Agricoltura biodinamica: qualche risposta alla Cattaneo

Nel suo dileggio della pratica biodinamica Elena Cattaneo ignora del tutto l’enorme impatto dell’agricoltura industriale sull’ambiente. Un intervento di Piero Bevilacqua in risposta all'intervista alla senatrice a vita pubblicata su MicroMega online.

Piero Bevilacqua

Ammettiamo pure che i preparati biodinamici dileggiati dalla Cattaneo siano pura stregoneria. Che cosa accade in concreto nelle aziende agricole in cui vengono applicati? Quali danni producono alla terra? In realtà tanto il corno letame, sciolto in acqua e spruzzato al suolo, che il compost da cumulo – le pratiche dominanti di fatto nelle aziende biodinamiche – vengono utilizzati per fertilizzare la terra, per iniziare il ciclo produttivo arricchendo il suolo di sostanza organica.

Che cosa avviene nelle aziende ad agricoltura industriale? Si sparge il concime chimico, poi si ara e si semina, più avanti, al primo spuntare delle piantine, si ricorre ai diserbanti, per impedire la crescita di erbe spontanee e infine, se insorgono malattie fungine o arrivano i parassiti, si ricorre ai fitofarmaci e ai pesticidi

La differenza di fondo fra le due agricolture sta tutta qui, con conseguenze enormi sul piano della qualità dei prodotti, della cura del suolo e dell’ambiente, del consumo di risorse, del riscaldamento climatico che la Cattaneo sembra del tutto ignorare.

Ricordo che gli agricoltori biodinamici non si sono fermati a Rudolf Steiner e alle sue lezioni di Antroposofia, ma hanno tratto insegnamenti dagli studi scientifici sull’humus che in Germania sono fioriti per tutta la prima metà del ‘900. In un ambiente culturale fecondato dalla nascita della chimica agraria ad opera di Justus von Liebeg e anche per opposizione alla teoria mineralogica, lo studio del suolo è diventato il cuore della ricerca agronomica. Una tendenza accresciuta da ciò che nei primi anni ‘30 accadde negli USA, dove le Grandi Pianure dell’America centrale, un tempo pascoli poi coltivati a grano, furono spogliate del loro top soil per la siccità e le tempeste di vento (Dust bowl), mettendo in ginocchio l’agricoltura di interi Stati.

L’agronomo che diede una base scientifica e sperimentale all’agricoltura biodinamica è stato Eherenfried Pfeiffer, che ha operato non solo in Germania, ma anche in Olanda, in Gran Bretagna e negli USA. E il principio teorico di base più rilevante che egli ha elaborato, soprattutto con la sua opera maggiore, La fertilità della terra (1938) è che “il terreno agricolo è un essere vivente” e che “la salute delle piante dipende dalla salute del terreno, dalla sua fertilità”. Un assunto cui ha ubbidito lavorando sul campo per produrre il compost, il fertilizzante naturale, realizzato attraverso la decomposizione controllata dei rifiuti organici. Una pratica millenaria poi arricchita di prove sperimentali e conoscenze scientifiche. Ricordo che nel celebre episodio dell’Odissea in cui l’eroe ritrova il cane Argo, l’animale giace su un cumulo di letame, poco fuori le porte di Itaca, “perché poi lo portassero i servi a concimare il grande terreno di Odisseo”.

Dunque pratica dei biodinamici è quella di una agricoltura circolare, nella quale si cerca di limitare al minimo gli input esterni, conservando la base stessa della pratica agricola: la fertilità del suolo.

Una ricerca pubblicata non su un rotocalco di provincia, ma su Science il 31 maggio 2002, (P. Maeder e altri, Soil fertility and biodiversity in organic farming) che comparava 21 anni di raccolti di aziende biodinamiche, biologiche e convenzionali mostrava un meno 20% di prodotto delle prime, ma meno tra 33% e 53% di consumo di energia e fertilizzanti e meno 97% nell’uso di pesticidi.

Che cosa accade invece al suolo nell’agricoltura industriale? La prolungata concimazione chimica – a cui si sono aggiunti negli ultimi decenni i diserbanti – ha col tempo effetti a cascata di distruzione e degenerazione molteplici. Il terreno con gli anni si riempie di metalli pesanti, perde sostanza organica, diventa un habitat artificiale in cui le piante si ammalano facilmente rendendo necessario il ricorso ad altra chimica in fitofarmaci e pesticidi.

La qualità dei prodotti agricoli (ortaggi, frutta ecc.) degrada perché le radici non si nutrono più di sostanza organica con tutta la sua ricchezza e biodiversità di microflora e microfauna, ma dei sali minerali dei fertilizzanti. Naturalmente se il luogo dove si produce il cibo per gli uomini diventa così alterato, non solo si danneggiano le falde idriche, si uccidono uccelli ed insetti impollinatori, ma, come ha ricordato l’Agenzia Europea dell’Ambiente, la contaminazione del suolo per l’uso dei fertilizzanti chimici e i residui dei fitofarmaci “può entrare nella catena alimentare, minacciare la salute umana, risultare tossica per gli organismi viventi che vi dimorano” (The European environment. State and outlook 2020.Knowledge for transition to a suastainable Europe, 2020).

Non è tutto. Il suolo, considerato dall’agricoltura industriale un mero supporto neutro, privato di sostanza organica, diventa soggetto a processi di erosione irreversibile. Dunque, un ecosistema, risultato della decomposizione millenaria della roccia madre, diventa sterile e accresce il processo di desertificazione su cui esiste una letteratura scientifica vastissima. Mi limito a L. R. Brown, Un mondo al bivio. Come prevenire il collasso ambientale ed economico, Edizione italiana a cura di G. Bologna, Edizioni Ambiente, Milano 2011, p. 70.

Oggi sappiamo che, dopo gli oceani, il suolo è il più grande deposito di carbonio del pianeta,

che l’agricoltura industriale lo disperde nell’aria in forma di CO2, che con tutto il suo apparato produttivo, insieme agli allevamenti intensivi, è responsabile di almeno il 30% del riscaldamento globale. Il panel intergovernativo dell’ONU che si occupa di clima ha scritto: “La degradazione del terreno è un vettore (driver) del riscaldamento climatico attraverso l’emissione di gas serra e la riduzione del tasso di carbonio catturato” (IPCC, Special Report.Climate Change and Land, 2017).

Infine l’agricoltura industriale si regge su un bilancio energetico drammaticamente passivo. Ricordo ai non addetti che per concimare chimicamente il terreno si scavano e devastano vasti territori per estrarre fosfati o potassio e si consumano immense, crescenti quantità di petrolio. Una statistica che ha comparato la produzione in grano a livello mondiale tra il 1950 e il 1985 ha mostrato un incremento produttivo del 250%, percentuale notevolissimma, ma gli input energetici che l’hanno resa possibile, negli stessi anni, sono cresciuti del 5000% (D.A.Pfeiffer, Eating fossil fuels, 2006, p.7).

E allora, su che basi la Cattaneo afferma che i prodotti da agricoltura biologica “non hanno migliori caratteristiche nutrizionali, né hanno migliore cura dell’ambiente”? Ne hanno i prodotti dell’agricoltura integrata da lei propugnata? Un modello agricolo che si limita ad attenuare il peso della chimica e degli input esterni nella produzione, ma è tutta interna al paradigma dell’agricoltura industriale e capitalistica cui abbiamo accennato.

E come fa a sostenere che i prodotti biologici “non hanno nulla di più se non il prezzo”? Non sa la senatrice che i prezzi commerciali, soprattutto di beni agricoli, dipendono solo in parte dai produttori? E ignora che i prezzi competitivi dell’agricoltura industriale sono ottenuti dalla grande distribuzione strozzando i produttori agricoli, svalutando il lavoro, spesso riducendo al minimo i loro redditi? Non sa quanti costi ambientali sono nascosti in quei prezzi? Non la riguarda che gli ortaggi e la frutta meno cari sul mercato sono il frutto del lavoro semischiavile dei migranti, diventato ormai un fenomeno mondiale? Quelle figure sociali per la cui difesa la senatrice Cattaneo non ha mai speso un’oncia del suo prestigio?

Come ho sostenuto sul Manifesto del 2 giugno, la Cattaneo è esponente di una scienza vecchia, quella che ha guardato all’agricoltura come un settore produttivo qualunque, impegnato a produrre sempre di più a costi decrescenti, senza considerare che essa opera in un ecosistema, consuma risorse talora irriproducibili, inquina acqua, suolo e aria, altera il clima, danneggia il mondo vivente. Una nuova scienza oggi orienta l’agricoltura del futuro: l’agroecologia, una pratica economica consapevole degli equilibri naturali in cui opera e che guarda al cibo non come a una merce, una commodity industriale, ma come un bene comune (M. A. Altieri e altri, Agroecologia. Una via percorribile per un pianeta in crisi, Edagricole Milano 2020).

Infine non posso tacere che c’è poco di scientifico nell’imprudenza con cui la Cattaneo interviene su temi che non conosce. Quali sono i suoi studi in questo campo? Con quanta ingenuità la si applaude senza chiederle conto di qualche referenza scientifica. Io studio l’agricoltura e la sua storia da 40 anni e non mi sono mai sognato di aprir bocca sulle cellule staminali.

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