Luca Mercalli: “Alluvioni inevitabili, bisogna responsabilizzarsi anche individualmente”

In queste ore in cui si consuma il dramma dell'Emilia-Romagna, il meteorologo e climatologo ci mette di fronte alla dura realtà: le alluvioni sono inevitabili e a causa del riscaldamento globale si intensificheranno sempre più. Per ridurne i danni, quindi, è necessaria una responsabilità diffusa, dalle istituzioni ai singoli cittadini.

Fabio Bartoli

Prof. Mercallli, in questi giorni ci giungono dall’Emilia-Romagna scene apocalittiche di fronte alle quali è difficile restare lucidi. Ci può quindi spiegare esattamente cosa sta succedendo? Qual è la reale portata di quello che accade in questi giorni?

Partiamo da una semplice costatazione: le alluvioni ci sono e ci saranno sempre ovunque, sono una normale dinamica della superficie terrestre. La loro possibilità di fare danno o meno dipende però dalla vulnerabilità del territorio: pensiamo a tal proposito che la più grande alluvione registrata in Europa, quella del 1996 in Islanda, fece pochi danni perché sostanzialmente si abbatté su un territorio disabitato. In Emilia-Romagna invece, zona che anche l’ISPRA indica a rischio di alluvioni, vi è stata negli ultimi cinquant’anni una forsennata occupazione del territorio e quindi, quando arriva, l’acqua trova di fronte a sé molte più cose da distruggere. La cementificazione e l’eccessiva urbanizzazione infatti rendono un territorio più esposto a certe calamità. A tal proposito, sottolineo che oggi è più difficile ottenere l’autorizzazione per costruire nelle aree a rischio, mentre negli anni passati tali permessi si concedevano più in scioltezza e i sindaci che non lo facevano erano spesso sottoposti a pressioni.

 

Quello a cui stiamo assistendo si rivela come un evento epocale dal punto di vista dell’emergenza climatica e ambientale per il nostro Paese. In che cosa consiste l’unicità di quanto stiamo vivendo in questi giorni?

La straordinarietà dell’evento consiste nel presentarsi di due fenomeni di tale portata a distanza così ravvicinata. L’alluvione del 2 maggio era stata la più violenta degli ultimi 50 anni e io me ne aspettavo un’altra di tale portata tra 10-20-30 anni e invece è arrivata dopo sole due settimane. Questo ha aumentato l’impatto di questa alluvione, a danno si è aggiunto danno. Anche noi addetti ai lavori siamo sorpresi di fronte a dati metereologici che non avevano previsto tutto questo, nella sua eccezionalità: in due eventi a distanza di 15 giorni è caduta l’acqua che in quella zona dovrebbe cadere in un anno. In queste condizioni qualunque territorio esplode, oltre una certa intensità il danno è inevitabile e in simili condizioni le colline scivolano a valle indipendentemente da ogni attività umana.

 

In casi come questo, a ritroso, ci si chiede se era possibile prevedere un evento di tale portata e se lo Stato dispone di mezzi di prevenzione e strategie adeguate per limitarne l’impatto. Limitatamente a questa alluvione era possibile fare qualcosa oppure eventi del genere, con la loro violenta portata, ci colgono inevitabilmente disarmati?

Parliamoci chiaro, questi eventi non si possono evitare e le persone comuni non possono rendersi conto della loro portata. Non possiamo evitare le alluvioni ma possiamo ridurre i danni e le morti che provocano. Ridurre, appunto, perché poi fenomeni di tale potenza non possono essere contenuti dal nostro agire – in poche parole, seppur avessimo fatto ipoteticamente tutto il possibile, non è che poi ce ne saremmo stati tranquilli sul bordo del fiume, ecco. E dobbiamo essere sempre più pronti a farlo perché col riscaldamento globali questi fenomeni si intensificheranno.

 

Nell’estate del 2022 in Emilia-Romagna abbiamo registrato una siccità, mentre in questo 2023 già due alluvioni. Come è possibile il verificarsi di eventi così estremi e così contrastanti a distanza di poco tempo?

Tra la siccità e le alluvioni non c’è alcuna relazione.

La siccità dell’estate scorsa è stata la più grave registrata nella pianura Padana negli ultimi 200 anni e ciò che ci stupisce è che un evento estremo sia giunto al termine ribaltato da un altro evento estremo, senza però che i fenomeni siano in relazione.

Ho letto e sentito che tra le cause di queste due alluvioni ce ne sono anche alcune imputabili alla siccità ma questo non è assolutamente vero.

 

In questi casi è difficile discernere esattamente le cause prettamente naturali da quelle causate dall’azione umana. Non tutti hanno le competenze per farlo e ci si fa spesso guidare dai propri pregiudizi. La scienza invece cosa ci dice a riguardo?

Le alluvioni, come abbiamo detto, ci sono sempre state ma la loro portata è amplificata dal riscaldamento globale, che causa più piogge e quindi lo stesso fenomeno ora si presenta in maniera più amplificata, dirompente, di quanto non avrebbe fatto in passato.

Il riscaldamento globale quindi c’entra, ma non sappiamo ancora in che misura specifica in questo specifico caso. Per esempio mi viene da dire che magari dei 300 millimetri di acqua per m² caduti sull’Emilia-Romagna in queste ore, 200 sono imputabili a cause naturali e 100 al riscaldamento globale, che amplifica questi fenomeni. Ma questo è per fare un esempio, perché non abbiamo ancora a disposizione i dati e le loro analisi per dire quanto il riscaldamento globale abbia influito: non possiamo infatti replicare in laboratorio l’alluvione e fare due esperimenti diversi, uno per verificarne l’entità senza l’impatto del riscaldamento globale e un altro con.

Limitatamente a questa alluvione quindi non possiamo dirlo con esattezza ma possiamo dire che, se si fosse verificata 100 anni fa, la sua entità sarebbe stata minore, proprio perché quello che sappiamo con certezza è che il riscaldamento globale amplifica questi fenomeni. Come funziona infatti il riscaldamento globale? Semplice: più il pianeta e caldo e più acqua evapora e poi quella stessa acqua da qualche parte va a precipitare (ecco perché invece, al contrario, nei luoghi freddi piove molto poco). Le temperature aumenteranno sempre di più e quindi con esse le piogge.

Ma mi preme di sottolineare anche una parola contenuta nella domanda, “pregiudizi”. Di fronte a fenomeni complessi, che vanno affrontati disponendo di un solido bagaglio scientifico, si preferisce appunto la scorciatoia dei pregiudizi, che sono alla base dello sviluppo della cultura delle cose non vere ma comode, delle verità contenute nelle chiacchiere da bar, che deresponsabilizzano e portano ad addossare sempre la colpa a qualcun altro. Un’alluvione, mi creda, è un fenomeno complesso e non può essere affrontato come se fosse o bianco o nero, essendo composto da tutti i grigi che si possono rilevare nel fango che provoca.

 

E, appunto senza pregiudizi, come va informato il cittadino comune che non ha gli strumenti per capire come comportarsi in questi casi affinché agisca al meglio in queste situazioni, nel modo più sicuro possibile per sé stesso e gli altri?

Ecco, concentriamoci appunto su quello che davvero possiamo fare: non evitare tali fenomeni ma ridurne i danni e salvare più vite possibili.

Nella mia carriera professionale ho attraversato tutte le alluvioni che hanno colpito l’Italia, da quella del 1987 in Valtellina in poi. Da allora, insieme a tutti i miei colleghi vado ripetendo sempre le stesse cose, per esempio che dovremmo affrontare il fenomeno come i giapponesi fanno con i terremoti: informare i bambini fin dalle prime classi scolastiche, dotargli di un manuale delle cose da fare o da non fare in questi casi e fare delle esercitazioni. Ma noi siamo poco propensi alla prevenzione e non lo dico scaricando la responsabilità sugli enti pubblici ma proprio su noi come popolo, in un’accezione antropologica: se io per esempio proponessi di fare un’esercitazione per fronteggiare la siccità in un giorno di sole tanti mi riderebbero dietro…

Bisognerebbe infatti agire individualmente prima per arrivare preparati a questi fenomeni, dotandoci di una responsabilità diffusa, che includa sia le istituzioni sia i semplici cittadini. Invece noi, scarsamente organizzati prima, siamo bravi ad agire poi: la nostra Protezione Civile per esempio è straordinaria, si prodiga in utilissimi salvataggi, ma non dobbiamo agire solo poi a livello istituzionale ma ancora di più individualmente prima.

In che modo?

Riducendo i rischi, sfollando qualora se ne abbia la possibilità, non infilarci in sottopassaggi come una famiglia che nell’alluvione delle Marche nello scorso anno è morta per andare a recuperare la macchina in garage. In quell’occasione di morti ce ne furono 13, esattamente quanti ne contiamo finora in questa seconda alluvione in Emilia-Romagna, e devo dire che, data la sua così maggiore entità, il numero dei morti in proporzione avrebbe dovuto essere 20 volte maggiore, quindi siamo riusciti a limitare di molto i danni da un punto di vista di perdita di vite umane, segno che lo stato di allerta ha dato i suoi risultati. I morti in questo caso potevano essere di più, è vero, ma ovviamente l’obiettivo sarebbe quello di non contarne nessuno e di dedicarsi solo al contenimento dei danni materiali.

A proposito di danni materiali, cosa si può fare individualmente? Beh, qualora si vogliano proteggere i propri averi, è buona cosa portarli in anticipo ai piani alti ma bisogna farlo per tempo, di fronte alle prime avvisaglie di calamità, e non quando queste si verificano. Bisogna premunirsi perché i fenomeni metereologici possono essere previsti in generale, con approssimazione, ma non sappiamo certo l’ora esatta in cui si verificheranno. Bisogna stare quindi tutti in allerta e non addossarne la responsabilità solo al meteorologo, che finisce puntualmente in croce qualora poi non si verifichi il possibile evento indicato come possibile. Stare tutti in allerta e responsabilizzarsi, a partire dall’avere sempre pronto uno zainetto con i beni di prima necessità, come quello di cui si dotano gli americani per fronteggiare gli uragani. Ma quanti italiani ce l’hanno? Beh, io per esempio sì.

CREDITI FOTO: ANSA|Stefano Porta

 

 



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