L’alternanza scuola-lavoro: così non va

L’uso neoliberista dell’alternanza scuola-lavoro, creato dalla “Buona scuola” di Renzi, piega l’apprendimento al predominio aziendale. Così la scuola tradisce sé stessa. Un’alternanza diversa è però possibile.

Massimo Baldacci

La morte di Lorenzo Parrelli, schiacciato a 18 anni da una putrella durante uno stage in una fabbrica di Udine, ha riproposto in modo tragico il problema dell’alternanza scuola-lavoro. Dopo le deplorevoli cariche della polizia agli studenti che manifestavano contro questo episodio, il ministro degli interni Lamorgese ha assicurato il dialogo. E il ministro del lavoro Orlando ha annunciato di voler aprire un tavolo con quello dell’istruzione Bianchi, per garantire che gli stage si svolgano presso aziende certificate. In questo modo, si continua però a fraintendere (o a non voler vedere) l’autentica radice della questione: il significato assunto dall’attuale forma dell’alternanza scuola-lavoro. A questo proposito, non si deve confondere che cosa quest’ultima potrebbe essere con che cosa è diventata. Detto diversamente, così come si deve discernere tra macchine e uso capitalista delle macchine, allo stesso modo è opportuno distinguere tra l’alternanza e il suo uso neoliberista, creato dalla cosiddetta Buona scuola di Renzi.

In origine, il rapporto della scuola col mondo del lavoro è stato posto dalla pedagogia di matrice progressista, secondo un quadro culturale però molto diverso da quello della Buona scuola. A questo proposito, si può prendere come esempio la posizione di Bertrand Schwartz (Un’altra scuola. Progetto socialista degli anni ‘80, 1980), consigliere di Mitterand negli anni Settanta. L’esigenza di superare il distacco tra scuola e lavoro, tra la teoria e la prassi, richiede un’apertura della scuola secondaria alla realtà economica territoriale, sia in uscita (esperienze formative in contesti produttivi), sia in entrata (intervento di esponenti del mondo del lavoro nella scuola).

In questi due contesti circolano concezioni diverse della teoria e della pratica; perciò, l’alternanza deve prendere forma attraverso un rapporto dialettico fra le loro differenti logiche. Per esempio, “vi è una fisica del fisico, che non è la fisica del professore di scienze fisiche, che non è la fisica dell’allievo, che non è la fisica dell’ingegnere” (ivi, p. 190). Si tratta, per restare a questo esempio, di capire lo scarto tra la fisica che s’impara a scuola e quella usata nel lavoro, cogliendo la diversità dei rispettivi punti di vista. Schwartz non nasconde però l’esistenza di problemi applicativi e di condizioni concrete da realizzare. In altre parole, egli non si limita a una celebrazione delle virtù potenziali dell’alternanza, ma si pone la questione della sua realizzazione storico-sociale. Dalla Buona scuola di Renzi (Legge 107/2015) a seguire, il limite è stato proprio questo. Ci si è fermati a una retorica dell’alternanza, facendo astrazione della realtà storico-sociale. In particolare, oggi, occorre considerare il significato dell’alternanza entro un quadro segnato dall’egemonia del neoliberismo.

Entro l’ideologia neoliberista, il compito della scuola viene visto secondo un paradigma funzionalista, facendo di questa istituzione uno strumento dello sviluppo economico, e rendendola così subalterna al mondo delle imprese. Alla scuola spetta, cioè, di preparare il capitale umano necessario al sistema produttivo. Tale capitale non è composto solo da conoscenze, ma anche da competenze. Pertanto, il curricolo scolastico dovrebbe essere piegato verso le competenze. Tuttavia, le competenze acquisite a scuola rischiano di rimanere incapsulate in questo contesto, e risultare quindi scarsamente trasferibili nelle concrete situazioni di lavoro. Così, i neoassunti devono per lo più apprendere on the job un’effettiva capacità di prestazione professionale. Lo stage in azienda, in alternanza all’istruzione scolastica, assume quindi una funzione strategica per infrangere l’incapsulamento delle competenze. Sotto questo profilo, le attese circa l’effetto formativo dell’attuale alternanza appaiono però eccessive. Difficilmente l’alternanza potrà colmare effettivamente lo iato tra la formazione scolastica e il lavoro aziendale. Occorre, perciò, chiedersi quale è il vero significato dell’alternanza scuola-lavoro entro la cornice ideologica neoliberista.

Entro tale cornice, l’alternanza è piegata al predominio aziendale. Pertanto, Fornero docet, l’impresa pretende che i giovani non siano choosy, bensì pienamente disponibili ad adattarsi alle sue richieste, quali che siano. Così, se c’è bisogno di fare fotocopie, il giovane tirocinante deve essere prontamente a disposizione. Cosa c’entra un simile compito con la trasferibilità delle competenze o con la comprensione delle logiche dell’uso sociale dei saperi? Niente, ovviamente. Ma non si tratta di un’esperienza priva di effetti sulla formazione del giovane.

Rispetto a questo andamento, di cui si sono avute varie testimonianze, non è sufficiente denunciare lo scostamento dalla finalità formativa dell’alternanza. Occorre domandarsi quali siano le reali conseguenze di tale esperienza. Cosa impara il giovane da un’alternanza così configurata? L’apprendimento effettivo non riguarda tanto le competenze (che spesso non sono seriamente mobilitate), quanto gli atteggiamenti, i modi di essere e di pensare. Il giovane impara che deve adattarsi alle necessità aziendali; impara che deve essere acquiescente al comando sul lavoro; impara che il suo destino dipende da questo (oggi in rapporto alla valutazione scolastica, domani rispetto alla conservazione di un posto di lavoro precario). E impara che egli è impotente rispetto a questo stato di cose, e quindi che si deve rassegnare. Un’alternanza così configurata rappresenta cioè soprattutto l’inizio della socializzazione al lavoro dominato dall’aziendalismo. Un esito del tutto coerente col progetto politico-sociale del neoliberismo. Di una simile alternanza non vi è alcuna necessità pedagogica, e gli studenti hanno pienamente ragione a chiederne l’abolizione.

Un’alternanza scuola-lavoro diversa è però concepibile, anche se di difficile attuazione nell’odierna situazione. La scuola deve chiudersi al rapporto con la società? E se si apre, può sopprimere il rapporto con la realtà del lavoro? Non sarebbe allora un’apertura dimidiata fin dall’inizio? Il punto cruciale è la forma di una tale apertura. Entro il neoliberismo tale apertura si compie nel segno della subalternità della scuola al mondo aziendale. Occorre invece un’apertura di carattere dialettico, che mantenga la piena autonomia culturale e pedagogica della scuola.

Senza entrare nel dettaglio di un progetto d’alternanza a nuovo indirizzo, si può perciò indicare il suo punto chiave: il superamento del paradigma funzionalista. Alla luce di quest’ultimo, infatti, l’alternanza viene concepita come una preparazione di produttori adattabili alle esigenze aziendali. La scuola, invece, deve mirare alla crescita completa dello studente, alla sua formazione come uomo e come cittadino. Pertanto, occorre concepire l’alternanza alla luce di un paradigma critico e dialettico, secondo cui il rapporto tra scuola e mondo produttivo deve essere un rapporto “polemico” (si veda ancora Schwartz, cit., pp. 184-88). Nella formazione del cittadino, un contatto diretto con la realtà del lavoro può essere importante, perché tende ad aprire gli occhi sul mondo, come ha insegnato Don Milani. La scuola deve però promuovere una consapevolezza critica della realtà del lavoro, e l’alternanza deve quindi diventare un’occasione per riflettere su tale realtà e prendere coscienza delle sue logiche e delle sue problematiche. Le logiche inerenti agli usi sociali dei saperi. E le problematiche concernenti la realtà sociale del lavoro. A questo scopo, per esempio, dovrebbero essere previsti anche incontri con le organizzazioni sindacali, e la partecipazione degli studenti a dibattiti tra queste e le forze imprenditoriali.

La scuola non può limitarsi a formare produttori. Prima di tutto deve formare persone che hanno la capacità e il coraggio di pensare con la propria testa. Altrimenti tradisce sé stessa. E se si chiede alla scuola di fare diversamente, si rischia di compromettere il suo significato costituzionale.

(credit Image: © Antonio Melita/Pacific Press via ZUMA Press Wire)

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