Agroecologia, agricoltura biologica, ricerca

Una riflessione intorno al dibattito sulla nuova legge, per superare contrapposizione manichea tra agricoltura industriale e agricoltura biologica (e biodinamica).

Giacomo Sartori

Agricoltura e ambiente
Nel dibattito in corso attorno alla nuova legge sull’agricoltura biologica, mi stupisce la contrapposizione manichea tra agricoltura industriale e agricoltura biologica (e biodinamica), quasi fossero due cittadelle senza alcuna connessione, e non piuttosto due poli di una stessa realtà agricola attraversata da problemi comuni, che sono sempre più chiaramente sotto gli occhi di tutti gli addetti al settore. E l’astrattezza di molte argomentazioni. Nell’ambito di una residenza di scrittura creativa sul tema della terra e del paesaggio, a cavallo quindi tra letteratura e scienza, che mi è stata attribuita quest’anno nel Santerre, in Piccardia, zona fertilissima di agricoltura tra le più intensive del mondo, ho avuto modo di parlare approfonditamente con agricoltori dei due campi. Quando ho incontrato un grosso produttore di patate (cinquecento ettari!), con impressionanti macchinari e impianti di refrigerazione, mi ha stupito trovarmi di fronte un uomo ben cosciente dei danni provocati dai metodi di coltivazione che usava, scempi che lui stesso citava, a partire dall’erosione idrica (legata all’accorpamento sconsiderato dei campi), l’inquinamento delle falde, e la perdita di sostanza organica dei suoli. Un uomo intelligente umiliato da entrate che non coprono più i costi di produzione sempre più alti (le sue patate l’anno scorso, a causa della chiusura dei ristoranti per il covid, sono state pagate cinque centesimi, cinque, al chilo), alla ricerca di alternative – ora provava con le carote -, rattristato che i suoi figli non intendessero rilevare l’azienda, impaurito dal futuro. E quando per converso ho incontrato il preparatissimo e molto militante conduttore di una azienda biologica, quasi al limite dell’indigenza (nonostante i suoi quaranta ettari in affitto), mi sono stupito come deliberatamente evitasse di opporre agricoltori industriali e biologici, considerando che anche tra i primi ci fossero adesso persone aperte e disponibili a provare metodi meno impattanti sull’ambiente. Quando in certi casi la conversione al biologico ha motivazioni puramente economiche. La realtà è che molti agricoltori convenzionali/industriali europei sono molto scontenti, da anni vedono i loro redditi erodersi drasticamente, nonostante le ingenti sovvenzioni (che costituiscono un terzo del bilancio dell’Unione), in una corsa affannata, sempre più costosa (più pesticidi, più fertilizzanti, più macchinari…) a massimizzare le rese a ettaro, a scapito della qualità. E sempre più difficilmente questi coltivatori possono essere insensibili alle critiche ai metodi che usano. Sono anzi spesso i primi, mentre aumentano i fenomeni climatici estremi, a rendersi conto che qualcosa non va. Il tasso di suicidi tra gli agricoltori francesi è altissimo.

Succede anche in Italia, dove le aziende sono in media piccole o molto piccole, e dove è quindi forse più appropriato parlare di agricoltura convenzionale. Per esempio, nella (ex) molto ricca Valle di Non, per restare alla mia regione di origine, dove i meleti riempiono fino all’ultimo centimetro disponibile (la terra vale come l’oro), e le tecniche agronomiche, a cominciare dalla “difesa fitosanitaria” (gli organismi pubblici invitano a evitare il più appropriato “pesticidi”, negativo per l’immagine), sono molto spinte, pur disponendo della certificazione “agricoltura integrata”. Anche lì però le entrate non coprono quasi più le spese, vista la concorrenza di altri Paesi, anche lì la pressione degli abitanti contro l’uso dei pesticidi è sempre più pressante, anche lì si parla sempre di più di tumori professionali legati all’uso di questi ultimi, anche lì l’immagine dei prodotti che vanno sul mercato è sempre meno difendibile, messa in discussione negli ultimi anni anche da servizi televisivi molto influenti. E la leggendaria qualità organolettica, che rendeva unici i prodotti, e più competitivi, si è persa per strada.

La realtà è che l’agricoltura convenzionale/industriale ha bisogno di sempre più input, a mano a mano che gli apporti in uso non sono più efficaci, e crea danni devastanti all’ambiente. Le falde della metà del territorio francese, paese per eccellenza di agricoltura avanzata, non sono potabili, per l’accumulo di nitrati e/o di pesticidi, compresi alcuni vietati ormai da decenni. E in Italia l’ISPRA rileva tracce di pesticidi in due terzi, valore in aumento, dei punti di monitoraggio delle acque superficiali. Estinzioni e danni apocalittici, non si può usare altra parola, per quanto riguarda la diminuzione degli insetti negli ultimi trent’anni, che si porta dietro quella degli uccelli, e dei pronubi, necessari per l’impollinazione delle piante. Con conseguenza che nessuno può prevedere. Danni irrimediabili legati alla concentrazione delle coltivazioni su pochissime specie e varietà, con la conseguente perdita in pochi decenni di gran parte dell’immensa biodiversità delle colture. Danni irrimediabili (erosione idrica o eolica), o molto gravi (perdita di sostanza organica, inquinamenti a lungo corso, compattazione), anche al suolo, il fragile supporto pullulante di vita – perché non si tratta di un semplice substrato minerale, la natura è sempre complessa, e i suoi equilibri sono spesso fragili – che permette l’esistenza stessa dell’agricoltura. Per tutte queste affermazioni non cito la bibliografia, sempre più abbondante, solida, incontrovertibile, è sufficiente fare riferimento ai rapporti ufficiali della FAO, dell’Unione Europea e di tanti organismi internazionali e nazionali.

Dire che questo tipo di agricoltura è insostenibile non è un giudizio di ecologista, è prendere atto che – ricalcando il significato letterale del tempo – essa non può perdurare nel tempo. Essa mina infatti a passi di corsa le condizioni che l’hanno resa possibile per una brevissima frazione del lasso temporale che ci separa dalle prime coltivazioni nel Neolitico. Di questo passo domani non si potrà produrre quello che si produce oggi, quali che siano i progressi delle tecnologie. È dire che essa non permette le necessarie riduzioni dell’utilizzo di energie fossili e delle emissioni di gas a effetto serra (l’agricoltura contribuisce in modo determinante alle emissioni totali). Per non parlare delle caporetto sanitarie in cui incappano prima o poi la maggior parte delle colture spinte all’eccesso: in Valle di Non pochi anni fa si è dovuto reimpiantare gran parte dei meleti, con costi enormi (varie decine di migliaia di euro per ettaro), per una devastante fitopatologia (“scopazzi del melo”). E poi c’è il capitolo dei residui dei pesticidi negli alimenti, sulla cui pericolosità i sospetti e le prove sono sempre più stringenti, si veda il recentissimo rapporto (2021) dell’INSEE francese. Sostenere che i prodotti agricoli sono sanissimi solo perché nella maggior parte dei casi si è sotto le soglie di legge, tacendo la quasi totale mancanza di conoscenze riguardo alla reale pericolosità (in particolare per gli effetti cumulati e le interazioni) è scientificamente imprudente, per dirla con un eufemismo.

Se molti addetti del settore e le loro organizzazioni di categoria sembrano non vedere queste ben documentate impasse (che sempre più ne macchiano l’immagine anche per il grande pubblico) e la difendono a spada tratta, va considerato che la loro priorità è quella di difendere costi quello che costi i redditi degli agricoltori (56% dei coltivatori hanno più di 55 anni). Cosa più che comprensibile, viste le grandi difficoltà del settore sopra citate. Mi stupisce che delle persone di scienza, che appunto per formazione sono abituate a basarsi sull’osservazione rigorosa dei fenomeni e sulla letteratura scientifica, quali la professoressa Cattaneo, possano minimizzarle o metterle in sordina, ergendosi allo stesso tempo a imparziali conoscitori del settore. Quando la stessa Unione Europea si è vista costretta a mettere a punto il suo coraggioso “green deal” (la traduzione nella pratica è molto più tiepida, viste le resistenze degli Stati e delle associazioni di categoria). E in un paese poi come l’Italia, minato dall’erosione idrica dei suoli, dalla perdita di sostanza organica degli stessi (legata alle pratiche predatorie degli ultimi decenni), che si ripercuote sulla vita biologica e sulla fertilità, dai nefasti (e irrimediabili) movimenti di terra nelle zone collinari (a cominciare dal Chianti), dalle contaminazioni di suoli e acque superficiali e profonde, e dai problemi di salinizzazione (anche qui basta rifarsi ai rapporti ufficiali). In un paese, peraltro, sempre più rivolto verso i prodotti agricoli di qualità, che non possono rispondere a logiche solo quantitative, l’esperienza insegna.

L’agricoltura biologica e i suoi detrattori
L’agricoltura biologica rappresenta una alternativa, già praticata a scala sempre più grande su molte colture diverse (in Italia siamo al 16% delle superfici coltivate), e quindi ben testata, che consente di evitare o limitare radicalmente gran parte dei danni sopra citati, riducendo drasticamente gli apporti energetici e bandendo quasi completamente quello di contaminanti (l’unica importante eccezione, sempre sfruttata dai detrattori, è il rame utilizzato come fungicida). Riesce a ottenere questi risultati sfruttando la capacità che ha la natura a autoregolarsi, puntando sulla prevenzione e le interazioni positive (come ha sempre fatto l’agricoltura fin dai suoi albori). Utilizza in particolare i vantaggi delle rotazioni agrarie, nelle quali hanno un ruolo chiave le leguminose, che hanno la capacità di fissare nel suolo l’azoto (l’elemento più importante per la crescita delle piante) contenuto nell’atmosfera, evitando quindi gli apporti di concimi azotati di sintesi (prodotti con grandi quantità di energia fossile). Il retroterra scientifico dell’agricoltura biologica, andando al di là dei marchi e delle garanzie per i consumatori, è l’agroecologia, che si prefigge, di mettere a punto dei sistemi di produzione sostenibili basati sulle funzionalità degli ecosistemi. Non va dimenticato che un campo coltivato è una porzione di natura, con intricate interrelazioni di organismi (batteri, funghi, vermi, artropodi …) e processi diversi (ciclo dell’acqua, ciclo del carbonio e degli altri elementi …), più o meno impattati dalle pratiche agronomiche, ma sempre presenti, e necessari al buon funzionamento del sistema. Meglio si conoscono i fattori abiotici e biotici in gioco, e non è affatto semplice, perché ogni porzione del territorio è diversa, e va studiata e capita, coinvolgendo specialisti delle varie discipline, meglio lo si può gestire, minimizzando rischi, danni e apporti nocivi (si veda il recentissimo e ottimo Agroecologia circolare, Edizioni Ambiente).

Gli oppositori dell’agricoltura biologica mettono l’accento sulle sue rese a ettaro, che in effetti tendono a essere minori, seppure in genere, e in particolare per le colture effettuate in Italia, non drasticamente. I suoi costi di produzione sono per converso maggiori, sostanzialmente per una superiore esigenza di manodopera (per esempio per il diserbo meccanico o manuale, visto che i diserbanti sono banditi). Non ci sono però, o sono ridottissimi, gli enormi costi ambientali dell’agricoltura convenzionale, che non è più possibile non conteggiare in qualche modo. E comunque i compensi unitari per i produttori, fatto fondamentale per la sopravvivenza delle aziende, sono superiori. Sottolineo che la fame del 9% della popolazione mondiale non dipende in alcun modo dalle rese per unità di superficie: l’Europa ha problemi cronici di sovrapproduzione. E sono le sovvenzioni alle agricolture dei Paesi ricchi che mettono in ginocchio quelle dei Paesi poveri, affamando le loro popolazioni.

È un dato di fatto che agricoltura biologica e convenzionale riflettono visioni molto diverse, o anche opposte, ed entrano spesso in conflitto. Nella mia Provincia, le autorità pubbliche e gli enti agrari hanno condotto fino a pochissimi anni fa una vera e propria lotta, miope e retriva, al biologico. E nelle recentissime trattative per la nuova politica agraria europea (PAC 2023-2027) la lotta tra le due visioni è stata cruenta, e al di là degli annunci trionfalistici di certi governi, e si è saldata in modo molto meno favorevole delle promesse per l’impostazione agroecologica e il settore biologico, fatto gravissimo alla luce dell’attuale catastrofe ambientale. Quello che le unisce, nell’attuale crisi generale, è l’assoluto bisogno di ricerca agroecologica finalizzata a mettere a punto tecniche che limitino gli impatti e producano cibi sani con il minore apporto di energia possibile. Proprio perché rifiuta le facili e indiscriminate scorciatoie rappresentate dal massiccio uso della chimica (fertilizzanti chimici e pesticidi), a lungo termine insostenibili, l’agricoltura biologica necessita sperimentazione, migliorando le tecniche della tradizione con le tecnologie oggi disponibili, provando nuove strategie e nuove strade (esattamente come ha fatto via via, nel suo secolo di vita, anche l’agricoltura industriale). Senza ricerca non può sviluppare le sue grandissime potenzialità e è destinata a chiudersi in protocolli non comprovati, senza approfittare appieno delle conoscenze in continua evoluzione. E solo con la ricerca agroecologica l’agricoltura convenzionale può diventare meno nefasta per l’ambiente e meno rischiosa per la salute.

Al di là delle contrapposizioni più intransigenti, e più lontane dalla realtà, provenienti dall’uno o dall’altro campo – le posizioni di Cattaneo, nonostante la veste imparzialmente scientifica e i toni equilibrati ne sono un esempio paradigmatico – tra le tecniche agronomiche con effetti negativi molto ridotti e quelle più devastanti, ci sono soluzioni intermedie, e non ci sono compartimenti stagni. Penso in particolare a soluzioni che dall’agricoltura biologica, per esempio in viticoltura, si sono estese a quella convenzionale. O viceversa. In ogni caso non si può mai dimenticare che l’agricoltura è per definizione una alterazione degli equilibri della natura, e quindi non vedere l’insieme dei complessi processi naturali, e considerare in particolare le fitopatologie come a sé stanti (trattabili solo con i prodotti chimici, quando si possono prevenire e/o contenere con altri metodi), o vedere lo sfaccettato problema della fertilità del suolo in termini di apporto di elementi chimici (quando è in gioco invece tutto il delicato comparto vivente del suolo, e la dinamica della importantissima sostanza organica), è sempre riduttivo e fuorviante. I potentissimi colossi dell’agrochimica lo ignorano per interesse – uno dei dati dolenti è che la ricerca del settore è pilotata dagli enormi interessi in gioco, gli eclatanti casi documentati nei dettagli sono ormai numerosi, valga per tutti l’esempio della tossicità dei neonicotinoidi per i pronubi anche a bassissime dosi – ma di fronte alla gravità della situazione noi non possiamo più permettercelo. Non a caso però le posizioni più “riduttiviste”, sono in genere espresse da scienziati – in particolare ingegneri e genetisti – che per formazione non sono abituati a osservare la natura in termini di equilibri ecosistemici, non hanno dimestichezza con i fondamenti dei processi naturali in gioco (dinamica della sostanza organica del suolo, ciclo degli elementi nutritivi, dinamica delle popolazioni degli insetti nocivi e benefici…), e ragionano come se i dettami e i modi di vedere dell’agricoltura industriale fossero dogmi assoluti, e non precetti (riduttivi) con una loro storia (in genere recente) e dei precisissimi interessi soggiacenti. Sono a conoscenza queste persone che all’origine dell’utilizzo dell’azoto di sintesi in agricoltura, che loro danno per scontato, c’è la sovrapproduzione alla fine della Prima guerra mondiale, quando le bombe non servivano più, e l’enorme pressione delle industrie chimiche per imporli in agricoltura? Conoscono la genesi degli insetticidi cloro derivati e fosforganici, anch’essi usati inizialmente per scopi militari, e poi riciclati a fini di lucro in agricoltura?

Lodo di Cattaneo il suo sforzo di documentarsi, ma è evidente che è estranea alla larghezza di vedute di un approccio ecologico (o più precisamente “agrosistemico”), che tenga presente tutte le variabili ambientali, comprendendo quelle biotiche (la microflora, la flora e la fauna), e il loro interagire con gli interventi antropici. E non conosce l’agricoltura mondiale, o meglio le agricolture mondiali (non esiste solo quella che noi diamo per scontata). Cade quindi in continue semplificazioni, che mettono assieme pretestuosamente piani diversi (le rese, la fame nel mondo, la disponibilità di suolo a livello mondiale, l’economia …), ricalcando vulgata molto diffuse, ma senza fondamento. Non ho modo qui di trattarle una per una, ma credo che sarebbe importante che qualcun altro lo faccia, proprio per ridare al dibattito il fiato che ha in altri Paesi, come ci domandano le sfide che abbiamo davanti. La realtà è che l’agricoltura è una brutta bestia, e pur forti delle nostre tecnologie abbiamo da imparare da approcci diversi, dal passato, e perfino da certe tecniche antiche in uso nei paesi poveri. Con molta umiltà.

E non è certo spulciando la bibliografia alla ricerca di prove delle diminuzioni delle rese per ettaro nell’agricoltura biologica – chiunque conosca un po’ l’agricoltura mondiale sa che le rese per unità di superficie dipendono da molti fattori, e possono essere altissime anche in agricolture considerate molto arretrate, e non meccanizzate, o in alcune pratiche artigianali della permacultura, e viceversa sono spesso relativamente basse in agricolture estremamente industrializzate, contrariamente a quello che si pensa (invito a leggere “Famine au sud, mal bouffe au nord”, 2012 di Marc Dufumier, uno dei maggiori conoscitori dell’agricoltura mondiale nel suo complesso), che si può impostare il discorso in modo approfondito e proficuo. E nemmeno minimizzando l’importanza dell’agricoltura biologica italiana sottolineando che una grossa fetta è rappresentata da prati pascoli, quasi questi non contassero nulla, e non fossero essenziali per la biodiversità vegetale e animale e per lo stoccaggio del carbonio (la riserva di carbonio nel suolo è tre volte quella nella vegetazione, su scala globale, e le praterie sono molto importanti), e il loro modo di conduzione non fosse fondamentale. Certo le rese sono importantissime, e vanno studiate e analizzate più che attentamente, ma senza preconcetti di sorta. E certo ci sono degli abusi, ma questo è tutt’altro discorso, che riguarda chi deve controllare e sancire. Resta che stiamo andando rapidamente verso un quinto delle superfici, con il relativo peso economico, ecologico e “ideale”, sono ormai fuori luogo i processi sommari che erano regola in passato. Idem, in piccolo, per la biodinamica che ha ormai mostrato la sua piena validità in Italia e in molti altri paesi, anche se alcune sue pratiche fanno torcere il naso a molte persone di scienza (soprattutto quelle che non conoscono la realtà agricola, a dire la verità), non avendo fondamento scientifico. Personalmente, se mi è concesso un inciso, adoro i vini biodinamici, ma quando ho chiesto a un eminentissimo enologo di calibro internazionale da dove derivano le note che ci ritrovo, mi ha risposto che non lo sapeva.

La ricerca agronomica in Italia
Il vero problema, e qui veniamo al punto dolente, atterrando al piano della dura realtà, che riguarda l’agricoltura convenzionale come quella biologica, è che la ricerca agronomica in Italia è ridottissima: in Europa siamo, con la Grecia, all’ultimo posto, e non spendiamo di più di molti Paesi emergenti. Peggio ancora, per una serie di motivi, non facili da riassumere, ma in primo luogo per l’incapacità di interagire dei vari enti preposti, e la mancanza completa di una focalizzazione su quelle che sono le esigenze delle aziende, le ricerche fatte non hanno effetti pratici (per le affermazioni che precedono si veda l’intervento di A. Bozzini su “AgriCulture”, l’organo degli agronomi, del 25.10.2018). Gli agricoltori sono lasciati dal nostro sistema scientifico completamente a loro stessi, trovo che chi crede nella scienza dovrebbe partire da questo fatto tragico. Trovo davvero strano che nel dibattito in corso non si sia messo al centro questo problema centrale. Nel Piano di Ripresa del nostro Paese la parola agrogeologia non compare, e non sono previste misure per incentivare la ricerca in agricoltura.

Nel mio campo la situazione è drammatica, le conoscenze disponibili sui suoli, che paradossalmente sono di ottimissima qualità in molte regioni, e non solo del nord, e che sarebbero la base per sperimentare pratiche compatibili con l’ambiente e sostenibili, non sono utilizzate, fatta salva qualche rara eccezione. E nella mia ricca Provincia come altrove si portano avanti ricerche genetiche di ottimo livello scientifico, che non portano a alcun sostegno alle pratiche in uso, mentre non si riesce ancora a fornire direttive puntuali su quanta acqua dare a viti e meli (le due colture dominanti) in ogni porzione del territorio, evitando sprechi e eccessi negativi per la qualità, su quanto e come concimare, come gestire gli inerbimenti tra i filari nelle varie situazioni, o per chiarire domande basilari quali le risposte qualitative dei vari vitigni nei vari ambienti, o per approfondire il tema dell’inquinamento di rame nei suoli, la dinamica della sostanza organica del suolo in relazione ai vari interventi, il suo trend positivo o negativo nel tempo, e via dicendo. Si tratta di informazioni di base indispensabili a tutti, convenzionali o biologici, e che anzi creerebbero in molti casi utili apporti reciproci tra i due approcci.

Non mi si fraintenda, non contrappongo assolutamente una ricerca più svincolata dall’immediato, fondamentale, alla validazione e al miglioramento delle pratiche presenti, ma è altrettanto ovvio che non può esserci solo la prima, in assenza delle seconde. Mi sembra però che non si possa parlare della nostra agricoltura senza partire da questa disfunzione generale, incompatibile con un approccio ecologico. Si vorrebbe ora palliare a questa mancanza di sperimentazioni e di conoscenze grazie alle soluzioni miracolose delle futuribili tecniche cartografiche-sensoristiche e dell’intelligenza artificiale, che permetterebbero la creazione di una rivoluzionaria “agricoltura di precisione” (termine di gran moda). Ma i sensori e i satelliti non potranno certo colmare – da soli – le lacune delle nostre conoscenze sugli agro sistemi e la mancanza di sperimentazioni pluridisciplinari su quell’universo complicatissimo che è la natura – noi coltiviamo la natura, non un substrato inerte e senza vita propria, ripeto ancora – e tanto meno risolvere le magagne ambientali delle nostre pratiche.

[Foto di Dittmar Sauer da Pixabay]


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