Un voto mobile e poco deciso in una società divisa dalle disuguaglianze

Il rapporto dell’istituto di ricerca Ixè ha confrontato i flussi di voto calcolando quanto si siano spostati da un partito all’altro, da e verso l’astensione, e quanto si siano divisi in base alle direttrici del sesso, dell’età, delle condizioni economiche, dell’appartenenza politica e di quella religiosa.

Federica D'Alessio

Un’Italia che dal 1992 a oggi ha perso circa 12 milioni di voti. Una popolazione che rinuncia sempre più in massa a farsi rappresentare politicamente, e il cui rapporto con i partiti è fragile e, di conseguenza, molto mobile. Oltre la tradizionale e persistente divisione fra un’Italia che tende a destra e una che tende a sinistra, i confini fra le diverse culture ideologiche si sfumano, e molte scelte elettorali vengono formulate in base alla percezione delle proprie condizioni di vita.

Sono le primissime conclusioni che si possono trarre dal rapporto dell’istituto di ricerca Ixè uscito il 27 settembre, due giorni dopo il voto, ottenuto confrontando e riproporzionando i dati di 2.421 interviste con il risultato delle elezioni politiche del 2018 e del 2022 e le elezioni europee del 2019. Fornendo una miniera di informazioni utili, l’istituto ha confrontato i flussi di voto calcolando quanto si siano spostati da un partito all’altro, da e verso l’astensione, e quanto si siano divisi in base alle direttrici del sesso, dell’età, delle condizioni economiche, dell’appartenenza politica e di quella religiosa. Ne emerge un ritratto che smentisce molti dei luoghi comuni sull’elettorato e sulla rappresentanza ascoltati durante i mesi di campagna elettorale.

Fedeli a Fratelli d’Italia, in fuga da tutti gli altri partiti
Uno dei primi dati interessanti che emergono analizzando i flussi di voto è la scarsa fedeltà ai partiti. Ci si potrebbe aspettare che percentuali molto alte di chi ha votato un certo partito nel 2018 abbiano votato lo stesso partito nel 2022, invece no. L’unico schieramento che ha mantenuto fedeltà è quello degli elettori di Fratelli d’Italia, che all’84% ha votato nuovamente per la compagine di Giorgia Meloni. Per tutti gli altri, prevalgono fluidità e mobilità: solo il 32,2% di chi aveva votato Movimento 5 Stelle nel 2018, meno di una persona su tre, ha confermato il suo voto. Un altro terzo ha preferito astenersi, il 9% ha scelto Fratelli d’Italia. Anche nel PD, solo la metà degli elettori del 2018 (il 54,4%) ha confermato la preferenza nel 2022. Un 10% circa ha votato per Azione/Italia Viva, ma il 22% si è astenuto. Importante, invece, il travaso di voti dalla Lega a FdI: quest’ultimo strappa infatti a Salvini il 44% dei voti leghisti del 2018. Meno sbalorditivo ma comunque importante il travaso da Forza Italia: circa un terzo degli elettori di Berlusconi del 2018 ha votato per Meloni, il 7,4% ha votato Azione, e il 18,7% ha scelto di non votare. Infine, interessante notare che il 7,4% di elettori del centro sinistra ha votato per Meloni, e che circa il 30% dei voti andati alla compagine di Azione/Iv è stato pescato dal bacino di voti ampio del centro-sinistra, compresi i suoi micropartiti o i partiti civici. Una percentuale che evidentemente ha pesato molto nella possibilità per l’alleanza progressista di vincere collegi uninominali, persino nelle sue roccaforti. Il bilancio finale è infatti impietoso: 121 collegi uninominali sono stati vinti dalla destra, 12 dall’alleanza progressista, 10 dal Movimento 5 stelle.

Il quadro dell’elettorato secondo le ricerche di Ixè – confermato anche dai risultati di un altro istituto di ricerca che sta offrendo le sue rilevazioni in queste ore, SWG – rivela dunque instabilità e mobilità, ed è confermato in gran parte anche confrontandolo con le elezioni europee del 2019 (solo il dato del M5s, in quel momento già in grande calo di preferenze, si differenzia significativamente: non più un terzo degli elettori ma oltre la metà degli elettori pentastellati del 2019 hanno confermato il voto nel 2022).

“Se guardiamo alla percentuale di astensione in significativa crescita, che avevamo previsto ma non a tal punto – conferma a MicroMega il direttore di ricerca di Ixè Alex Buriani – ci rendiamo conto che l’elettorato oggi modifica con relativa facilità le sue preferenze; ci sono flussi in uscita, come quello dal Movimento 5 stelle verso l’astensione, che parlano di una sorta di effetto “ultima spiaggia”: per molti il M5s rappresentava evidentemente l’ultima speranza di riporre fiducia in un progetto politico. Al tempo stesso, il recupero sorprendente di consensi che proprio il M5s ha ottenuto nell’ultima fase della campagna elettorale parla di mobilità anche in entrata”. Il M5s ha pescato anche nel bacino della sinistra, difatti vota 5 stelle circa il 20% degli elettori che si definiscono di sinistra e il 20% di quelli che si definiscono di centro-sinistra. Ma a continuare a dare un profilo ancora in parte “apolitico” all’elettorato dei 5 stelle è quella percentuale di preferenze che gli arriva da coloro che si definiscono “non collocati”, né di destra né di sinistra. Il 70% dei quali si astiene.

Chi vota cosa: le condizioni socio-economiche e lavorative pesano
La fiducia è dunque un bene mobile per l’elettorato italiano, sebbene ci siano alcuni profili demografici più definiti di altri. L’elettorato che ha scelto Giorgia Meloni è piuttosto trasversale dal punto di vista dei generi e delle fasce d’età, nonché della posizione geografica (quest’ultima non è oggetto per ora di rapporto dettagliato da parte degli istituti di ricerca, ancora in attesa dei dati puntuali da parte del Ministero dell’Interno); di contro, il Partito democratico si conferma il partito che ottiene il maggior numero dei consensi fra le persone più ai margini delle fasce d’età produttive – secondo partito dai 55 anni in su, primo partito fra i pensionati dai 65 anni in su – e che si considerano portatrici di un tenore di vita agiato o sereno. Viene inoltre votato dagli uomini più che dalle donne, le quali sono anche la fetta più ampia degli astenuti sebbene, avvisa Buriani, “va tenuto in conto che questi dati sono innanzitutto basati sul nostro campione di intervistati e mettiamo sempre in conto una maggiore ritrosia femminile a offrire la propria intenzione di voto nelle interviste”. Interessante l’ampia distribuzione del voto nella fascia d’età dei giovanissimi: in percentuali superiori alle altre generazioni votano per Azione/Iv (il 17,6%) e per Più Europa (il 12,3%) ma con percentuali molto simili si dividono anche fra Pd, M5s e FdI. Molto più delineato invece il voto degli anziani, che vede il Pd primo partito (26,3%) tallonato però da FdI (24,4%).

Le rilevazioni di Ixè tengono anche conto delle condizioni economiche, “misurate attraverso le autovalutazioni e percezioni che le persone stesse hanno del loro tenore di vita, ovvero se possono permettersi lussi o se, al contrario, non riescono a garantirsi il necessario per una vita dignitosa”. I segmenti sono quattro: persone che vivono condizioni agiate, serene, appena accettabili oppure inadeguate. È interessante qui notare che chi vive nelle condizioni peggiori non si affida a Fratelli d’Italia bensì in maggiore percentuale al Movimento 5 stelle, cui va il 27,2% delle preferenze, oppure alla Lega, che ottiene le sue preferenze maggiori proprio fra le persone più povere. Di contro, Pd e Azione acquistano consensi soprattutto fra le persone agiate o in condizioni serene. Anche la percentuale di astenuti fa riflettere: il 53% di chi vive in condizioni inadeguate non va a votare, contro il 28,4% delle persone agiate. C’è dunque una differenza di scelte in base a come le persone si sentono in credito o in debito verso il loro Paese. Anche in questo caso, spiega Buriani, “si tratta di una percezione legata a ciò che le persone sentono di aver dato o ricevuto, in termini di tasse, ma anche di servizi che lo Stato offre loro”. La parte di Paese che si sente di aver dato allo Stato più di quanto ha ricevuto vota al 30% circa per Fratelli d’Italia, che si profila nettamente come il partito di chi chiede allo Stato (sebbene non sia bassa neanche la percentuale di chi si sente in pari o in debito, a conferma dell’ampiezza e della trasversalità del bacino di voti di Meloni e dei suoi). Al contrario, una persona su quattro circa che ritiene di aver avuto o ricevuto più di quanto ha dato vota per il Pd.
Interessante, infine, il dato dell’appartenenza religiosa. Circa un terzo dei cattolici praticanti e dei cattolici non praticanti vota per Fratelli d’Italia, la percentuale di preferenze fra gli atei è invece piuttosto bassa: il 14,5%. Più alta quella dei fedeli di altre religioni. I non credenti votano invece soprattutto Pd e Movimento 5 stelle. I cattolici praticanti sono infine i più inclini all’astensione: non vota il 39,6% di loro, un dato superiore alla media nazionale. Sotto la media nazionale i cattolici non praticanti, astenuti solo – si fa per dire – per il 33,4%.



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