Quando la filosofia (della scuola) si fa narrazione

Nel libro “Oceano scuola. Il Prof e la giovane Sofia” Angelo Cannatà ci offre una filosofia della scuola che si traduce in una narrazione-visione come testimonianza di esperienze vissute.

Stefano Bianchi

I libri che parlano di scuola e sulla scuola sono tanti, forse anche troppi; ma non tutti aiutano ad entrare in modo partecipativo in questo mondo, a capire come è la scuola, a comprendere come funziona al suo interno, andando oltre la normativa giuridica, fuori dalla analitica sociologica e dalla precettistica psicopedagogica, dai filosofemi sull’educazione. L’Editoria scolastica abbonda di strumenti operativi e sussidi per la scuola e per l’insegnamento: saggi, manuali, dizionari, linee guida che riguardano la didattica, i metodi e le metodologie, la valutazione e l’autovalutazione, l’insegnamento e l’apprendimento, l’apparato scolastico, la normativa, il curricolo, la programmazione, il Pei, il Pof, il Ptof,…

Alla schiera si è aggiunto il libro di Angelo Cannatà “Oceano scuola. Il Prof e la giovane Sofia” per i tipi della Mimesis (ne ha parlato su Micromega online l’ottimo Carlo Scognamiglio), un testo che, però, non è di sostegno per chi cerca di conoscere la scuola attraverso percorsi e tematiche propri della saggistica e della manualistica, perché il suo obiettivo non è insegnare il mestiere di insegnare o di elargire precetti: in questo libro sulla scuola non c’è nulla da consultare. E questo chiarisce anche la natura letteraria del testo nel quale l’argomentazione si traduce in narrazione: un raccontare-mostrare la scuola.

Una narrazione che non può non rinviare ad un fondamentale quesito di pertinenza filosofica: è preferibile una dimostrazione attraverso un racconto (μῦϑος) o attraverso un ragionamento (λόγος)? Sicuramente è preferibile narrare un racconto. Questo ci dice il Protagora platonico e questo costituisce l’incipit del racconto dia-logato “Oceano scuola” che, distante da ogni procedura propria di un freddo ragionare-dimostrare, offre una fenomenologia della scuola non tanto e solo come apparato-istituzione quanto e soprattutto come mondo di vissuti esistenziali, di esperienze comunitarie e sociali, di rapporti che fluttuano – la scuola è un oceano ! – tra didattica e didassi, quoziente intellettivo e quoziente emotivo, insegnamento e apprendimento, istruzione e formazione, valutazione dello studente e valutazione delle prove, frustrazioni e demotivazioni, bullismo e burnout, giochi di ruolo, funzioni e finzioni…

Lontano da ogni astrazione concettuale e concettosa – cara e propria dell’intellettuale che dibatte sul mondo della scuola in assenza di un proprio vissuto come con-vissuto –, fuori dalla retorica saccenza di non pochi “esperti” che circolano dentro e fuori la scuola giudicando sentenziando e offrendo pareri a mo’ di svilito modello del “vir bonus dicendi peritus”, l’autore, forte anche e soprattutto della propria competenza come esperienza personale diretta, introduce-conduce il lettore, così come la giovane docente Sofia ‒ “Insegni da tanti anni, Stefano, parlami della scuola” – nel mondo della scuola attraverso un viaggio che ha il sapore del viaggio-peregrinazione (Fahrt) perché ha la sua qualificante caratteristica nell’esperienza (Erfahrung).

Se, poi, si considera che la giovane docente Sofia sta svolgendo, in quanto neo-vincitrice di concorso, il suo “anno di formazione” sotto la guida (tutoraggio) dell’anziano ed esperto (in senso dell’ experiri latino) docente Stefano ed essendo l’“anno di formazione” un rito di passaggio, è possibile, verisimilmente, considerare “Oceano scuola” un breve Bildungsroman di genere educativo in cui la narrazione del come si può diventare docente richiede un dialogo sui contesti umani, sociali, educativo-relazionali che stanno a fondamento di questo diventare docente. La domanda sottesa al dialogo tra Sofia e Stefano non è tanto che cos’è la scuola, ma come è la scuola: una scuola osservata e narrata dall’interno perché chi è fuori dalla scuola non può sapere come le cose stanno. In sostanza: parlare di scuola a partire dalla nostra esperienza di scuola.

E la dimensione della soggettività, con quanto vi può essere di autobiografismo e di autoreferenzialità, non annulla l’essere oggettuale della scuola in sé, anzi lo rafforza attraverso una procedura di ri-pensamento e ri-memorazione di eventi (le occupazioni, i viaggi d’istruzione,…), di procedure-riti (i consigli di classe, gli scrutini, il documento del 15 maggio, gli esami di stato, l’adozione dei libri di testo,…), di leggi e norme che hanno trasformato la scuola e l’istruzione nel suo divenire storico (l’ istituzione della scuola media unica, i decreti delegati con l’ istituzione degli Organi Collegiali, la parità scolastica, gli idei, la riforma Gelmini,…). Ne consegue una configurazione della scuola come unità complessa all’interno della quale i problemi umani, i vissuti personali, l’agire della comunità scolastica attraverso i suoi attori anche nei reciproci rapporti (docenti e alunni, preside e docenti, preside e alunni, docenti tra loro, genitori e docenti,…) si intersecano con questioni pedagogiche, di politica scolastica, di filosofia dell’educazione: per tale ultimo aspetto risultano indicativi il richiamo a Nietzsche, il recupero di Kierkegaard, gli accenni a Dewey e Brunner.

In definitiva il professore Cannatà-Stefano, autore-docente-tutor, ci offre una filosofia della scuola che si traduce in una narrazione-visione come testimonianza di esperienze vissute: non astratta tematizzazione, ma osservazione che fa riflettere stimolando una interrogazione. In sostanza non concetti, ma concetti-percetti.



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