La “sostenibilità” non è una pennellata di verde sull’operato delle aziende

Dal dossier “I produttori Altromercato per una sostenibilità agìta” emerge come la redistribuzione della ricchezza prodotta dall’attività commerciale sia possibile. Come? Facendo convivere etica ed economia, sostenibilità e profitto.

Alessandro Franceschini

Per costruire un’economia attenta alla sostenibilità sociale e ai diritti dei lavoratori lungo tutta la filiera produttiva, ci sono vari percorsi. Il più corto, tanto da apparire una scorciatoia, vede l’azienda impegnata in uno o più comportamenti sostenibili: un pannello fotovoltaico, una donazione, un benefit al dipendente che viene a lavorare a piedi, un bilancio di sostenibilità ben scritto e con un titolo accattivante.

È un percorso sicuramente più virtuoso di chi non si mette nemmeno in cammino, ma sul medio periodo rischia di essere a tratti controproducente perché abbassa l’asticella delle aspettative, rende meno deflagrante l’effetto che la sostenibilità potrebbe esercitare sui postulati dell’economia e della finanza, ridisegnando non solo i comportamenti delle aziende ma il loro modo di pianificare, costruire e verificare il business.

L’itinerario più lungo, e sicuramente più ambizioso, propone invece di riscrivere le regole e con esse l’intero modello aziendale e la relazione con i portatori di interesse, anche i più lontani geograficamente o i più remoti nella catena delle responsabilità. È il percorso che il Commercio Equo e Solidale ha delineato da trent’anni con la costruzione di filiere sostenibili e solidali, dal campo del Messico dove il caffè verde viene coltivato fino alla cassa della Bottega Altromercato dov’è il pacchetto di macinato viene acquistato dal consumatore finale.

Questa via traccia delle piste di riflessione, perché entra nel vivo del mai sopito dibattito sulla convivenza possibile tra etica ed economia, tra sostenibilità e profitto, tra finanza e speculazione, tra interesse per il bene di tutti e beni che sostengono gli interessi di pochi. In una parola: sulla redistribuzione della ricchezza prodotta dall’attività commerciale.

La forza delle scelte sostenibili (nelle azioni più che nelle parole) ci appare in tutta evidenza dalla voce di chi sta all’origine delle nostre filiere. Si intitola infatti “I produttori Altromercato per una sostenibilità agìta”, il dossier che fotografa, grazie al contributo dei produttori di Altromercato, l’impatto del Commercio Equo e Solidale sulla sostenibilità sociale e ambientale in relazione a prodotti, comunità e territori. Non è solo un documento inedito e prezioso, che rende tridimensionale l’attività della seconda organizzazione di fair trade al mondo, ma è prova della sorprendente radicalità che i lavoratori del mondo non occidentale sanno esprimere, senza l’afasia politica della vecchia Europa e del nostro Paese.

Molti sono gli elementi degni di nota, in primis alcuni dati di contesto: la ricerca ha coinvolto 61 organizzazioni in 28 Paesi del mondo in quattro continenti, Italia compresa, con uno staff che comprende quasi 3.300 persone, con oltre 165mila produttori e ben 617mila persone nelle comunità di riferimento, quasi tutte nel settore alimentare. Colpisce la concretezza che la parola “sostenibilità”, vox media ormai depotenziata da noi, assume qui. L’impatto sociale e ambientale è infatti “agìto”, fattivo, foriero di pratiche. Sono i princìpi del fair trade – quelli stabiliti dalla WFTO, l’organizzazione mondiale del Commercio equo e solidale – che costituiscono, ancor prima degli Sustainable Development Goals il presidio e la traduzione della sostenibilità ambientale, dall’attenzione alla fertilità del suolo alla difesa della biodiversità. La sostenibilità non è più solo intenzione. È azione.

Ad esempio, a favore della parità di genere e dell’empowerment femminile, le cui politiche sono patrimonio dell’82 percento delle organizzazioni. Non c’è mai il prurito di interpretare la dizione di “transizione ecologica”, se mai la spinta a farla propria: gli esempi del dossier tracciano così il quadro di una sostenibilità «integrale» – come la definisce Fundemerca, organizzazione nata per favorire l’accesso al mercato dei piccoli produttori colombiani. L’altra chiave che emerge del Dossier è “il volto umano della sostenibilità”: senza solidarietà non ci può essere sostenibilità alcuna.

Questi dati e queste testimonianze ci confortano. Perché si conferma il forte valore delle comunità e della relazione tra persone alla base di pratiche economiche veramente sostenibili, in una fase in cui il consumatore – sempre più autore delle proprie scelte e dei contenuti da condividere sulle piattaforme sociali – sceglie marchi e iniziative economiche veramente credibili.

Ritornare alle comunità e alla relazione può quindi far prefifgurare un sistema economico fortemente innovativo in cui sostenibilità sociale e ambientale – laddove sia realizzata e non solo raccontata – diventano fattori competitivi vincenti in tutta la catena del valore, dalla modalità di produzione alle scelte di consumo.

Tre decenni fa le istanze di cambiamento hanno spinto delle avanguardie di cittadini a creare il Commercio Equo e Solidale per fornire sbocchi commerciali a comunità del Sud del mondo. Nel Dossier, la ONG Fundación Chankuap (Ecuador) ha ribadito che “un mondo sostenibile si crea insieme”.

Oggi siamo chiamati in qualche modo a scelte ancora più sfidanti: possiamo e dobbiamo dimostrare che – per superare il rumore di fondo in cui tutti parlano di sostenibilità – è necessario alzare la voce, essere diretti e radicali nel chiedere una profonda revisione dei meccanismi economici che relegano ancora la maggior parte degli abitanti del Pianeta a essere produttori malpagati di materie prime a basso costo. Non possiamo permettere che tutto si riduca a una pennellata di verde sull’operato delle aziende o a norme condivisibili sui disciplinari, per poi lasciare tutto com’è sotto la vernice o dietro le parole.

Solo così la sostenibilità entrerà nei processi produttivi creando nuovi modelli economici, senza diventare la foglia di fico con cui alcuni soggetti dell’economia utilizzano lo storytelling per riscrivere una storia spesso impresentabile.



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