Un altro sguardo su Parigi

In “Paris, s’il vous plaît” (Einaudi), libro di viaggio e di memorie, Eleonora Marangoni racconta Parigi da una prospettiva non scontata, molto intima.

Massimo Castiglioni

L’ultimo libro di Eleonora Marangoni, Paris, s’il vous plaît, pubblicato da Einaudi, merita rispetto e attenzione anche solo per il coraggio con cui è stato scritto. Esiste per caso una città a cui sono stati dedicati più libri di Parigi? Forse Roma, considerando l’intero arco della sua lunghissima storia. Ma la letteratura su Roma, e sulle tante energie che fino ai giorni nostri hanno illuminato la sua esistenza, vitale e decadente, è ben altra cosa rispetto a quella su Parigi. Se la nostra capitale ancora risente delle sue incredibili stratificazioni culturali, e anche oggi si rimane facilmente sedotti da quella convivenza tra l’antichità e i capolavori del Rinascimento e del Barocco, Parigi è invece avvertita come un centro culturale moderno, che ha ospitato tra gli artisti più straordinari degli ultimi due secoli, e in questo senso è forse più vicina a noi.

Naturalmente la realtà è ben più complessa di questa riflessione. Perché Roma non è certo solo un cumulo di rovine o di opere d’arte abbandonate nel suo tessuto urbano, e nel Novecento (ma a ben vedere anche in questo segmento di ventunesimo secolo che abbiamo conosciuto) ha ispirato la prosa di molti scrittori e intellettuali; d’altra parte Parigi non è più la capitale del diciannovesimo secolo, come la definì Walter Benjamin, né il centro della cultura mondiale, sebbene i suoi miti e le sue leggende continuino ad esercitare un fascino irresistibile (la testimonianza più eloquente è probabilmente Midnight in Paris di Woody Allen, del 2011: omaggio al clima irripetibile degli anni Venti, discorso sulla difficoltà di staccarsi da certe ossessioni e idealizzazioni, e infine dichiarazione d’amore per una delle città più belle del mondo).

Il rischio di Paris, s’il vous plaît, dunque, è quello di confrontarsi con un tema su cui tanto è stato scritto; ma Eleonora Marangoni, romana classe 1983 e residente per otto anni a Parigi, è riuscita in questa non semplicissima impresa, perché il taglio dato al libro consente di osservare la città da una prospettiva non scontata, molto intima, che attinge con grande disinvoltura alle esperienze personali senza che la prosa corra mai il pericolo di essere soffocata o banalizzata dall’io narrante.

Lo sguardo dell’autrice, i suoi ricordi, il percorso spezzato, non necessariamente cronologico, attraverso i luoghi più familiari e le esperienze più importanti (o parte di esse) trascinano il lettore tra le vie di una parzialissima Parigi, non da cartolina (sebbene non possano mancare riferimenti ai luoghi più noti), quella vissuta da una persona che negli anni universitari vi si è trasferita e ad essa associa una parte non indifferente della sua formazione. È un libro di memorie, certo, ma anche libro di viaggio, calato com’è nella materialità delle strade e dei quartieri attraversati (a partire dalla prima residenza in avenue Saint-Honoré d’Eylau, nel XVI arrondissement), dove abbondano momenti di riflessione nel confronto con particolari eventi storici o nel commento a un autore, a un romanzo, a un film che in qualche maniera instaurano legami, anche sotterranei, tra la memoria di Marangoni e la città.

È il caso, ad esempio, di El sol del membrillo, in italiano distribuito col titolo Il sole della mela cotogna, straordinario (e poco ricordato) film del 1992 diretto da Victor Erice ed interpretato dal pittore Antonio López García, qui nel ruolo di sé stesso. Si tratta di un singolare documentario in cui si riprende il lavoro del pittore, intento a realizzare quadri o disegni che hanno per soggetto un albero di mela cotogna, fino al marcimento dei suoi frutti. Il lavoro si svolge in diversi giorni, l’albero è quindi soggetto ai mutamenti del clima, della luce, del tempo insomma, e con esso le opere di López García. Un film che interroga il tempo e il suo rapporto con la bellezza e l’arte, ma non solo. Di questo film Eleonora viene a conoscenza nel corso di una serata parigina in compagnia di amici: «So che è un film spagnolo, su un albero e su pittori spagnoli anche loro, ma è il genere di cose che scopri a Parigi una sera per caso, e che poi continui sempre a pensare che in qualche modo siano arrivate da lì».

A rendere più ricco e strutturato il lavoro di scrittura ci pensa il ricchissimo bagaglio iconografico. Fotografie o immagini che nelle varie pagine si affiancano alle parole. Un’operazione che dice qualcosa in più dell’originalità dello stile dell’autrice, del suo modo di intendere il libro, e che richiama alcune delle sue fatiche precedenti. Del 2020 è Viceversa. Il mondo visto di spalle (Johan & Levi Editore), un saggio dedicato a numerose immagini di soggetti ripresi di schiena; e nello stesso anno, per Feltrinelli, è uscito E siccome lei, una raccolta di racconti su Monica Vitti e su parte delle donne da lei impersonate (ma anche qui in una chiave sperimentale e fuori dagli schemi), dove un fondamentale contributo è fornito dalle tante fotografie che scandiscono il susseguirsi delle storie.

Le immagini, comunque, non servono soltanto a dare un corpo visivo a certi passaggi scritti, ma partecipano attivamente alla dimensione frammentaria di Paris, s’il vous plaît. L’autore che più di tutti emerge, tra quelli amati da Eleonora Marangoni, è certamente Marcel Proust, ampiamente ricordato, ma c’è anche un altro scrittore parigino che sembra aver svolto un non secondario ruolo di ispiratore: Georges Perec, esplicitamente chiamato in causa nel capitolo nono. In particolare, sono citate due opere: Tentativo di esaurimento di un luogo parigino e La vita, istruzioni per l’uso. Se il secondo è un romanzo molto caro a Marangoni, a cui sono dedicate pagine appassionate, il primo è forse il titolo più interessante in relazione al libro di cui stiamo parlando. Nel Tentativo, Perec registra tutto quello che vede accadere in place Saint-Sulpice nei tre giorni che passa appostato su un tavolino del Café de la Mairie o su una panchina. Una specie di sfida all’infinito che poggiando su uno spazio ben circoscritto si confronta con il tempo e con i tanti frammenti che porta con sé. Il tempo, questo protagonista invisibile. Ecco, sebbene Marangoni non abbia tentato di esaurire Parigi, il suo modo di muoversi nei ricordi, tra i quartieri, gli aneddoti, le persone amate e conosciute, procede necessariamente per frammenti, scaglie luminose che mettono in chiaro gli stretti legami tra l’autrice e la città. Un po’ come riescono a fare le interminabili passeggiate senza meta che restano davvero una delle cose migliori in cui può impegnarsi chi visita Parigi per la prima volta o chi ci ritorna. «Come tutte le altre persone che vivono o hanno vissuto qui, ho camminato per le strade di questa città mentre ero distratta, trafelata, triste, arrabbiata o innamorata, e so che a volte è proprio attraversandola senza un programma o una meta precisa che mi sono lasciata leggere da lei, e che ho capito alcune cose che so di me».

E simile a queste passeggiate è pure Paris, s’il vous plaît, che nel suo sfuggire a facili etichettature, nel suo denso e felice costruirsi con la complessità di cui si è cercato di dire qualcosa, si ritaglia uno spazio di particolare interesse.



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