“Ambienti e Migrazioni Umane”, la complessità errante della nostra specie

Dalle ragioni biologiche, ecologiche ed evolutive, a quelle storiche, culturali e politiche, il libro traccia un percorso che tiene in considerazione aspetti frequentemente trascurati nella discussione sul tema delle migrazioni e che la contemporaneità spesso appiattisce sull’immediato presente.

Costanza Majone

“Ambienti e Migrazioni Umane: una storia di ecosistemi” (A cura di Elena Gagliasso, Giulia Iannucci e Leonardo Ursillo, Franco Angeli Editore, 2022) parla dell’andare, dello spostarsi, dell’errare della nostra specie; lo fa con uno sguardo ampio, che giunge “lontano” nel tempo per scoprire e poi ricostruire i come e i perché, sin dall’inizio, gli esseri umani cambiano posto, vanno altrove. Dalle ragioni biologiche, ecologiche ed evolutive, a quelle storiche, culturali e politiche, il testo traccia un percorso che tiene in considerazione aspetti frequentemente trascurati nella discussione sul tema delle migrazioni e che la contemporaneità spesso appiattisce sull’immediato presente. Gli incontri seminariali da cui il testo nasce ebbero luogo all’Università La Sapienza di Roma nel 2019, anno di grandi flussi migratori verso l’Italia dalle coste del continente africano, e scaturirono da un sentire comune e della necessità di una riflessione sui fenomeni migratori più ampia e più profonda di quella in corso nell’opinione pubblica, rinchiusa nel tema dell’emergenzialità. È poi durante il periodo, realmente emergenziale, della pandemia da Covid-19, che il saggio prende forma, quando, come ben sottolineano i curatori nell’introduzione, gli spostamenti erano bloccati e il nostro rimanere fermi in un luogo era necessario a fermare lo spostarsi incessante del virus. Lo stare e l’andare, quindi, si configurano spesso come necessità domandate dall’esterno e la scelta di allontanarsi da un luogo è dovuta al suo essere diventato, per ragioni ambientali, biologiche o geopolitiche, inadatto, inospitale, pericoloso. L’andare via da un posto per trovarne un altro, non migliore, ma dotato di caratteristiche adatte alle esigenze, “rappresenta una costante evolutiva dell’intero stato vivente della materia”.

Evento imprevedibile: alla pubblicazione del libro segue lo scoppio di una guerra, nel centro dell’Europa, che da inizio a un fenomeno migratorio ancora diverso. Se i migranti dei popoli africani sono per lo più uomini che lasciano i loro luoghi di origine in direzione di una nuova stanzialità senza ritorno, dall’Ucraina invasa vanno via donne e bambini, il patrimonio biologico potremmo dire, in una fuga repentina e non meditata cullata dalla speranza del tornare, un giorno, indietro.

“Ambienti e migrazioni umane” restituisce questa complessità andando oltre la mera descrizione dell’evento profondo esplorando, grazie al contributo di differenti discipline, aspetti fondamentali per una comprensione completa e coerente delle dinamiche, delle conseguenze e delle interpretazioni dei fenomeni migratori. Bisogna innanzitutto ricostruire il ruolo di primo piano che lo spostarsi ebbe nel tempo dell’evoluzione della nostra specie (e del nostro genere: Homo) e scoprire così che la storia umana è una storia di avvicendamenti spaziali fin dalle sue origini, come spiega nel suo saggio Giorgio Manzi. La non fissità delle entità, l’errare, si configura come una caratteristica che lega Homo Sapiens a tutte le altre manifestazioni viventi della natura, in un ambiente che non è mero spazio geografico fisso e imposto, ma luogo che costruisce ed è costruito da reti di relazioni che mobilizzano la realtà. Ma se muoversi, spostarsi, andare altrove, cercare luoghi adeguati alle necessità (tracking habitat) ha permesso alla vita di allargarsi e diversificarsi, perché a un certo punto lo “stare” è diventato meglio dell’“andare”? Lo spiega Elena Gagliasso nel suo contributo: “Dopo i mondi ondivaghi dei cacciatori e raccoglitori, e correlata alle colture cerealicole eurasiatiche, la stanzialità è stata vista come prima forma di cultura, con creazione di caste, classi, ordinamenti e prodromo di civiltà”. Quando i tempi si stringono da geologici a storici e le caratteristiche bio-ecologiche non bastano più a descrivere i fenomeni migratori allora stare e andare vengono connotati ideologicamente e valorialmente: nel momento in cui i gruppi umani acquistano identità culturali e forme sociali strutturate allora il rimanere in un luogo, inteso come proprio, originario, che dona appartenenza, viene valorizzato e conquista un primato implicito. Così i confini si caricano di significati culturali, politici ed economici e quella tra stanzialità ed erranza diventa una dicotomia tra positivo e negativo; quando, in realtà, le motivazioni che spingono ad andare piuttosto che a restare sono contingenti e anche coloro che oggi “stanno” potrebbero, un domani, trovarsi costretti ad “andare”. È proprio per questi motivi che il libro invita i suoi lettori a riflettere su cosa è realmente in gioco quando si parla di migrazione: il rapporto tra il “noi” inteso come popolo abitatore e possessore di luogo e l’altro, colui che si muove, che giunge da altrove. Di questi rapporti, dei contatti fra i popoli, delle mescolanze che le migrazioni favorirono si può sottolineare l’importanza ripercorrendo la storia della cultura materiale, delle diffusioni e delle dispersioni delle tecniche con la riflessa possibilità della loro acquisizione (Pilotto). Ma la medaglia dei contatti fra i popoli ha anche un’altra faccia, quella delle reazioni che da quell’incontro derivarono: le apparenti diversità divennero la base implicita su cui fondare i “razzialismi”. La visione dell’uomo bianco come punto più alto del progresso umano diede vita a fenomeni quali lo schiavismo, l’asservimento e il rifiuto dell’origine comune di tutta l’umanità, come spiegano i saggi di Ceccarelli e Ursillo. Quelle concezioni, oggi completamente svuotate di significato dalla scienza, influenzano ancora le nostre reazioni nei confronti dell’“altro” e della sua fittizia diversità (La Vergata).  Diventa allora indispensabile indagare il concetto di identità personale che si scopre essere “come distribuita sul ciglio delle relazioni con il mondo esterno” (Iannucci), lo sviluppo dell’identità personale del singolo si configura come un processo in fieri che necessita del rapporto con il mondo circostante e con l’altro (Morabito). Infine, la questione delle lingue e delle identità linguistiche, anch’esse usate per condizionare le reazioni politiche e sociali alle migrazioni (Tani), mentre un’analisi dei fenomeni linguistici fornisce un’ulteriore prova della “presenza strutturale passata e presente dei processi migratori” e del loro ruolo nei processi creativi di formazione e modificazione dei sistemi linguistici (Vedovelli).

Le riflessioni che “Ambienti e migrazioni umane” suscita vanno tutte tenute in considerazione quando si parla di migrazioni. Nonostante il nostro essere, in questo specifico momento, spettatori e non attori, l’urgenza e la crudezza del migrare richiedono la nostra attenzione. “Pieno il mare di esuli, gli scogli coperti di stragi”, scriveva Tacito con parole che bruscamente ci riportano al presente: la lettura di questo libro ci dà gli strumenti adatti a comprendere e reagire a un fenomeno destinato ad amplificarsi nel prossimo futuro, poiché “è il presente quello su cui oggi possiamo agire e che sarà premessa del futuro che lasceremo: la chiamata di responsabilità – o di correo- per le generazioni attuali è dunque una biforcazione ineludibile”.



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