Afghanistan: se gli Usa si ritirano, la Cina non sta a guardare

Per tutelare i propri interessi la Cina ha bisogno di stabilità dell’area, e forse questo conterrà le pretese e le violenze dei talebani.

Maurizio Delli Santi

Il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan è irrevocabile nonostante l’ormai inesorabile avanzata dei talebani. Biden ha sposato da tempo la tesi dei principali opinion leaders americani, a cominciare dagli analisti di Foreign Affairs, che da sempre sostengono che dopo avere annientato le roccaforti di Al Qeida in Afghanistan, l’unico gruppo terroristico che effettivamente ha colpito direttamente gli USA con l’attacco alle Torri gemelle, non v’è più convenienza nel sostenere una guerra durata venti anni, che è costata oltre 2400 vittime tra le truppe statunitensi e oltre 2000 miliardi di dollari. I talebani non hanno la capacità di colpire il territorio americano, né professano tale intenzione, mentre è prioritario destinare risorse per risollevare la collassata middle class statunitense.

Ma la narrazione più recente della geopolitica ci dice che non v’è vuoto di potere in un’area che non veda subito l’interesse strategico di qualche potenza che approfitti dell’occasione per estendere la propria influenza, o anche solo per meglio tutelare i propri interessi.

E non rappresenta affatto una sorpresa per i più attenti osservatori la circostanza che anche sullo scenario afghano possano svilupparsi le proiezioni strategiche della Cina. Un recente riscontro di tale prospettiva si è registrato con l’incontro promosso il 28 luglio tra il ministro degli esteri cinese Wang Yi e una delegazione dei talebani, in cui ufficialmente la Cina ha sostenuto una linea di pacificazione con il governo di Kabul.

Ma l’iniziativa è stata valutata più che altro come una tappa non di poco conto per una più pregnante riconoscibilità internazionale degli studenti coranici, anche in vista dei negoziati che dopo le conquiste territoriali dovranno definire inevitabilmente l’assetto di un nuovo governo afghano. A meno che la crisi non sia lasciata decidere da uno scontro finale, il cui esito è scontato in favore dei talebani, salvo interventi esterni, al momento poco probabili.

Le intese della Cina con i talebani comunque non sono una novità perché da tempo il governo di Pechino si è preoccupato di avere il loro appoggio, o quanto meno la non interferenza, nella campagna contro i gruppi jihadisti e separatisti uiguri vicini al breve tratto di confine afghano.

Ma non basta. L’influenza di Pechino è già presente adeguatamente in Afghanistan con vari investimenti in infrastrutture e con l’azienda statale che detiene la maggioranza dei diritti di estrazione, stimati per tre trilioni di dollari potenziali, specie sugli idrocarburi e sui minerali rari, risorse queste ultime di assoluto rilievo anche per le future tecnologie collegate alla transizione ecologica. La Cina guarda ovviamente ora a Kabul anche per estendere la Nuova Via della Seta che vedrebbe il territorio afghano come un ulteriore snodo strategico in stretto collegamento con gli hub già presenti nelle contigue regioni dell’Asia centrale e in Pakistan in particolare, realizzando così una più diretta connessione tra rotte marittime e terrestri. Un dato è comunque certo: per tutelare i propri interessi anche la Cina ha bisogno di stabilità dell’area, e forse questo conterrà le pretese e le violenze dei talebani. Se così non fosse sarà inevitabile che l’Afghanistan sia sopraffatto dalle forze integraliste, e che il paese torni a diventare il santuario di nuovi gruppi terroristi come Al Qeida che minacciano più direttamente l’Occidente. In questi scenari l’Unione Europea e il G20, che appaiono lontani da logiche di polarizzazione e perseguono il multilateralismo, potrebbero proporsi per promuovere una iniziativa diplomatica volta a perseguire una ristabilizzazione dell’area meno esposta a una deriva integralista. E probabilmente proprio la nuova leadership che in questi contesti sembra emersa tra Italia, Francia e Germania potrebbe dire la sua, anche in ragione della rilevanza dei rapporti economici che coinvolgono le tre nazioni nel quadrante afghano. Si tratta però di agire in fretta, prima che sia troppo tardi.



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