All’armi siam antifascisti

Il divorzio tra capitalismo e democrazia, il rinascente estremismo di destra e l’errore di confondere populismo e reazione. Riflessioni critiche sul nuovo saggio di Paul Mason rileggendo Piero Gobetti.

Pierfranco Pellizzetti

«O la storia degli uomini è determinata,
ovvero gli uomini possono fare qualcosa.
La Storia, per usare un’espressione di
Gilbert Ryle, è un tram o un autobus»[1].
Dario Antiseri
«Una Weltanschauung può essere mille volte
giusta, ma non avrà nessun significato per il
Volk finché non si combini con gli obiettivi di
un movimento fatto per la lotta, un partito»[2].
Adolf Hitler

Piero Gobetti, La Rivoluzione Liberale, Einaudi, Torino 1964
Paul Mason, Come fermare il nuovo fascismo, il Saggiatore, Milano 2021

Drammatiche ricorrenze: a volte ritornano…
Se Piero Gobetti ha un posto in prima fila nel mio pantheon giovanile fin da quando militavo nella Sinistra liberale, Paul Mason l’ho incontrato solo qualche anno fa in un seminario al St. Jesus College di Cambridge.
Il noto giornalista d’inchiesta della Bbc e di Channel 4 appartiene per profilo caratteriale al tipo umano incarnato da George Orwell: il polemista militante e battagliero dalla parte degli ultimi, con – di più – un tocco proletario cokney simpaticamente sbulinato, che risaltava particolarmente in quel consesso rarefatto di flanelle grigie, riunite nella sala tipo remake del castello di Hogwarts alla Harry Potter.

Uno degli ultimi giornalisti d’inchiesta – Mason – dichiaratamente partigiano; cultore di una democrazia radicale che negli anni gli ha ispirato reportages su questioni di alto valore civile: dall’irreversibile agonia di un capitalismo finanziarizzato dopo il 2008[3] all’incubo di una crescente disumanizzazione degli esseri umani mediante algoritmi di controllo maneggiati dai signori del silicio[4].

Ciò di cui parliamo oggi è l’argomentato grido di allerta, lanciato nel suo ultimo saggio, davanti alla fuoriuscita dal sacello in corso di un vecchio mostro – il nazi-fascismo – a fronte del ricrearsi di condizioni ambientali e di contesto che funzionarono da incubatrici dell’orrore esattamente come un secolo fa.

In primo luogo la sottovalutazione di sintomi, pur evidenti e preoccupanti, da parte della cultura mainstream, dall’altro lo schematismo miope e dogmatico – al limite del fideismo – di quel che sopravvive della cultura di Sinistra in quanto a interpretazione delle mutazioni in atto nel sociale. Ora come allora.

Sicché l’esame parte dal blocco mentale di inizio Novecento, cui Mason imputa la devastante mancanza di capacità percettiva della realtà, reiterata – con pervicace simmetria – nei modelli di rappresentazione panglossiani (l’esistente come migliore dei mondi possibili), correnti nelle prime due decadi del nuovo millennio. Ossia la riproponibilità nell’oggi di svarioni mortali del passato.

«Ciò che a sinistra nessuno aveva considerato fino a ora era la possibilità di un rovesciamento completo del progresso sociale: la cancellazione di tutti i progressi nella democrazia, nel razionalismo e nei diritti umani conseguiti a partire dalla Rivoluzione francese» (P.M. pag.174). Insomma, se nel 1920 forze emergenti potevano dichiarare e tradurre in azione l’assunto dell’inconciliabilità tra sicurezza e libertà, attualmente si sta realizzando il divorzio tra capitalismo e democrazia, seppure in maniera non esplicita e tantomeno non formalizzata a Occidente (semmai strombazzata nell’Europa dell’Est). Mentre – contemporaneamente – si continuano a celebrare vuoti omaggi rituali agli “immortali principi dell’89”.

Abbaglio ideologico clamoroso (appunto, di ritorno) amplificato dal cortocircuito analitico in materia di percezione delle mutazioni in atto nell’area centrale della società: l’incomprensione delle dinamiche relative ai ceti medi; ossia la parte più vasta ma anche più ondivaga e malleabile della piramide sociale: il mondo piccolo borghese. Scriveva al riguardo lo storico tedesco naturalizzato americano George L. Mosse: «il fascismo si è diffuso in forme diverse, tutte caratterizzate dal comune elemento di trascendere la banalità del mondo borghese. Tutti i fascismi hanno tentato di monopolizzare e controllare l’insoddisfazione di certi borghesi per la concreta situazione industriale e politica»[5]. L’insoddisfazione dell’area periferica del mondo medio rappresentata dai ceti impiegatizi e artigiani nei confronti degli assetti scaturiti dalle rivoluzioni borghesi, che allora come ora li lasciano in balia dei rischi da declassamento che diventa proletarizzazione. L’inquietante prospettiva di perdere la propria identità distintiva e precipitare nell’indistinto calderone del popolo.

Comparaison n’est pas raison

Indubbiamente ci sono delle marcate simmetrie tra le fasi ascensionali di fascismo e nazismo con gli attuali rigurgiti che mettono giustamente in apprensione Mason. Ad esempio l’imporsi dello sciovinismo al posto dell’internazionalismo, che riporta alla mente le masse proletarie che nella prima Guerra Mondiale, inquadrate militarmente, andavano al massacro intonando canti patriottici.

Al tempo stesso, spiccano importanti differenze che – sulla scia della metafora del filosofo Gilbert Ryle – fanno optare per una visione storica che non corre sui rigidi binari del tram creato dallo storicismo hegeliano, bensì può persino operare inversioni di marcia come gli autobus. Insomma, tanto l’idea della freccia rettilinea del tempo come quella della circolarità di eterni ritorni sono modelli di rappresentazione che possiamo considerare altrettanto ingannevoli. Fermo restando che – comunque – le analogie sono non solo molteplici ma anche importanti. A partire dai bendaggi ideologici che impedivano di scorgere il pericolo incombente, che allora erano rappresentati dal marxismo volgare de “la storia è dalla nostra parte” e ora da cinquant’anni di predicazione neoliberista, secondo cui la globalizzazione finanziarizzata sarebbe “TINA (there is no alternative)”, priva di alternative. Di fatto, convergenti nell’adozione della perniciosa ricetta (presunta salvifica) dell’austerity: nel 1930 i socialdemocratici tedeschi, maggioritari nel Reichstag (il Bundestag di allora), «fecero incondizionatamente propria la dottrina dell’austerità, secondo la quale occorre che i prezzi scendano perché possano aumentare i consumi. Respinsero apertamente la soluzione delle opere pubbliche finanziate dallo Stato, sotto l’influenza di John Maynard Keynes» (P.M. pag.187). E così facendo indussero moltitudini crescenti di impoveriti a prestare ascolto della sirena fascista. Come cento anni dopo a quella del sovranismo.

Avendo ben chiaro che usando la categoria “fascismo” si fa ricorso a una meta-teoria della reazione a un processo plurisecolare di incivilimento e inclusione da cancellare attraverso l’uso della violenza anche fisica, mobilitando lo smarrimento di ceti resi marginali dal progresso sociale e alla ricerca di un capro espiatorio per le proprie frustrazioni (allora l’ebreo, oggi l’immigrato, la femminista, il diverso in genere). Per cui un secolo fa – agli albori della prima insorgenza – Piero Gobetti poteva denunciare che «il governo di Mussolini esilia nei conventi la critica, offre ai deboli una religione di Stato, una guardia pretoriana. […] All’Italia immatura offre una culla che potrebbe essere la tomba delle coscienze civili» (P.G. pag.184).

Per cui ora Mason ha ragione scrivendo che quanto viene chiamato “fascismo” «può essere compreso appieno soltanto come esito di un processo di disintegrazione sociale che stravolge la vita di milioni di persone, le rende desiderose di credere a una massa di bugie, e anzi di prendere parte attiva nella loro creazione e diffusione» (P.M. pag.15); coglie nel segno affermando che «la vittoria di Trump nel 2016 è stata una svolta importante» (P.M. pag.83), che ha dato il via libera a un’intera sequenza reazionaria: in quello stesso anno l’alleanza tra l’Ukip e i Tory ha convinto il Regno Unito a mettere in scena la farsa del ritorno alle antiche glorie imperiali con la Brexit; nel 2017 il leader conservatore Sebastian Kurz ha interrotto la tradizione austriaca dei governi centristi alleandosi con gli ultra-destri del Freiheitliche Partei Osterreichs; nel 2018 Jair Bolsonaro, alla testa di un aggregato para-militare, ha vinto le presidenziali in Brasile; lo stesso anno una coalizione ha portato al governo lo xenofobo sovranista Matteo Salvini in Italia; nel 2019 il premier Boris Johnson epura il Partito Conservatore britannico di liberali e globalisti favorendo l’entrata di ex militanti dell’Ukip.

Di più: il nostro autore fa strike affermando che «la battaglia decisiva si era combattuta nella testa della gente» (P.M. pag.204).
Tutto vero. Però lo stesso Mason quanto è coerente con sé stesso mettendoci in guardia dal ricadere nell’errore di schematismo dei marxisti tedeschi, incapaci di comprendere la specifica complessità del nazismo stato nascente?
Perché – come dicono giustamente i francesi – “paragonare non è spiegare”.

Infatti, in materia di “meta-fascismo” dobbiamo partire da differenze non da poco, tra la nostra situazione attuale e quella determinatasi nelle prime tre decadi del secolo scorso: lo scontro militare in campo aperto è stato sostituito dalla tattica del terrorismo endemico, i social (con le loro attitudini alla semplificazione banalizzante) sono diventati il campo primario d’azione della diade comunicazione/potere, allora si era nel bel mezzo della crisi di un capitalismo industrialista e ora ci troviamo in piena fase di esaurimento della stagione plutocratica finanziaria.

Per cui il clima culturale collettivo è molto cambiato rispetto a quando, al tempo degli ultimi bagliori dell’età welfariana, Albert O. Hirschman scriveva nel saggio “The Retoric of Reaction” (mal tradotto in italiano come “Retoriche dell’intransigenza”) che «il carattere ostinatamente progressista dell’epoca moderna fa sì che i ‘reazionari’ vivano in un mondo ostile»[6]. Oggi la situazione è ampiamente ribaltata e sono i progressisti a mimetizzarsi, cercando di farsi imbarcare nel sistema di pensiero della restaurazione. Lo storico conservatore Ernst Nolte – citato da Mason – «giudicava indispensabili per l’ascesa del fascismo, le idee irrazionaliste in circolazione prima del 1914. Secondo lui, la Rivoluzione francese e l’ascesa dell’industria capitalistica avevano reso possibile il progresso. In risposta, per tutto il XIX secolo, il conservatorismo aveva tentato di fermare questo progresso o di farlo retrocedere verso l’ordine prerivoluzionario» (P.M. Pag.216). In questo momento l’operazione può essere considerata conclusa: Liberté, Egalitè, Fraternité ormai godono di pessima stampa e l’orientamento al futuro nel percepito sociale è stato sostituito dal tempo zero della finanza. Mentre – dice Mason – «si avverte questo nuovo ethos reazionario diffondersi nelle comunità operaie di tutto il pianeta» (P.M. pag.274) e l’incombente crisi climatica/ambientale verso la metà del secolo rischia di offrire alla destra violenta una nuova opportunità per regolare i suoi conti con la democrazia. Mentre si affermano sulla scena personaggi simil-duceschi, nei cui confronti potremmo rinverdire le descrizioni che Gobetti riservava al Duce: «attore più che artista, tribuno più che statista» (P.G. pag.190). Bojo Johnson? Viktor Orban?

Il (non casuale) fraintendimento populista

Stando così le cose, emerge la domanda: se un’alleanza di massa per sconfiggere il fascismo oggi è ancora possibile, «chi può essere l’agente del cambiamento?» (P.M. pag.269). Quesito insolubile per Mason, esponente di una cultura operaia rosso-antico, impegnato nel disperato tentativo di attualizzare la tradizione marxista senza riuscire ad ammettere che il pensiero del ragazzo di Treviri è la straordinaria analisi della società al tempo della prima rivoluzione industriale; mentre ormai siamo arrivati alla terza o quarta. Magari in pieno postindustriale. E nel frattempo il mazzo delle carte da mercante in fiera della composizione sociale è stato ampiamente rimescolato.

Non rendersene conto comporta il gravissimo equivoco che accomuna Mason a molti esploratori del sociale finiti nella trappola semantica in materia di “populismo”. L’errore analitico riproposto per tutte le 353 pagine del saggio di Paul Mason di mettere in un’unica casella “i tre movimenti fioriti alla destra del conservatorismo tradizionale: l’estremismo di destra, il populismo di destra e il conservatorismo autoritario”.

Provo a spiegarmi: si tratta dell’abbaglio di presupporre una biforcazione della rinascente categoria populista in destra e sinistra. Mentre l’accreditamento della versione destrorsa crea una tassonomia depistante, fatta ad arte allo scopo di sviare.

Infatti il populismo altro non è che la critica dei processi di degenerazione che periodicamente si verificano nelle élites democratiche, da sanare con processi di rifondazione dal basso. Processi oggi riconducibili alle dinamiche post-democratiche, causa principale del dispregio che sta prosciugando il capitale di legittimità delle società occidentali, screditandone le procedure e minandone i valori. A tutto vantaggio delle insorgenze di un’estrema destra che ha imparato a muoversi nello spazio mediatizzato per virare la crescente insicurezza ad arma per i suoi regolamenti di conti.

Ma le masse di manovra del nuovo squadrismo non vengono reclutate di certo in quelli che anni fa chiamavamo ceti medi riflessivi e oggi sono il vero antemurale contro la distruzione dell’ordine welfariano tanto da parte delle plutocrazie finanziarie come del suprematismo/sovranismo loro compagno di strada e massa di manovra congiunturale.

Qui si parla – per dirla con Wolfgang Streeck – dell’operazione giocata sul terreno del lavoro umano (la sua sostituzione mediante la tecnologia informatica) che «dopo aver distrutto nella seconda metà del Ventesimo secolo a manodopera operaia, ora sta attaccando e annientando anche la classe media»[7]. Ossa la creazione di un “proletariato intellettuale” che nel fatidico 2011 diede vita al movimento degli indignati, allestendo in oltre ottocento città dell’Occidente i quartieri della protesta contro la nuova tirannide nel tempo zero della finanza informatizzata e del lavoro volatilizzato nel just in time.

Una minaccia per l’ordine vigente che reagì attraverso la grande mistificazione linguistica di equiparare la sfida democratica del populismo indignato a comportamenti distruttivi, rappresentandolo nei termini denigratori dell’irresponsabilità; lo sconsiderato oltrepassamento delle invalicabili frontiere del TINA (there is no alternative). A far buon peso si aggiunse la truffa semantica di definire populismo di destra l’opera demagogica di pervicaci arruffapopoli – tipo Trump, Bolsonaro, Johnson, Salvini e vari altri destrorsi – che vellicano strumentalmente i più bassi istinti di lumpenproletariat e moltitudini di impauriti per realizzare con spregiudicati raggiri i personali disegni di potere e arricchimento.

Consegnare i succitati ceti medi riflessivi indignati al campo della reazione non sembra una mossa particolarmente astuta. Errore che mai avrebbe compiuto il ragazzo Piero Gobetti, morto nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926 a Parigi, all’età di venticinque anni, per uno scompenso cardiaco a seguito dei pestaggi da parte delle squadracce fasciste; che nella breve esistenza e nelle sue molte carte ci ha lasciato una testimonianza decisiva di antifascismo militante. Sempre contro quanto definiva sprezzantemente “l’autobiografia della nazione”.

«C’è un valore incrollabile al mondo: l’intransigenza, e noi ne saremo, per un certo senso, in questo momento, i disperati sacerdoti». Ma al tempo stesso nel rifiuto degli schematismi dottrinali (“perché il sistema se crediamo solo al problema”) che – sulla scia del suo maestro Gaetano Salvemini – già prefigurava nella lotta al fascismo non un politichese Fronte Popolare (che Mason vorrebbe rimettere a nuovo) bensì la costituzione di un’alleanza sociale per la rinascita della democrazia che – al tempo gobettiano della prima rivoluzione industriale – sarebbe incominciata «con la volontà di azione delle avanguardie industriali (operai e imprenditori)» (P.G. pag.37). Oggi, in età post-industriale, «non sono solo le istanze operaie a essere importanti per un progetto di emancipazione. C’è il femminismo, c’è l’ecologia, ci sono le istanze antirazziste e per i diritti dei gay…»[8]. Né si può prescindere per una ferma opposizione democratica al rinascente estremismo di destra da quel proletariato intellettuale, quel ceto medio riflessivo che rappresenta quanto più assomiglia alle “aristocrazie borghesi” che Gobetti avrebbe voluto vedere in campo a fianco delle “aristocrazie operaie” per la difesa di una democrazia liberal-socialista minacciata dall’onda di irrazionalità che stava per travolgere l’intera civiltà europea.

NOTE

[1] D. Antiseri, introduzione a H. Albert, Difesa del razionalismo critico, Armando, Roma 1975 pag.44

[2] A. Hitler, Mein Kampf, in G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, il Saggiatore, Milano 2015, pag.372

[3] P. Mason, Postcapitalismo, il Saggiatore, Milano 2015

[4] P. Mason, Il Futuro migliore, il Saggiatore, Milano 2019

[5] G. L. Mosse, Le origini culturali, cit. pag.389

[6] A. O. Hirschman, Retoriche dell’intransigenza, il Mulino, Bologna 1991 pag.19

[7] G. Streeck, Come finirà il capitalismo, Meltemi, Milano 2021 pag.22

[8] C. Mouffe, “Non c’è democrazia senza populismo”, MicroMega 5/2017



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