Iran, accademico rischia la pena di morte. Amnesty: “È in ostaggio”

L'ong per i diritti umani denuncia il caso di Ahmadreza Djalali, accademico svedese-iraniano a rischio di imminente esecuzione nella prigione di Evin, a Teheran.

Amnesty International Italia

Emergono sempre maggiori prove, secondo Amnesty International, che le autorità iraniane stiano commettendo il crimine di presa di ostaggi nei confronti di Ahmadreza Djalali, un accademico svedese-iraniano a rischio di imminente esecuzione nella prigione di Evin, a Teheran.

Ricerche e analisi dettagliate hanno portato Amnesty International a temere fortemente che le autorità iraniane stiano minacciando di mettere a morte Djalali per costringere Belgio e Svezia a consegnare due ex funzionari iraniani e a spingere questi due stati, tra gli altri, a non avviare ulteriori procedimenti giudiziari nei confronti di funzionari di Teheran.

I due ex funzionari sono Asadollah Asadi, un ex diplomatico iraniano che sta scontando una condanna a 20 anni in Belgio in relazione a un attentato poi sventato in Francia; e Hamid Nouri, ex dirigente penitenziario sotto processo in Svezia per la sua presunta partecipazione ai massacri del 1988 nelle prigioni iraniane, contro il quale la sentenza è attesa il 14 luglio.

“Le autorità iraniane stanno usando Djalali come pedina di scambio in un crudele gioco politico, intensificando le minacce di metterlo a morte come rappresaglia se le loro richieste non saranno soddisfatte. Stanno cercando di deviare il corso della giustizia sia in Belgio che in Svezia e per questo dovrebbero essere indagate per il crimine di presa di ostaggi”, ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

“Le autorità iraniane devono fermare ogni proposito di mettere a morte Djalali, rilasciarlo immediatamente e riparare a tutti i danni che gli hanno causato”, ha sottolineato Eltahawy.

Il caso di Ahmadreza Djalali: una violazione della Convenzione internazionale contro la presa di ostaggi

Iran, Svezia e Belgio sono stati parte della Convenzione internazionale contro la presa di ostaggi, che vieta azioni del genere commesse sia dagli stati che da attori non statali. La Convenzione definisce presa di ostaggi la detenzione di persone accompagnata da minacce di uccisione, ferimento o prolungamento della detenzione fino a quando una terza parte non accetterà determinate condizioni, che possono essere stabilite in modo esplicito o implicito.

Le ricerche di Amnesty International hanno dimostrato che, a prescindere dagli iniziali motivi addotti dalle autorità iraniane quando, nel 2016, arrestarono Djalali, almeno dalla fine del 2020 la situazione si è trasformata nella presa di un ostaggio in concomitanza con l’inizio del processo, in Belgio, contro Asadi.

Il 24 novembre 2020 Djalali venne trasferito in isolamento e gli fu detto che sarebbe stato messo a morte entro una settimana. Questo trasferimento venne deciso tre giorni prima dell’inizio del processo contro Asadi. Dopo una mobilitazione mondiale, il 2 dicembre l’esecuzione di Ahmadreza venne rinviata.

Il 4 maggio 2022, giorni dopo che la pubblica accusa svedese aveva chiesto l’ergastolo per Nouri, organi d’informazione statali dell’Iran hanno annunciato come imminente l’esecuzione di Djalali, aggiungendo che “eseguendo la condanna a morte, il governo dell’Iran impedirà al governo della Svezia di intraprendere ulteriori analoghe iniziative come la detenzione di Nouri”.

Secondo la moglie di Djalali, il 7 maggio 2022 funzionari giudiziari iraniani hanno detto all’avvocata del detenuto che, rinviando l’esecuzione prevista alla fine del 2020, avevano agito “in buona fede” ma che, arrestando e processando Nouri, la Svezia si era unita alle forze dei “nemici” e aveva creato “problemi” alla Repubblica islamica: ciò non avrebbe potuto lasciare “alcun’altra opzione” se non quella di procedere all’esecuzione.

Queste dichiarazioni, dopo gli articoli di stampa del 4 maggio 2022, forniscono una prova schiacciante che Djalali rischia un’esecuzione per rappresaglia, ritenuta necessaria dalle autorità iraniane per impedire ulteriori arresti e processi di funzionari iraniani all’estero.

Amnesty International ha inoltre appreso da più fonti che le autorità iraniane hanno fatto capire, in forma privata in almeno un’occasione a Djalali in carcere e in più occasioni a coloro che cercano di scongiurare la sua esecuzione, che stanno provando a scambiare lo stesso Djalali con Asadi e/o con Nouri.

Altre prove comprendono dichiarazioni pubbliche di funzionari del Belgio, all’inizio del 2021 e nel marzo 2022, secondo i quali le autorità iraniane stavano cercando di arrivare a un “accordo” per scambiare Djalali con Asadi.

Come evidenziato dal Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran e dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sugli arresti arbitrari, le autorità iraniane ricorrono da tempo alla detenzione arbitraria di cittadini stranieri per esercitare pressioni.

Il 16 marzo 2022 le autorità iraniane hanno autorizzato l’operatrice umanitaria britannica Nazanin Zaghari-Ratcliffe a lasciare l’Iran dopo che il governo del Regno Unito aveva versato a quello iraniano quasi 400 milioni di sterline per sanare una disputa su un debito. Fino ad allora, la donna era stata tenuta in ostaggio dalle autorità iraniane per sei anni.

Amnesty International chiede l’istituzione di un’indagine efficace, trasparente e indipendente sulla situazione di Djalali, secondo quanto previsto dalla Convenzione internazionale contro la presa di ostaggi.

La vicenda di Ahmadreza Djalali

Djalali, scienziato di origini iraniane ma residente in Svezia, arrestato in Iran nell’aprile 2016, è stato condannato a morte nell’ottobre 2017 e a pagare 200.000 euro di multa per corruzione sulla terra (“efsad-e fel-arz”) dopo un processo gravemente iniquo davanti alla sezione 15 della Corte Rivoluzionaria di Teheran.

Secondo il verdetto, Djalali ha lavorato come spia per Israele nel 2000, ma il tribunale non ha fornito alcuna prova per giustificare tali accuse.

In una lettera dell’agosto del 2017 scritta dalla prigione di Evin, Djalali ha dichiarato che sono state le autorità iraniane nel 2014 a chiedergli di “collaborare con loro per identificare e raccogliere informazioni provenienti dagli stati dell’Unione europea. La mia risposta è stata no; ho detto loro che sono solo uno scienziato, non una spia”.

EPA/Anders Wiklund/TT



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