Anche l’uomo è natura

Nel suo ultimo libro, “La natura è più grande di noi” (Solferino), Telmo Pievani esplora le relazioni dialettiche tra umani e non umani, cultura e natura, scienza e società.

Sofia Belardinelli

Cos’è natura: gli esseri viventi, gli ecosistemi, gli elementi abiotici del pianeta? L’insieme di tutte queste realtà? E noi umani, strane scimmie bipedi e armeggiatrici del fuoco, siamo natura o qualcosa d’altro? Una questione al tempo stesso formale e sostanziale, dalla cui risposta dipende l’elaborazione di un’intera idea di mondo e il dispiegarsi del nostro rapporto con il cosiddetto “mondo naturale”, rispetto al quale possiamo considerarci, a seconda della posizione assunta, una parte integrante oppure osservatori esterni (o superiori, dipende dai punti di vista).

Coappartenenza

Nel suo ultimo libro, La natura è più grande di noi (Solferino 2022), Telmo Pievani dichiara fin dal titolo la propria scelta: noi umani siamo certamente natura – come, d’altronde, la scienza ha ampiamente appurato. Di più, ne siamo una parte quasi irrilevante, sotto molti punti di vista, data la nostra giovinezza evolutiva, la nostra fragilità, la nostra ignoranza della grandezza e del funzionamento della natura stessa. Siamo piccoli nel grande affresco della natura, eppure recentemente «stiamo facendo di tutto per farci notare», sottolinea Pievani: crisi ecologica, cambiamento del clima, antropizzazione di pressoché ogni angolo del pianeta sono tutti segni – che rimarranno scolpiti a lungo nel record geologico – della nostra presenza. Eppure, tutte queste rapide alterazioni si ripercuotono anche su di noi, che «siamo dentro un sistema di relazioni intricate e spesso circolare, che ci illudiamo di dominare».

Il volume è una raccolta di articoli comparsi negli ultimi anni sulle colonne del Corriere della Sera e nell’inserto culturale La Lettura. I contributi sono suddivisi in sezioni tematiche, legate l’una all’altra da un fil rouge: l’esplorazione delle relazioni dialettiche tra umani e non umani, tra cultura e natura, tra scienza e società.

Nodo focale di molte delle riflessioni qui raccolte è, comprensibilmente, la presente esperienza pandemica. A prescindere dall’origine naturale o di laboratorio del virus SARS-CoV-2 (le evidenze scientifiche suggeriscono come più probabile la prima ipotesi, ma non si è ancora raggiunto un consenso unanime sul tema), il fatto che l’intera società umana, globalizzata e interconnessa, sia stata prostrata da un organismo ‘darwiniano’ dal diametro di poche decine di nanometri è un fatto che non può certo essere ignorato, e che ha innescato necessarie riflessioni sul nostro modello sociale ed economico, sul nostro rapporto con la natura non umana, sul nostro posto nel mondo.

Altra costante dell’approccio che il filosofo mantiene intorno a tali questioni è il metodo: Pievani ci consegna una visione laica, scientifica, che riconosce nella teoria dell’evoluzione uno dei principali strumenti teorici per comprendere il mondo che ci circonda e del quale siamo parte. Grazie alla luce che l’evoluzionismo getta sul buio del tempo profondo della storia della vita, abbiamo la possibilità di collocare nella giusta prospettiva le nostre pretese di grandezza, ricordando a noi stessi «la nostra parentela con i vermi» e la dipendenza della nostra stessa sopravvivenza da esseri invisibili come i batteri, i virus e i funghi, che, indisturbati, dominano il mondo da miliardi di anni, plasmandolo fino a renderlo la biglia verde-blu che viene oggi osservata dai nostri telescopi spaziali.

Riconoscimenti

Eppure, nel nostro mondo mesoscopico (l’unico che riusciamo a percepire ad occhio nudo) crediamo di essere i più intelligenti, i più abili – insomma, i padroni di diritto e di fatto. La contraddizione insita nel rapporto che intratteniamo con le altre specie viventi risulta lampante se ci concentriamo sulla gestione della fauna selvatica e della cosiddetta wilderness, racchiusa in riserve e gestita secondo – spesso fallimentari – principi economicistici, come mette bene in luce l’autore in una piacevolissima intervista con il paleoantropologo Richard Leakey, impegnato in prima linea nella conservazione della natura africana, minacciata dall’avidità umana. Risulta altrettanto lampante se analizziamo la sequela di errori e gravissimi danni ecologici causati dalla traslocazione di specie selvatiche da un punto all’altro del globo, fino a creare un pasticcio ingarbugliato di specie invasive che trasformano, a velocità ben più estreme del normale funzionamento della selezione naturale, ecosistemi una volta ricchi e delicatamente equilibrati.

Non necessariamente, però, per comprendere la contraddittorietà delle nostre azioni è necessario attenderne gli effetti: tale caratteristica può essere facilmente intuita anche soltanto prestando attenzione al modo in cui, per lunghissimo tempo, abbiamo disdegnato animali intelligentissimi, con abitudini ecologiche e sociali complesse come o più delle nostre, derubricandoli a ‘fastidio’, ‘pericolo’, oppure sfruttandoli come ‘risorsa’. A cantare la sorprendente complessità degli animali sono autori come il biologo Carl Safina e il filosofo della scienza Peter Godfrey-Smith, convinti sostenitori – ognuno con le proprie peculiarità – dell’incommensurabilità e, al tempo stesso, della comunanza tra umani e altri animali, conclusione da cui scaturiscono doveri epistemologici ed etici.

Cambiare la prospettiva individuale è essenziale, certo, ma non è ancora sufficiente, e Pievani – esperto comunicatore – lo mette chiaramente in luce. Il cambiamento deve essere collettivo, e perché esso avvenga è necessario che le scoperte scientifiche, così come le conseguenze etiche e pratiche che da esse discendono, vengano amplificate e condivise, e divengano il fulcro di un dibattito pubblico informato, aperto e rigoroso. Tutto questo è mancato alla comunicazione scientifica nel corso dell’emergenza pandemica, almeno in Italia.

Narrazioni

Il mondo della comunicazione scientifica ha avuto una grande opportunità durante la pandemia, afferma Pievani nel suo decalogo degli “errori nella comunicazione della scienza che sarebbe meglio non rifare”. Eppure, questa opportunità è stata sprecata: i sondaggi restituiscono l’immagine di un’opinione pubblica sempre più sfiduciata, diffidente nei confronti della scienza. Un simile fallimento danneggia la democrazia, poiché il vuoto lasciato dalla ‘buona’ comunicazione della scienza viene colmato da disinformazione e misinformazione, nemiche di pluralismo e libertà di pensiero. Ciò di cui abbiamo bisogno, specialmente in momenti di crisi, è trasparenza, onestà, umiltà e capacità autocritica. È un percorso in salita, ma che è necessario intraprendere per innescare quel sommovimento culturale così essenziale, oggi, per affrontare le complesse sfide poste da un mondo in rapido cambiamento, eretto a nostra immagine e nel quale dobbiamo nuovamente imparare a rispecchiarci.



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