Un libro di storia smonta tutte le “fake news” sui partigiani

Il libro di Chiara Colombini (Laterza, 2021) ricostruisce le letture false e mistificatrici della Resistenza. Non un manifesto “antipansista”, ma un lavoro di storia.

Francesco Filippi

“… bisogna scrivere questi fatti, perché fra qualche decennio una nuova retorica patriottarda o pseudoliberale non venga a esaltare le formazioni dei purissimi eroi. Siamo quello che siamo…”

Con queste parole il partigiano giellista Emanuele Artom nel novembre 1943, a guerra civile appena iniziata, racconta al proprio diario l’inquietudine riguardo il giudizio futuro sui combattenti di quel conflitto dilaniante. Condurre i fatti nella giusta prospettiva, per evitare agiografie come temeva Artom o, come sempre più spesso oggi accade, volgari dannazioni di memoria.

Non è un caso che queste parole vengano riprese nel nuovo libro di Chiara Colombini, Anche i partigiani, però… (Laterza, 2021) che si incarica, una volta di più, di riportare nell’alveo della ricerca storica le vicende di un periodo cruciale per la storia di questo paese, periodo troppo spesso strattonato e sfilacciato dalla chiacchiera politica.

Un’operazione complessa, che deve fare i conti da un lato con la ragguardevole mole di studi prodotti sul periodo ‘43-’45 e dall’altro con l’altrettanto ingente cumulo di sciocchezze, imprecisioni o vere e proprie bugie che per i motivi più vari sono state prodotte sul tema, in particolare a partire dagli anni Novanta del secolo scorso.

Con attenzione e puntualità il saggio esamina i maggiori luoghi comuni circolanti sulla Resistenza affiancandoli alla realtà dei fatti riportata dalle fonti e dalle analisi storiografiche, non dimenticando di riportare le varie interpretazioni che negli anni il dibattito degli storici ha prodotto. Un lavoro necessario, che cerca di sgombrare il campo e fare chiarezza attorno alle affermazioni più abusate e ai giudizi più brutali sugli antifascisti combattenti: uno per uno vengono smontati e ridefiniti storicamente i falsi miti dei partigiani tutti comunisti, rubagalline o terroristi, fino al vecchio, trito, “la storia la scrivono i vincitori”.

Capitoli agili, precisi ma pensati anche per un pubblico di non addetti ai lavori, vale a dire per i lettori che più spesso possono incappare in questo tipo di mistificazioni. Un saggio efficace e puntuale e, forse proprio per questo, scomodo.

Come già successo alle precedenti uscite della collana della Laterza Fact Checking, vale a dire L’antifascismo non serve più a niente di Carlo Greppi (2020) e E allora le foibe? di Eric Gobetti (2021), anche il testo di Chiara Colombini è finito sotto l’attacco scomposto dell’estrema destra, su carta e nel web. Con rabbia niente affatto celata, molte voci di quell’area si sono alzate per protestare contro il tentativo di “negare dignità a un pezzo d’Italia” e di voler “rileggere la storia”: affermazioni forti, che da un lato suscitano la legittima domanda sul tipo di dignità custodita dal “pezzo di Italia” che collaborò alla deportazione e allo sterminio di migliaia di italiani; dall’altro dimentica, forse dolosamente, che il lavoro di chi si occupa di passato è proprio quello di “rilegge la storia”, per non lasciarla muta di fronte allo scorrere del tempo.

Fatto ancor più interessante, le critiche sono cominciate ad arrivare ben prima dell’uscita del volume, il 4 marzo 2021. Una sorta di censura preventiva rivelatrice: questo accanirsi a ben vedere potrebbe essere la spia di un sentimento diffuso di insicurezza da parte di chi per anni ha prosperato, soprattutto politicamente, sul tentativo di sgretolare la memoria resistenziale e con essa i valori antifascisti posti a fondamento della Repubblica.

Un tentativo di erosione cominciato ben prima degli scritti di Giampaolo Pansa, ma che ha avuto e ha nella produzione del giornalista (non storico) piemontese il suo punto di riferimento principale. Un movimento di revisione non tanto storico quanto emotivo, che per anni ha lavorato a un livellamento dei piani interpretativi e, più in generale, a un’equiparazione morale tra fascisti e antifascisti. Equiparazione che ha lo scopo di accantonare le responsabilità storiche del totalitarismo italiano e dei suoi ammiratori di ieri e di oggi.

Qualcuno, tra i sostenitori del “questo libro non s’ha da fare, né ora né mai”, ha sottolineato il fatto che da vent’anni determinata storiografia cerca di rispondere colpo su colpo alle bufale e alle letture distorsive sui partigiani propalate da Pansa ed epigoni vari: un lavoro di fact checking di questo tipo nel 2021, si dice, risulta non necessario. Un’affermazione piuttosto curiosa, forse scaturita da commentatori che si sono fermati al titolo e che, a ben vedere, appare poco sostenibile: in primo luogo perché, come nota chiunque abbia letto almeno l’indice del saggio di Chiara Colombini, questo libro non è un manifesto “antipansista”, ma più semplicemente un lavoro di storia.

Inevitabilmente, quindi, il suo contenuto va a demolire quanto di storiograficamente falso è stato ripreso e riplasmato nei molti libri che attaccano il movimento partigiano; il suo obiettivo è fare chiarezza, per poter ripartire con un’analisi più serena e sgombra da menzogne su uno dei periodi cruciali della storia di questo paese.

L’obiezione poi che, siccome sono stati scritti tanti libri sull’argomento, questo (proprio questo!) sarebbe “inutile”, più che portare acqua al mulino dei censori scatena una nuova domanda, inquietante: perché tutti questi libri scritti negli anni, almeno a livello di opinione pubblica, non sono serviti a fermare la devastante opera demolitrice del revisionismo vero, quello che vuole equiparare fascisti e antifascisti in una melassa grigia e non responsabile perché decolpevolizzata? Perché, insomma, dopo tutti questi testi, c’è sempre più gente convinta che fare rastrellamenti o compiere stragi di civili e combattere per liberare l’Italia dal totalitarismo siano azioni che hanno, specularmente, lo stesso valore?

Forse perché, anche a causa di un dibattito troppo veloce e tendente al semplicistico su questi argomenti, molti lavori non sono riusciti ad arrivare al grande pubblico, complice la scarsa abitudine alle letture specialistiche da parte della popolazione, al poco spazio riservato solitamente dai media a questo tipo di pubblicazioni e anche, non da ultimo, a una certa tendenza all’utilizzo sistematico di un linguaggio da “addetti ai lavori” da parte di alcuni autori che inibisce l’approccio ai non professionisti. Tutti elementi che fanno dire che sì, molti libri sono stati scritti, ma ne sono stati letti meno di quanto auspicabile, forse.

Ed è proprio qui che Anche i partigiani però… appare non solo utile, ma necessario: perché affronta il tema partendo proprio dal semplicismo tipico delle bufale che va a smontare, ricostruendo poi a ritroso la complessità dei fatti storici senza però perdere di vista la necessità di un linguaggio aperto e chiaro. In un paese in cui la parola “divulgativo” si trascina dietro un’accezione negativa, si tratta di una scelta, oltre che faticosa, di coraggio.

E forse è proprio questo che ha fatto scoppiare le polemiche preventive e gli anatemi di tanti fascisti, post fascisti e fascisti inconsapevoli: a differenza di molti altri, il libro di Chiara Colombini si fa leggere, e leggere bene, e la sua diffusione è una minaccia diretta alle mistificazioni che per anni si sono nascoste dietro la speranza che in molti, o almeno quelli meno avvezzi alla materia, accettassero per vere delle letture semplicistiche, scorrette o più propriamente false della Resistenza. Questo è un libro che, senza mai abbandonare il rigore storiografico, parla a molti, e c’è la fondata speranza che stavolta siano in molti ad ascoltare.

 

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