Ambiente: G20, e poi?

Affrontare il cambiamento climatico. Questo il principale tema al centro del G20 di Napoli. A distanza di circa dieci giorni ordiniamo le tappe fondamentali di quelle giornate.

Emanuela Marmo

A distanza di circa dieci giorni dal G20 a Napoli, con l’aiuto di Stop biocidio e Bees against G20, ordiniamo le tappe fondamentali di quelle giornate, cercando di orientarne i risultati alla comprensione di quello che ci aspetta.

Come è noto, i temi all’ordine del giorno hanno riguardato le soluzioni utili ad affrontare il cambiamento climatico, avvalorando modelli compatibili con la biodiversità e la povertà, la tutela e il ripristino dei suoli degradati, la gestione sostenibile dell’acqua, la protezione dei mari, la cooperazione per l’uso equilibrato e circolare delle risorse: bellissime parole, chi ha il compito di concretizzarle? Il ruolo dei governi è stato un argomento cruciale del G20.

Ma chi sono i G20? Sono i Paesi che rappresentano più dell’80% del PIL mondiale, il 75% del commercio globale e il 60% della popolazione del pianeta: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Italia, Messico, Regno Unito, Russia, Stati Uniti, Sud Africa, Turchia e Unione Europea. A questi si aggiunge la Spagna, invitato permanente. L’emergenza climatica impone che nessuno possa più rinnegare l’urgenza climatica, al tempo stesso tutti gli stati sono preoccupati di veder intaccati gli interessi economici e finanziari di quei medesimi che hanno creato il sistema che conosciamo e da cui dipende la stessa politica che però dovrebbe promuovere un’economia ecosostenibile: possiamo conciliare le priorità ecologiche con gli obiettivi di chi è diventato grande depredando e sfruttando l’ambiente?

Il G20 ha predisposto un confronto internazionale sugli strumenti in grado di promuovere la decarbonizzazione, che è proprio uno dei temi in grado di esemplificare il conflitto di interesse tra conversione ecologica e mantenimento dello status quo. Nelle scorse settimane, l’Unione Europea ha ipotizzato l’introduzione di una tassa di confine sulle merci provenienti da paesi con elevate emissioni di carbonio. I prelievi rifletteranno i prezzi di riferimento sul sistema di scambio di emissioni dell’UE ETS, il più grande mercato del carbonio al mondo. Strategie di questo tipo, che agiscono sulle transazioni e non sulle metodologie produttive, garantiscono una riduzione delle emissioni di carbonio? O sono misure protezionistiche? L’onere economico non avrà ricadute penalizzanti sulle economie dei paesi in via di sviluppo?

Cosa ci aiuterebbe a ridurre le emissioni di carbonio? La necessità di una globale visione ecologica dell’economia esclude, a rigor di logica, che solo venti soggetti siano titolati a decidere le sorti del mondo. Per questa ragione, ci è parso utile ascoltare le analisi e le riflessioni condotte da chi è impegnato nella lotta per l’ambiente.

Chi sono le Bees against G20? Sono lo sciame di attivisti e organizzazioni che hanno organizzato l’Ecosocial Forum Internazionale in concomitanza con il G20 a Napoli. Il Forum ha permesso di raccordare la mobilitazione intorno alla condivisione di pratiche, modelli e teorie. Abbiamo ascoltato Vandana Shiva, Ashely Dawson e Jen Chantrtanapichate, Lucie Greyl, Dennis Van Berkel, Marco Armiero e i rappresentanti delle principali battaglie ambientaliste italiane, dai No Tav, a No Grandi Navi fino ai comitati campani.

A queste realtà, gli impegni che il G20 dichiara di assumersi, non appaiono credibili: “Nessuna fiducia a chi, di anno in anno, allontana anche gli obiettivi minimi della riduzione di CO2, mentre la crisi climatica e la devastazione ambientale accelerano drammaticamente. Non può esserci fiducia perché le persone raccolte nel G20 sono portavoce degli interessi delle multinazionali, della finanza, dell’economia estrattiva. Lo dimostra in modo esemplare il caso dell’Italia che investe su nuovi gasdotti e ha affidato il ministero all’ambiente a Cingolani, espressione dell’industria degli armamenti. Infine, come possono cooperare alla transizione ecologica paesi dittatoriali, ad esempio l’Arabia saudita, che fondano il regime proprio sul petrolio”» (Bees against G20).

“Greenwashing” è il primo pericolo, il tranello mediatico da cui l’Ecosocial Forum Internazionale ci mette in guardia. Eni è il caso portato ad esempio in sede di dibattito: “Parliamo di una società per azioni, una multinazionale, che intende dare la propria parte all’ambiente attraverso la cattura e lo stoccaggio del carbonio. Tradotto in parole che tutti possano comprendere, ciò significa che Eni continuerà a estrarre e bruciare gas del petrolio, catturerà una parte della CO2 prodotta e poi la stoccherà in un proprio giacimento di gas esaurito, che si trova sotto il mare. Grazie a questa tecnica di re-iniezione si possono sfruttare punti del giacimento diversamente non usufruibili, però non è una strada che riduce l’utilizzo di gas, al contrario lo incrementa. Malgrado ciò il CCS viene presentato come uno dei principali strumenti per condurci progressivamente alla decarbonizzazione. Eni dichiara che a partire dal 2025 inizierà a stipare nel suo giacimento esaurito 4-5 tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Il giacimento di cui si parla – il più grande progetto europeo – può contenere più di 300-500 milioni di tonnellate di gas. Se Eni ne stocca 4-5 milioni all’anno, vuol dire che impiegherà cento anni per riempire il giacimento. C’è solo un modo per comprendere se questi numeri sono confortanti: compararli con i dati delle emissioni. Ogni anno Eni è responsabile di circa 500 milioni di tonnellate di emissioni. La sua idea di transizione ecologica, la sua idea di fare qualcosa per l’ambiente, è di ricompensare in cento anni ciò che Eni emette in un anno. A dispetto dell’immagine green che la società cerca di darsi, i piani di investimento parlano chiaro: essi prevedono, per il prossimo quadriennio, di aumentare le estrazioni di petrolio e gas, che sono le principali fonti di emissione di CO2. Il 65% degli investimenti va agli idrocarburi, il 20% al green, il 10% ad altro. Analizzando al dettaglio il 20% destinato al rinnovabile, si scopre che solo la metà è realmente diretto alle fonti rinnovabili e in gran parte solo per acquisire infrastrutture già esistenti: ciò non potenzia il sistema della sostenibilità” (Greenpeace).

Attraverso la mobilitazione, l’azionariato critico e i procedimenti legali, l’Ecosocial Forum Internazionale ha ribadito i principi di equità e responsabilità comuni e differenziate, in ragione dei quali i governi hanno l’obbligo di tutelare la salute dei cittadini e di agire entro i confini segnati dalla scienza. Per iniziativa di movimenti giovanili, anche le corti europee, di Olanda, Islanda, Germania, si sono pronunciate in favore dei querelanti, rinvenendo nei governi inadempienza e debolezza di azione: «Non tutti abbiamo lo stesso livello di responsabilità e il maggior carico, il dovere di azione e intervento deve ricadere soprattutto su chi ha le responsabilità maggiori. Le aziende inquinano, ma sono i governi statali a consentire, a determinare le soglie di rispetto, a individuare le misure opportune. I governi, quindi, devono essere richiamati al rispetto di quanto, in ordine alla sicurezza dei cittadini e del territorio, essi stessi sanciscono. Uno dei principali riferimenti offerto ai governi dalla comunità scientifica è l’Intergovernmental Panel on Climate Change, un organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici. È un foro scientifico che, nello studiare gli effetti del riscaldamento globale, dota gli stati delle informazioni e dei parametri da seguire per contrastare i danni. L’Italia partecipa al processo di revisione e alle sessioni plenarie, dove sono prese le principali decisioni, dove vengono accettati e adottati i rapporti. Lo Stato italiano ha anche sottoscritto l’accordo di Parigi, quello di Toronto e di Kyoto, ha tutti gli strumenti per adottare le politiche corrette, come mai allora resiste all’attuazione di quegli stessi obiettivi che riconosce come necessari? Facciamo un esempio. L’accordo di Kyoto ha imposto all’Italia la riduzione delle immissioni, il nostro paese ha rispettato l’indicazione, ma lo ha fatto ricorrendo a uno stratagemma formale, ovvero comprando crediti di carbonio dalla Polonia. Ancora un altro esempio: la bozza del Decreto Clima avanzata da Conte conteneva norme per abolire i sussidi al fossile. Il decreto poi approvato non prevede più questa norma, fu cancellata. È evidente che i nostri governi, a dispetto di quanto dichiarano, sono pilotati dagli interessi delle grandi società. La situazione ambientale è così grave che azioni governative insufficienti, deboli, pur di fronte a prove scientifiche schiaccianti, sono una oggettiva violazione intergenerazionale dei diritti umani. Con questa consapevolezza, più di 200 ricorrenti e 24 associazioni impegnate nella giustizia ambientale e nella difesa dei diritti umani hanno deciso di citare in giudizio lo Stato per inadempienza climatica» (Giudizio Universale). L’azione legale è promossa nell’ambito della campagna intitolata “Giudizio Universale”, le richieste dei ricorrenti sono commisurate al “giusto contributo” di riduzione che ogni Stato è tenuto a garantire per contribuire in maniera equa al raggiungimento dell’obiettivo dell’Accordo di Parigi.

Che cosa ci aspetta? Un lungo processo…


FOTO:

(A sinistra) L’inviato per il clima del presidente Usa, John Kerry, e il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, Napoli, 23 Luglio 2021. ANSA/CESARE ABBATE

(A destra) Manifestazione dei movimenti a Napoli.

 



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