Allarme Svimez: ‘Un bambino del Nord avrà maggiore istruzione e aspettativa di vita rispetto a uno del Sud’

I dati choc dell’ultimo rapporto in Italia sono il risultato dell’indebolimento di politiche scolastiche che hanno cristallizzato il divario nord-sud e della minore incidenza dell’azione pubblica che ha accresciuto le disuguaglianze nel Paese.

Rossella Guadagnini

“L’Europa ci dà le risorse del Pnrr non per filantropia, ma perché teme il crollo dell’Italia”. Così il presidente Svimez, Adriano Giannola, durante l’incontro odierno a Napoli “Un Paese, due scuole”, che ha messo in luce la gravità della nostra situazione scolastica e il divario esistente tra il nord e il sud d’Italia. Il crollo degli investimenti sull’istruzione negli ultimi 10 anni al meridione è stato infatti molto più pesante nel settentrione, accrescendo le disuguaglianze già esistenti. Lo spiega bene la seguente parabola confermata da dati che parlano chiaro. “In Italia ci sono due bambini, nati lo stesso anno. Una si chiama Carla e vive a Firenze, l’altro Fabio e vive a Napoli. Entrambi decenni, frequentano la quinta elementare in una scuola della loro città. Ma mentre la bambina toscana, secondo i dati del rapporto Svimez 2023 sulla scuola, ha avuto garantite dallo Stato 1226 ore di formazione, il bambino cresciuto a Napoli non ha avuto a disposizione la stessa offerta educativa, perché nel mezzogiorno mancano infrastrutture e tempo pieno.

L’Istituto ha denunciato così come un bambino di Napoli, o che vive nel Meridione, frequenta la scuola primaria per una media annua di 200 ore in meno rispetto al suo coetaneo che cresce nel centro-nord: di fatto si tratta di un anno di scuola persa per l’alunno del sud. È questa la preoccupante fotografia emersa da un video presentato a Napoli nel corso dell’incontro “Un paese, due scuole” promosso da Svimez e L’Altra Napoli onlus: alla casa di Vetro di Forcella ci si è confrontati sui divari di cittadinanza tra istituzioni, esperti di scuola, cultura e terzo settore. Curato da Svimez con il contributo del giornalista e scrittore Antonio Fraschilla, il filmato prende a esempio la storia dei due bambini con l’obiettivo di spiegare il divario scolastico presente in Italia: un solo Paese, due scuole diverse riguardo all’offerta educativa.

Meno ore complessive di scuola e poca o nessuna attività sportiva. Si elencano quindi le differenze nelle infrastrutture scolastiche e nell’offerta di tempo pieno: i servizi socio-educativi per l’infanzia sono caratterizzati dall’estrema frammentarietà e da profondi diversità territoriali sia per le strutture che per la spesa pubblica corrente delle Amministrazioni locali. Si scopre che nel Mezzogiorno, circa 650mila alunni delle scuole primarie statali (79% del totale) non beneficiano di alcun servizio mensa. Gli allievi della scuola primaria al sud frequentano in media 4 ore di scuola in meno a settimana rispetto ai coetanei del Centro-Nord. La differenza tra le ultime due regioni (Molise e Sicilia) e le prime due (Lazio e Toscana) è, su base annua, di circa 200 ore.

Circa 550mila allievi delle scuole primarie del Mezzogiorno (66% del totale) non frequentano inoltre scuole dotate di una palestra. Solo la Puglia presenta una buona dotazione di attrezzature sportive. In modo analogo il 57% degli alunni meridionali della scuola secondaria di secondo grado non ha accesso a una palestra e la stessa percentuale si registra nella scuola secondaria di primo grado.

Il dato più impressionante è la differenza tra aspettative di vita. Questi divari nelle infrastrutture scolastiche frenano la diffusione della pratica fisica e sportiva, con conseguenze negative per la salute, la spesa pubblica e lo stile di vita della popolazione, in particolare dei minori. Nel Meridione -quasi un ragazzo su tre -nella fascia tra i 6 e i 17 anni- è in sovrappeso, rispetto a uno su cinque nel Centro Nord. Qui il 42% della popolazione adulta pratica sport regolarmente e il 26,8% ogni tanto. Nel Mezzogiorno invece le percentuali si invertono: la maggioranza pratica sport saltuariamente (33,2%) mentre la minoranza lo pratica d’abitudine (27,2%).

Il divario si riflette sulla percentuale di sedentari, con particolare riferimento ai minori: 15% nel Centro Nord e 22% nel Centro Sud. Ma ancor più allarmante è il dato sulle aspettative di vita. Nel Mezzogiorno sono inferiori di tre anni rispetto a quelle degli adulti centro-settentrionali.

L’indebolimento delle politiche di istruzione cristallizza divario nord-sud. Svimez ha analizzato la dinamica dell’intensità dell’intervento pubblico nell’istruzione -dalla scuola all’università- sulla base dei dati di spesa pubblica di fonte Conti Pubblici Territoriali, da cui risulta un progressivo disinvestimento dalla filiera dell’istruzione soprattutto nelle regioni del Sud. Tra il 2008 e il ‘20, la spesa complessiva in termini reali si è ridotta del 19,5% al Sud. Più marcato il differenziale a svantaggio del Sud nel calo della spesa per investimenti, diminuiti di quasi un terzo contro ‘appena’ il 23% nel resto del Paese. Quanto al rapporto tra spesa e studenti, il divario più significativo appare se si guarda alla sola spesa per investimenti: 34,6 euro contro 51 euro per studente.

Una minore azione pubblica nella filiera dell’istruzione incrocia il trend demografico  avverso che causa la riduzione degli studenti. I due fattori rischiano di autoalimentarsi in un circolo vizioso nazionale, particolarmente intenso al Sud. Cala il numero degli alunni con il conseguente adeguamento al ribasso dell’’offerta’ di istruzione. Tra il 2015 e il ‘20 il numero di studenti del mezzogiorno (dalla materna alle superiori) si è ridotto di quasi 250mila unità (a confronto dei meno 75mila nel Centro-Nord).

“La priorità oggi è rafforzare il sistema di istruzione soprattutto nelle aree più marginali, sia del Sud che del Nord”. Occorre insomma garantire asili nido, tempo pieno, palestre, rafforzare l’offerta formativa dove più alto è il rischio di abbandono. “Il quadro che emerge dai dati rischia di radicarsi ancora di più se passano le proposte di ’autonomia differenziata”. In tal caso si adatterà “l’intensità dell’azione pubblica alla ricchezza dei territori, con maggiori investimenti e stipendi nelle aree che se li possono permettere, pregiudicando proprio la funzione principale della scuola che è quella di ‘fare uguaglianza'”.

 

Foto Pexel | Arthur Krijgsman 

 



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