Anche l’Italia a rischio democratura?

Dopo gli Stati Uniti e la Polonia, l’Italia potrebbe essere il terzo caso di democratura, preannunciata da un generale deterioramento della democrazia. L’occupazione della Rai, la riforma della giustizia di Nordio e l’autonomia differenziata di Calderoli sono tutti segnali che vanno in questa direzione. 

Mauro Barberis

Il populismo è una via senza ritorno? La domanda sorge spontanea di fronte allo spettacolo di democrazie che, con l’elezione di leader populisti, si convertono prima in democrature – regimi ibridi fra democrazia e dittatura – e poi rischiano di diventare autocrazie. Leader e movimenti populisti, infatti, occupano sistematicamente gli organi di garanzia – Presidenza della Repubblica, Corte costituzionale, magistratura, e prim’ancora i media – sinché l’opposizione diventa impossibile. Almeno, questa è l’ipotesi dell’irreversibilità del populismo avanzata da Pierre Rosanvallon sin dal titolo del suo libro Il secolo del populismo. Il libro è del 2020, ma le ultime conferme dell’ipotesi arrivano in questi giorni.
La prima e più ovvia è Donald Trump. Il quale non ha mai riconosciuto la sconfitta elettorale, ha promosso un assalto al Congresso, con oltre 700 seguaci condannati sino a vent’anni di reclusione, è stato incriminato per questo e altri reati da parte di corti federali e statali ed escluso dalle primarie in Colorado e Maine. Infine ha fatto ricorso alla Corte suprema che stabilirà se un imputato per insurrezione può correre per la presidenza degli Stati Uniti. Nei quattro anni alla Casa Bianca, Trump ha nominato tre giudici della Corte suprema, che portano a sei, su nove, la maggioranza a suo favore, quindi non ha niente da temere. Il problema vero è che i suoi fan non lo votano nonostante le accuse, ma proprio perché lo accusano. Lo aveva anticipato da presidente: potrei mettermi a sparare per strada e la gente mi voterebbe lo stesso
La seconda conferma all’ipotesi dell’irreversibilità del populismo arriva dalla Polonia, paese entrato nella Ue e soggetto a sanzioni, sino all’espulsione, in caso di violazione dello Stato di diritto. Qui gli ultra-conservatori del Pis, variante fondamentalista del populismo, hanno governato otto anni, come si prefigge Giorgia Meloni in Italia, e hanno fatto in tempo a occupare anche la presidenza della Repubblica. In apparente contrasto con l’ipotesi dell’irreversibilità del populismo, peraltro, sono stati sconfitti alle urne dall’europeista Donald Tusk, il quale si è anche facilmente scrollato di dosso le accuse di irregolarità che i populisti lanciano automaticamente quando perdono. Senonché, in queste ore è in corso un braccio di ferro fra Tusk e il Presidente della Repubblica populista, Andrzei Duda: braccio di ferro che verte proprio sul controllo dei due poteri decisivi, magistratura e media. Come se non bastasse, il Pis fa ostruzionismo contro l’approvazione del bilancio, fornendo a Duda il pretesto per indire nuove elezioni.
La terza conferma, facendo gli scongiuri, potrebbe venire proprio dal Belpaese. La nuova maggioranza di destra, infatti, non s’è accontentata di occupare la Rai, fruendo già di Mediaset, e di minacciare tanto l’indipendenza della magistratura, con la riforma della giustizia Nordio, sia l’unità dello Stato, con l’autonomia differenziata targata Calderoli. La riforma della giustizia, per ora, è stata posposta alla “madre di tutte le riforme”: la riforma costituzionale, o premierato elettivo. Questa, in perfetta osservanza del format populista, colpisce scientificamente il cuore del sistema, la separazione dei poteri fra Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio, sbilanciandolo a favore della Meloni.
Ci avviamo anche noi sulla strada della democratura? Il rischio evidentemente c’è, ma i vincoli europei e occidentali sono molto più forti per l’Italia che per la Polonia, e soprattutto è diversa la leadership politica. L’ultraconservatrice Meloni, a differenza del populista Salvini, è stata cioè costretta dalla debolezza dell’Italia a passare dall’antieuropeismo allo spostamento a destra della Ue: obiettivo raggiungibile alle Europee, ma che paradossalmente la costringerebbe a europeizzarsi e a occidentalizzarsi ancora di più. A meno che Trump, amico di Putin e nemico della Ue, non vinca le elezioni americane: da cui, a questo punto, dipende veramente tutto. Se ciò accadesse, allora anche i populisti nostrani, con il loro mix di occupazione dei media, ritorno delle procure sotto il controllo del ministro della giustizia e autonomia delle Regioni governate dalla destra, avrebbero già bell’e pronta la via italiana alla democratura.



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