Agricoltura biologica e biodinamica: Elena Cattaneo replica a Piero Bevilacqua

Qualità dei prodotti, resa dei terreni e impatto ambientale delle coltivazioni bio. La senatrice a vita risponde punto per punto alle contestazioni di Piero Bevilacqua.

Elena Cattaneo

Gentile direttore,
nelle scorse settimane, a partire da un mio intervento in Senato, numerose testate – fra cui la sua – hanno ospitato diversi interventi sull’inopportunità di approvare una legge dello Stato contenente un riferimento preferenziale all’agricoltura biodinamica. La legge in questione riguarda l’agricoltura biologica ed è attesa da anni da una parte del mondo agricolo. Il dibattito si è arricchito di autorevoli interventi: contro l’ipotesi di veder legittimato il pensiero magico nel nostro ordinamento si sono mobilitate molte organizzazioni agricole e società scientifiche, come l’Accademia dei Lincei, la Società italiana di tossicologia (Sitox), il Gruppo 2003, che raccoglie i più citati scienziati italiani su riviste scientifiche internazionali, l’Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie (Aissa), l’Accademia nazionale dell’Agricoltura (Ana), la Federazione Italiana delle Scienze della vita (FISV) che da sola rappresenta almeno 5000 scienziati, l’Unione nazionale delle Accademie per le scienze agrarie (Unasa), l’Accademia nazionale delle scienze, l’Accademia dei Georgofili, le rappresentanze Confagricoltura di Mantova, di Milano-Lodi, della regione Toscana e molte altre, le commissioni Sanità e Agricoltura del Consiglio regionale della Puglia, oltre a 34mila tra specialisti e cittadini che hanno firmato una petizione su Change.org promossa da autorevoli studiosi.

A favore del mantenimento delle pratiche esoteriche della biodinamica nella legge si è invece recentemente espresso su queste pagine il professor Piero Bevilacqua, storico, scrittore e saggista, già ordinario di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma e docente presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo patrocinata da Slow Food, il quale ha inviato una replica ad alcune mie dichiarazioni contenute nell’intervista del 31 maggio scorso firmata dal professor Silvano Fuso.

Nel ringraziare MicroMega per lo spazio messo a disposizione, vorrei commentare l’affermazione conclusiva del professor Bevilacqua secondo cui “c’è poco di scientifico nell’imprudenza con cui la Cattaneo interviene su temi che non conosce”. Questo mi dà l’occasione per sottolineare come io, in effetti, non sia in alcun modo coinvolta direttamente né come ricercatrice, né come operatrice o “affiliata” del settore, sul tema dell’agricoltura; studio però l’argomento da anni perché ritengo che rappresenti una delle maggiori sfide scientifiche, culturali, sociali, politiche ed economiche dei prossimi decenni. E ho scelto di studiarlo analizzando le fonti e ascoltando chi di quel settore è esperto: gli agricoltori che ogni giorno “scendono in campo” permettendo a noi tutti di trovare in mercati e nei supermercati prodotti di qualità in quantità inimmaginabili per i nostri nonni; gli studiosi dei nostri centri di ricerca che studiano come ridurre o eliminare la necessità di utilizzare in campo fitofarmaci per difendere le colture da nemici temibili come i funghi patogeni che producono micotossine (aflatossine, fumonisine, tricoteceni, ecc.) fortemente tossiche e cancerogene per l’uomo e gli animali domestici; gli imprenditori che, impegnandosi per un minor consumo di suolo, vorrebbero poter produrre più cibo, di qualità sempre migliore, in maniera sempre più sostenibile (e magari anche ridurre le importazioni da altri Paesi). È grazie a un dialogo che dura ormai da anni con questi interlocutori che sto raccogliendo un corpus di conoscenze “laiche” sulla materia, al di fuori di “narrazioni” ideologiche e grandi e piccoli interessi commerciali.

Ritengo inoltre di dover premettere che il professor Bevilacqua, nelle sue repliche, continua ad evitare l’oggetto preciso del dibattito nato intorno al mio recente intervento in Senato: in quell’occasione, chiamata ad esaminare e poi votare il DDL 988 sull’agricoltura con metodo biologico, ho presentato tre emendamenti per eliminarne i riferimenti espliciti all’agricoltura “biodinamica” e alla sua equiparazione, ai fini di quella legge, con l’agricoltura biologica. Il motivo? Evitare al Parlamento di sdoganare in una legge dello Stato il pensiero magico e le pratiche esoteriche, peraltro codificate prevalentemente da una multinazionale privata, alla base dei “preparati fondamentali” della biodinamica. Preparati alla cui efficacia lo stesso professor Bevilacqua ha recentemente scritto di non credere, ma senza i quali è impossibile ottenere la certificazione di “biodinamica” dalla stessa multinazionale di cui sopra. Il punto politico da me posto, quindi, si concentra sull’opportunità di legittimare “cornoletame” ed “energie astrali” per via parlamentare nell’ordinamento del Paese che presiede il G20. Preciso che, anche eliminando il termine “biodinamica” dalla legge, ognuno resterebbe libero di praticare l’agricoltura biologica, ottenendo le relative certificazioni, e di aggiungervi qualunque rituale magico desideri (purché non in contrasto coi disciplinari biologici o altri regolamenti), senza però vederlo riconosciuto “in quanto tale” con un esplicito richiamo in una legge dello Stato, né godere di poltrone ad hoc al tavolo tecnico ministeriale che quella legge istituisce, né disporre delle risorse pubbliche stanziate dalla stessa legge per la promozione di quei rituali, in quanto “equiparati” al biologico.

Fatte queste premesse, ritengo possa essere utile al lettore di MicroMega completare le affermazioni del professor Bevilacqua con alcune considerazioni, oltre a quelle già formulate dal professor Fuso nella replica del 9 giugno scorso.

1. Il professor Bevilacqua cita lo “scienziato” tedesco Ehrenfried Pfeiffer quale agronomo che diede una base scientifica e sperimentale all’agricoltura biodinamica. È opportuno ricordare che lo stesso Pfeiffer è stato padre della (imbarazzante) teoria della “cristallizzazione sensibile” secondo la quale la forma assunta dai cristalli di cloruro di rame aggiunti ad un campione di sangue darebbe indicazioni circa lo stato di gravidanza o la presenza precoce di un tumore. Questo, come ha ben spiegato anche il prof. Fuso su queste pagine il 9 giugno, non fa altro che confermare i fondamenti pseudoscientifici dell’agricoltura biodinamica, ampiamente richiamati nel mio intervento in Senato del 20 maggio scorso. Del resto, lo stesso Pfeiffer – prima autista e poi studente di Rudolf Steiner – non si può considerare una fonte indipendente, per quanto riguarda la validità delle teorie “biodinamiche”.

2. Le parole del professor Bevilacqua sulle “conseguenze enormi sul piano della qualità dei prodotti” citate come differenze di fondo tra l’agricoltura biologica e “industriale” ricordano le campagne di comunicazione delle associazioni di lobbisti del biologico (i cui toni, peraltro, non sono necessariamente condivisi da tutti i produttori biologici, che trovo spesso ben più cauti) che hanno accompagnato l’elaborazione del disegno di legge oggi in discussione, con slogan come “NO AI PESTICIDI, SÌ AL BIOLOGICO”, dipingendo come potenziali “avvelenatori” gli imprenditori agricoli che praticano l’agricoltura integrata.

Uno spiacevole attacco alla professionalità, alla dedizione e alla preparazione di tanti imprenditori onesti e competenti, alla qualità dei loro prodotti, al loro impegno per l’innovazione e per la sostenibilità. Credo sarebbe invece particolarmente importante, da parte delle istituzioni, riconoscerli e sostenerli, considerando anche l’importante ruolo che svolgono nell’economia del nostro Paese. La realtà è che i prodotti dell’agricoltura italiana – integrata o biologica – hanno tutti una salubrità eccellente. Lo testimoniano le analisi che le agenzie deputate alla sicurezza alimentare compiono ogni anno su decine di migliaia di campioni. Il nostro cibo è sano, rispetta ogni norma e, nei casi in cui siano presenti residui misurabili di fitofarmaci (biologici o di sintesi) o erbicidi, i valori sono centinaia o migliaia di volte inferiori alla dose minima ammissibile (ADI).

A questo proposito, vorrei anche citare le parole di Maria Chiara Gadda di Italia Viva, prima firmataria della legge sul biologico approvata in Senato il 20 maggio. L’On. Gadda, durante un’audizione alla Camera nel novembre 2020, ha dichiarato infatti: “Il consumatore associa in maniera molto rilevante il concetto di ‘biologico’ al concetto di ‘benessere’, ma è un’associazione che fa il consumatore (…) non c’è però necessariamente un nesso, un collegamento diretto rispetto al tema del biologico”. Anche il Ministero della Salute, nelle sue linee guida 2020 alla ristorazione pubblica ospedaliera assistenziale e scolastica, chiarisce che – cito testualmente: “diversi sono gli studi scientifici che hanno valutato i potenziali benefici nutrizionali per la salute dell’uomo derivanti dal consumo di alimenti biologici rispetto a quelli non biologici” per concludere che “dai risultati ottenuti si evince che nutrizionalmente il cibo di produzione biologica non presenta differenze significative”. In sintesi, i consumatori italiani devono fare tesoro di queste importanti informazioni: da un punto di vista nutrizionale i prodotti da agricoltura integrata e quelli certificati biologici si equivalgono.

3. Nei suoi interventi, il professor Bevilacqua ritorna sulla (non nuova) narrazione dell’agricoltura biologica priva di “concimazione chimica”. Posto che la definizione “chimica” è quantomeno imprecisa (tutto ciò che ci circonda, infatti, ha una composizione chimica), il professore sembra ignorare che in agricoltura biologica si usano e autorizzano fitofarmaci a volte più pericolosi per l’uomo, per la fauna e per l’ambiente rispetto ai corrispondenti di sintesi (suggerisco di guardare e paragonare i pittogrammi di pericolo degli uni e degli altri riportati su ogni confezione). Eppure, le regole del biologico vietano a priori gli agrofarmaci di sintesi, anche nei casi in cui consentirebbero un uso più mirato, quindi meno trattamenti e su superfici minori, impattando meno sull’ambiente. Ricordo poi che, se l’azoto per fertilizzare il terreno non può venire da una “reazione chimica” (ideologicamente esclusa dai protocolli biologici), andrà ricavato da derivati della zootecnia come letame e farine animali fatte con scarti di macellazione. Sarebbe interessante chiedere al professore se sappia quale percentuale di tali composti usati in agricoltura biologica e biodinamica provenga da allevamenti convenzionali (largamente nutriti, tra l’altro, con mangimi e foraggi ottenuti utilizzando prodotti di sintesi). Se infatti è vero che nei “disciplinari” della multinazionale privata Demeter, principale certificatrice mondiale della biodinamica, si menziona l’uso di letame e derivati animali autoprodotti, o comunque provenienti da allevamenti bio, è altrettanto vero che tale prescrizione non rappresenta un obbligo. Ciò perché l’enorme “fame di azoto” delle colture non riesce a essere soddisfatta dal mondo del biologico, se non con un robusto apporto da parte dell’allevamento convenzionale. A meno di non voler lasciare a prato di trifoglio – che non richiede azoto – ettari ed ettari di terreno, per qualche anno di seguito, ma in tal caso il professor Bevilacqua ci dovrebbe spiegare quali terreni dovremmo coltivare in alternativa per continuare a poterci nutrire come prima. Su questo punto, lo stesso professor Fuso, che ha una competenza specifica sull’argomento, ha spiegato in modo approfondito.

4. Sulla questione delle rese, il professor Bevilacqua cita un articolo del 2002 che conosco bene, uscito su Science, rivista scientifica sulla quale pubblico, oltre a seguirla settimanalmente. Così come seguo la pubblicazione di altri resoconti sperimentali (de Ponti e collaboratori del 2012; Muller e collaboratori del 2017; pubblicati rispettivamente su Agricultural Systems e su Nature Communications). Gli studiosi di scienze agrarie da me consultati mi hanno confermato un dubbio che avevo rispetto a un grande limite di quegli studi, che il professore sembra non considerare: in essi si riportano risultati ottenuti in campi sperimentali costituiti da piccole parcelle (appena 200 metri quadrati nel caso dell’articolo di Science), ove è raro, per non dire impossibile, che si realizzi la compresenza dei problemi che in pieno campo concorrono a dar luogo a cali di resa ben più rilevanti. Lo stesso professor Fuso nella sua replica ha evidenziato le contestazioni ricevute, in questi 19 anni, dall’articolo in questione. Dalle analisi condotte da diversi autori (tra tutti, richiamo per il lettore l’articolo di Kravchenko del 2017, pubblicato sui Proceedings della National Academy of Sciences USA) emerge come tali tipi di studi parcellari non siano assolutamente in grado di contemplare le minori rese dell’agricoltura biologica dovute ai tre fattori il cui impatto è pienamente misurabile solo in pieno campo: (i) il diserbo, insufficiente a contenere in modo efficace la flora infestante; (ii) la difesa fitosanitaria, inadeguata a contrastare gli effetti negativi di parassiti e patogeni e (iii) la nutrizione, inadeguata per tempi e modi di fornitura dei nutrienti. Gli elementi sopra riportati, ben conosciuti da agronomi e imprenditori agricoli che operano in pieno campo, dovrebbero indurci a riflettere approfonditamente circa la china sulla quale il nostro Paese (e l’Europa) sta avviandosi in questo settore. Resta inteso che il ruolo della scienza sia quello di fornire prove, scenari e probabilità sui quali ragionare, mentre la decisione finale spetta sempre alla politica; tuttavia, in agricoltura come in ogni altro ambito, è necessario assicurarsi che le prove a disposizione dei decisori politici siano quelle più significative per l’interesse generale di tutti i cittadini piuttosto che per gli interessi particolari di singoli gruppi. Interessi particolari che, comunque, rientrano nel pluralismo proprio di una moderna democrazia, ma devono in tal caso essere dichiarati, visibili, motivati e tracciabili.

Inoltre, non posso fare altro che segnalare come, pur collaborando strettamente con le organizzazioni di produttori biologici, il Ministero delle politiche Agricole non abbia mai reso disponibili i dati sulle rese ettariali del biologico italiano. Sappiamo che le terre coltivate a bio in Italia sono il 16% della superficie agricola utilizzata totale. Ma quanto producono? In assenza di questi dati, qualunque confronto sull’impatto ambientale dell’agricoltura biologica rispetto a quello dell’integrata perde di senso: l’informazione rilevante per i consumatori e per l’ambiente, infatti, è prima di tutto quanta terra serva per ottenere la stessa quantità di raccolto con diversi metodi. Questo dato è lungi dall’essere trascurabile.

Comunque, per chi – è il caso di dirlo – sa guardare oltre il proprio “orticello” e vive la scienza su scala mondiale non è difficile trovare all’estero qualche dato in più. Anche io li ho cercati e verificati con gli esperti con cui sono in contatto. Dai dati statistici statunitensi, francesi e indiani, emerge che il biologico, rispetto al convenzionale, presenta cali di resa che vanno dal 20 al 75% a seconda della coltura (Francia, dati 2007-2015: -68% per il grano tenero; Stati Uniti, dati 2014: -38% per frumento, -32% per soia, -35% per mais e orzo, -74% per patata, -42% per pomodoro). Particolarmente significativi i dati, già citati da altri studiosi, raccolti nel 2016 dal Dipartimento di Agricoltura del Sikkim, Stato federato dell’India nel quale l’agricoltura è stata recentemente tutta convertita al biologico. Ebbene, la produzione di riso, frumento e leguminose da granella era calata del 56% rispetto al decennio precedente rendendo lo stato fortemente dipendente dall’esterno per la propria sicurezza alimentare. Studiosi delle politiche economiche legate all’agricoltura su scala globale mi spiegano anche che il divario nelle rese ettariali nello stato del Sikkim rispetto al vicino Punjab (dove nel 2016 non era avvenuta una simile conversione al biologico) è davvero notevole: -56% per il riso (1,8 t/ha contro 4,1), -81% per il frumento (1,1 t/ha contro 5,7), -71% per l’orzo (1,1 t/ha contro 3,7), -54% per il mais (1,8 t/ha contro 3,8) e -81% per le patate (4,9 t/ha contro 26,0). In altre parole, poter mangiare, nello Stato del Sikkim, rischia di essere privilegio di pochi. Si vede bene che le basse rese rendono le aziende agricole sempre più dipendenti da input esterni.

5. Restando al tema delle rese, se i portatori d’interesse del bio in Italia diffondessero i dati reali delle rese per ettaro, potremmo ragionare a partire da questi ultimi; dal momento però che tali dati, come sopra indicato, restano indisponibili, possiamo solo ipotizzare un calcolo a partire da quelli francesi. Poniamo quindi di voler convertire l’intera produzione di grano italiana a biologico: se un ettaro di terreno coltivato con tale metodo ha un minor impatto ambientale rispetto a un ettaro coltivato in altro modo, ma rende meno della metà, va da sé che per evitare la sparizione di metà del grano prodotto nel Paese dovrò prevedere di coltivare più del doppio delle terre. Il professor Bevilacqua ha stimato l’impatto ambientale di un simile scenario? Peraltro mi chiedo se il professore sia al corrente del fatto che una percentuale consistente dei terreni italiani (e in Europa) certificati biologici sono prati e pascoli convertiti a bio, per i sussidi che garantiscono, ma che non producono nulla di più e di diverso, e non richiedono trattamenti diversi rispetto a prati e pascoli non-bio. Spesso sento vantare – anche in Parlamento – il traguardo raggiunto in Italia del 16% di terreni coltivati a biologico, ma senza mai approfondire cosa si coltivi, di biologico, su quei terreni, in modo diverso da un approccio integrato.

A tale proposito, sul Journal of Environmental Management del dicembre 2012 è stata pubblicata una meta-analisi, svolta su 71 studi di valutazione dell’impatto ambientale delle produzioni bio e convenzionali in Europa. Gli autori, Tuomisto e collaboratori, hanno evidenziato come l’agricoltura bio comporti quasi un raddoppio della richiesta di terra (+84%) rispetto al convenzionale per produrre la stessa unità di prodotto. In sintesi, la conversione su larga scala all’agricoltura biologica comporterebbe quindi o una riduzione della produzione alimentare, impensabile di fronte alla crescita della popolazione mondiale, oppure la messa a coltura di nuove aree con distruzione di habitat naturali e perdita di biodiversità. Tra l’altro, sappiamo che la conversione di nuovi territori da naturali ad agricoli implica sempre la “liberazione” e quindi l’emissione in atmosfera di grandi quantità di CO2 stoccata nei suoli e nella vegetazione arborea ed arbustiva. Un’agricoltura efficiente nell’uso della terra, viceversa, potrebbe consentire di salvaguardare più aree naturali o di destinarle ad altri scopi che non siano la produzione di alimenti.

In conclusione, non posso che ribadire la mia convinzione che occorra superare ogni ideologia o “protocollo” di certificazione rigido e ogni approccio univoco e indifferenziato di quel che è giusto fare o non fare in agricoltura, per arrivare a una sostenibilità “laica e scientificamente fondata”, che utilizza tutti gli strumenti messi a disposizione dalla scienza e dalla tecnologia (da quelli più antichi a quelli più innovativi), scegliendo di volta in volta, a seconda del terreno, dell’azienda, della situazione, del tipo di coltura quelli più adatti per tutelare la sicurezza alimentare presente e futura di tutti noi, nel rispetto dell’ambiente e del buon senso. Credo sia questo il modello di sostenibilità economica, sociale e ambientale da perseguire nell’interesse di tutti i cittadini.

(Elena Cattaneo è Docente della Statale di Milano e Senatrice a vita)



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