzione è come il cancro della pelle, ci sono modi per affrontarla e probabilmente starai bene. La corruzione all’interno dei Ministeri, di livello superiore, è come il cancro al colon: è peggio, ma se lo prendi in tempo probabilmente stai bene. La cleptocrazia, invece, è come il cancro al cervello: è fatale”. Naturalmente, lo Stato pakistano – dove la cleptocrazia è radicata a tutti i livelli – è sopravvissuto per decenni. Ma le cose non erano così semplici in Afghanistan, dove gli sforzi di costruzione della nazione erano guidati da un esercito di occupazione e il governo centrale aveva scarso sostegno popolare.

E che dire dei falsi rapporti secondo cui i talebani erano stati sbaragliati? Una figura di spicco del Consiglio di sicurezza nazionale ha riflettuto sulle bugie messe in giro dai suoi colleghi: “Gli attacchi [talebani] peggioravano? ‘Dipende dal fatto che ci sono più bersagli su cui sparare: più attacchi sono un falso indicatore di instabilità’, era la riposta. Tre mesi dopo gli attacchi erano ulteriormente peggiorati? ‘È perché i talebani sono disperati, quindi in realtà stiamo vincendo’. E si è andati avanti così per due motivi: per far apparire buoni tutti i soggetti coinvolti e per far passare il messaggio che le truppe e le risorse messe in campo stessero dando frutto, per cui una loro rimozione avrebbe deteriorato la situazione del Paese”.

Tutto questo era un segreto di Pulcinella nelle cancellerie e nei Ministeri della Difesa della Nato in Europa. Nell’ottobre 2014, il segretario alla Difesa britannico Michael Fallon ha ammesso che “gli errori sono stati commessi militarmente, dai politici del tempo, 10-13 anni fa […] Non manderemo truppe da combattimento in Afghanistan, in nessun caso”, diceva. Quattro anni dopo, il primo ministro Theresa May ha dispiegato nuovamente le truppe britanniche in Afghanistan, raddoppiando i soldati “per aiutare ad affrontare la situazione, fragile sotto il profilo della sicurezza”. Ora i media britannici fanno eco al Foreign Office e criticano Biden per aver fatto la mossa sbagliata al momento sbagliato, con il capo delle Forze armate britanniche Sir Nick Carter che suggerisce che potrebbe essere necessaria una nuova invasione. I sostenitori dei Tory, i nostalgici colonialisti, i giornalisti tirapiedi e gli adulatori di Blair si stanno mettendo in fila per chiedere una presenza britannica permanente nel Paese devastato dalla guerra.

La cosa sorprendente è che né il generale Carter né i suoi collaboratori sembrano aver riconosciuto la portata della crisi affrontata dalla macchina da guerra statunitense, così come emersa dagli Afghanistan Papers. Mentre i pianificatori militari americani si sono lentamente resi conto della realtà, le loro controparti britanniche si aggrappano ancora a un’immagine fantasiosa dell’Afghanistan. Alcuni sostengono che il ritiro metterà a rischio la sicurezza dell’Europa, al riunirsi di al-Qaida sotto il nuovo Emirato islamico. Ma queste previsioni sono ipocrite. Usa e Regno Unito hanno passato anni ad armare e assistere al-Qaida in Siria, come hanno fatto in Bosnia e in Libia. Questo far leva sulla paura può funzionare solo in una palude di ignoranza. Almeno nel caso del pubblico britannico non sembra aver fatto breccia. La storia a volte fa emergere verità urgenti attraverso una vivida dimostrazione di fatti o uno smascheramento delle élite. L’attuale ritiro sarà probabilmente uno di questi momenti. I britannici, già ostili alla Guerra al Terrore, potrebbero rafforzarsi nella loro opposizione a future conquiste militari.

Cosa riserva l’avvenire? Replicando il modello sviluppato per l’Iraq e la Siria, gli Stati Uniti hanno annunciato un’unità militare speciale permanente, composta da 2.500 soldati, di stanza in una base kuwaitiana, pronta se necessario a volare in Afghanistan e bombardare, uccidere e mutilare. Nel frattempo, lo scorso luglio, una delegazione talebana di alto livello ha visitato la Cina, promettendo che l’Afghanistan non sarà mai più usato come trampolino di lancio per attacchi contro altri Stati. Si sono avute cordiali discussioni con il ministro degli Esteri cinese, che secondo quanto riferito hanno riguardato le relazioni commerciali ed economiche. Il vertice ha riportato alla memoria incontri simili tra mujaheddin afgani e leader occidentali negli anni Ottanta: i primi apparivano con i loro costumi wahhabiti e le loro barbe regolamentari sullo sfondo spettacolare della Casa Bianca o al numero 10 di Downing Street. Ma ora, con la Nato in ritirata, gli attori chiave sono Cina, Russia, Iran e Pakistan (che senza dubbio ha fornito assistenza strategica ai talebani, e per cui questo è un enorme trionfo politico-militare). Nessuno di loro vuole una nuova guerra civile, in netto contrasto con gli Stati Uniti e i suoi alleati dopo il ritiro sovietico. Le strette relazioni della Cina con Teheran e Mosca potrebbero consentirle di lavorare per garantire una fragile pace per i cittadini di questo Paese traumatizzato, con l’aiuto della permanente influenza russa nel Nord.

Molta enfasi è stata posta sull’età media degli afgani: 18 anni, su una popolazione di 40 milioni di persone. Di per sé questo non significa nulla. Ma c’è la speranza che i giovani afgani combattano per una vita migliore dopo quarant’anni di conflitto. Per le donne la lotta non è affatto finita, anche se rimane un solo nemico. In Gran Bretagna e altrove, tutti coloro che vogliono combattere devono spostare la loro attenzione sui rifugiati che presto busseranno alle porte della Nato. Offrire loro rifugio è il minimo che l’Occidente possa fare: una piccola riparazione per una guerra non necessaria.

 

(traduzione dall’inglese di Ingrid Colanicchia)

L’articolo è uscito originariamente su Sidecar, il blog della New Left Review, il 16 agosto scorso, con il titolo “Debacle in Afghanistan”.



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