Alluvioni, le cause di un disastro

Emilia-Romagna, Sardegna e Campania sono i territori più degradati del Paese secondo l'Atlante ISPRA dei Dati Ambientali 2023. Espansione urbana, scavi, mancata manutenzione di strade e fognature sono tra le cause antropiche più frequenti degli allagamenti.

Maria Concetta Tringali

Sono giorni difficili, i giorni della tragedia in Emilia-Romagna: di vittime accertate se ne contano 15; decine di migliaia gli sfollati, quasi 40 mila e per due terzi nel ravennate; strutture d’accoglienza approntate in fretta ospitano circa 5 mila persone. Campi ridotti a paludi, saline sott’acqua come risaie, case sventrate e più di 500 strade interrotte dopo più di 300 frane. Ovunque devastazione e paura. E continua a piovere.
Il sito web della regione è uno scatto in progressione. Il 19 maggio segna il prima e il dopo: in un’ora appena si passa dall’ordinario (con il rituale comunicato di stagione, dedicato alle spiagge pronte ad accogliere i turisti), all’emergenza dell’alluvione. Da quel momento, un susseguirsi di notizie drammatiche e qualche intervento a discolpa, da parte dell’amministrazione Bonaccini.

L’assessora regionale Barbara Lori chiarisce in una nota che “La legge urbanistica regionale funziona, già evitati nuovi insediamenti per oltre 11 mila ettari, con la possibilità concreta di ‘salvare’ l’85% del territorio inserito nella precedente programmazione”. Come dire: la norma c’è, a partire da quella contro la cementificazione. L’amministrazione prova a respingere gli attacchi di una maggioranza che gioca ancora a fare l’opposizione.
A cercare i dati, è la Piattaforma Nazionale Adattamento Cambiamenti Climatici a registrare l’impegno delle regioni: nel 2015 l’Emilia Romagna ha approvato il Percorso verso un’unitaria strategia di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici; sin dal 2011 ha avviato i Piani Clima territoriali.

La buona volontà non basta, certamente. E non può negarsi come il consumo di suolo in Italia fotografato dal Rapporto SNPA 2022 ci dica che “tra il 2006 e il 2021 abbiamo perso 1.153 km2 di suolo naturale o seminaturale, a causa principalmente dell’espansione urbana e delle sue trasformazioni collaterali che, rendendo il suolo impermeabile, oltre all’aumento degli allagamenti e delle ondate di calore, provoca la perdita di aree verdi, di biodiversità e dei servizi ecosistemici, con un danno economico stimato in quasi 8 miliardi di Euro l’anno”.
Tra le regioni è la Valle d’Aosta quella con il consumo inferiore, ma il trend è in crescita pure lì; gli incrementi maggiori sono avvenuti in Lombardia (con 883 ettari in più), Veneto (+684 ettari), Emilia-Romagna (+658), Piemonte (+630) e Puglia (+499); i valori percentuali più elevati si collocano anche quest’anno in Lombardia (12,12%), Veneto (11,90%) e Campania (10,49%).

Tra i numeri insomma ci si perde, ma il quadro va per lo meno abbozzato. L’istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), insieme alle 21 Agenzie delle Regioni (ARPA) e delle Province autonome (APPA), fa parte del Sistema Nazionale a rete per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), istituito con legge del 2016. È di aprile l’ultimo Atlante ISPRA dei Dati Ambientali 2023, pubblicazione che restituisce la fotografia del degrado del suolo e del territorio: tra le aree degradate del nostro paese “i risultati aggregati regionalmente mostrano i valori più alti per Sardegna, Emilia-Romagna e Campania”.
Le rilevazioni dell’Istituto al 17 maggio di quest’anno completano lo scenario. Per percentuali di territorio potenzialmente allagabile e di popolazione esposta a rischio di alluvione, l’Emilia-Romagna ha valori superiori rispetto a quelli calcolati alla scala nazionale: “l’11,6% del territorio regionale, in cui risiede poco meno del 10% della popolazione, ricade in aree potenzialmente allagabili secondo uno scenario di pericolosità elevata”. Ravenna e Ferrara, le province con maggiori estensioni di territorio inondabile, con punte rispettivamente dell’80% e di quasi il 100% in caso di scenario di pericolosità media da alluvioni. La regione peraltro è stata interessata – è bene dirlo – da due eventi in sequenza in meno di venti giorni con livelli di precipitazione mensile che hanno superato i 450 millimetri in varie località.

Il rapporto allarga la prospettiva e riporta la questione alle dimensioni reali, svelando una preoccupazione che deve riguardarci tutti: “Sono oltre 620.000 le frane censite a oggi sul territorio nazionale” (dalla più antica che ci riporta al 1116 fino al 2023). “Ogni anno – continua il documento – sono circa un migliaio le frane che si attivano o riattivano sul territorio nazionale e qualche centinaio gli eventi principali che causano impatti significativi sulla popolazione, sui centri abitati e sulla rete stradale e ferroviaria”.
Sulle cause del dissesto lo studio accende un faro in primo luogo sulle “condizioni fisiche del territorio italiano: geologicamente giovane e tettonicamente attivo, costituito per il 75% da colline e montagne”; poi vengono le cause naturali, quali precipitazioni e terremoti, e quindi quelle antropiche sempre più frequenti (legate a tagli stradali, scavi, costruzioni, perdite da acquedotti e reti fognarie); e dunque l’impatto dei cambiamenti climatici sui fenomeni franosi. La conta, degli ultimi 50 anni (1972-2021), è di 1.071 morti, 10 dispersi, 1.423 feriti e 145.548 evacuati a causa di frane.

Il fango in ogni sua forma pare invadere la regione d’Italia che più di ogni altra è oggi legata al nuovo ciclo del Pd, a Elly Schlein che di Bonaccini era innegabilmente la vice, con deleghe al contrasto alle diseguaglianze e alla transizione ecologica. La segretaria in più occasioni definisce inscindibili la giustizia sociale e quella climatica, nel suo programma il clima è una delle tre priorità, insieme a diseguaglianze e precarietà: “Ogni anno secondo il Rapporto Città Clima 2022 spendiamo dopo le emergenze circa quattro volte di più di quel che investiamo in prevenzione del dissesto idrogeologico. Dobbiamo invertire questo rapporto. Per questo è essenziale fermare l’avanzata del cemento, dotandoci finalmente di una legge rigorosa sul consumo di suolo e di una nuova legislazione urbanistica. Dobbiamo dire basta ai condoni e investire nella rigenerazione e riqualificazione urbana. Su questi obiettivi vogliamo lavorare con le amministratrici e gli amministratori locali del Pd, chiedendo maggiore impegno. La più grande opera di cui l’Italia ha urgente bisogno è la cura e il governo del territorio, che può dare lavoro ad una moltitudine di imprese e persone”: la mozione Schlein non lascia spazio a equivoci, segna il passo o quanto meno traccia una via per il futuro.

Passando dal documento programmatico all’agire politico di questo Pd in Parlamento, si recupera – qualcuno direbbe, non senza stupore – una certa continuità.
È infatti fermo al Senato dall’ottobre scorso il Ddl 51 (a firma Mirabella, Martelli e Fina) che ripropone un testo già presentato nel corso della XVIII Legislatura (atto Senato n. 843) in cui sono previste una serie di misure per il contenimento del consumo del suolo e il riuso del suolo edificato; con quello vanno letti anche il Ddl 29 e il Ddl 42, finalizzati a favorire la rigenerazione urbana quale alternativa strategica al consumo di suolo. Atti presentati a febbraio ma il cui esame non è ancora iniziato. È indubitabile come al centro della catastrofe di queste settimane ci siano il cambiamento climatico e il governo del territorio, e che le risposte dovranno arrivare da lì.

Seppure non sia ancora tempo di stimare i danni (che si sanno già essere ingentissimi, oltre 620 milioni, quanto a strade e ferrovie), la politica titolata, quella in carica, tuttavia ha acceso i motori. E si muove. È cronaca e anche di questa non si può non dar conto. Dapprima è un moto sotterraneo, poi sempre meno latente e riaffiora: puntare il dito, strumentalizzare i fatti per delegittimare l’avversario. La ricetta arriva puntuale, a ogni disgrazia collettiva, condita dalle lacrime di coccodrillo, a colpi di titoli di giornale, per lo più. Si vuole sott’acqua il modello Pd, ma sott’acqua è l’intero paese.
E dunque è lecito chiedersi in Parlamento (che è luogo deputato) questa maggioranza cosa faccia. A leggere il resoconto dei lavori della Camera gli interventi legislativi indicano chiaramente che l’approccio scelto è di tipo emergenziale. Si tratta per lo più di fondi stanziati per messa in sicurezza del territorio, proroghe e semplificazioni: Marche, Ischia, Matera 2022 e poi Emilia Romagna 2023, disegnano la cartina dei disastri più recenti causati dal dissesto idrogeologico. Oltre all’urgenza nessun intervento, però. Nessuna attività di prevenzione, né misure per il contenimento del consumo del suolo.

Ecco che sfruttando la tragedia come assist provvidenziale, i governanti continuano ad atteggiarsi a forze d’opposizione: proclami e propaganda. Al contrario, in Emilia-Romagna e nel paese servono risposte strutturali oltre che urgenti.
Registrare dinamiche (tutto sommato ben note) può servire allora a sollecitare riflessioni, farsi domande, abbozzare risposte per dopo l’emergenza, per quando sarà tempo.

 

Foto Flickr | ALESSANDRO FUSELLA ALBANESE



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