Angelo Del Boca, quando un giornalista sa fare lo storico

Nessuno studioso come lui è stato capace di fare luce su pagine oscure della nostra storia militare e coloniale, smascherando impietosamente il mito grottesco degli “italiani brava gente”.

Angelo d'Orsi

La morte di Angelo Del Boca, avvenuta il 6 luglio 2021, ci viene notificata mentre tutta l’Italia piange Raffaella Carrà e si distrae soltanto con la nazionale di calcio. Un momento sbagliato per morire. E poi Del Boca aveva superato le novanta primavere (96 per l’esattezza, essendo nato a Novara il 23 maggio 1925). Chissà se la città in cui ha lavorato e vissuto, prevalentemente, Torino, e dove è morto, saprà rendergli gli onori che merita. Ma ne dubito.

In effetti Del Boca è stato un personaggio quasi unico nel panorama italiano e non solo, un protagonista della vita culturale torinese, essenzialmente nel dopoguerra, prima da giornalista, poi da storico, non accademico. Fu a lungo inviato speciale de “La Gazzetta del Popolo” e del “Giorno”, un vero inviato d’altri tempi che non dettava le sue corrispondenze da una camera d’hotel sorseggiando un daiquiri, ma uno che voleva capire davvero le situazioni e i personaggi, e lui davvero ne incontrò tanti. E ne diede testimonianza in alcuni degli ultimi suoi volumi memorialistici, in specie in Da Mussolini a Gheddafi. Quaranta incontri (Neri Pozza, 2012) dove particolarmente notevole e persino commovente era il racconto del suo incontro con Muhammar Gheddafi, per il quale conservò sempre una ammirazione critica e al quale dedicò poi un volume (Gheddafi. Una sfida dal deserto, Laterza, 1998, riedito nel 2014) che è tra i pochissimi lavori seri, non agiografici, né denigratori sul leader libico.

Ma la sua fama fu soprattutto quella di uno studioso che sapeva cercare e trovare documenti preziosi, capaci di fare luce su pagine oscure della nostra storia, in particolare la storia militare e coloniale, smascherando impietosamente il mito grottesco degli Italiani brava gente? (Neri Pozza, 2005) come si intitola uno dei suoi libri di maggior successo. Fu lui per primo che fece scoprire che l’esercito italiano, per volere di Mussolini, Graziani e Badoglio, aveva usato i gas nella guerra di sterminio in Etiopia (e quello che sta accadendo proprio in queste settimane laggiù è anche conseguenza dell’impresa mussoliniana), ma anche in Libia. Nessuno storico togato ha saputo fare di meglio di lui, in questo campo di ricerca che dall’Etiopia si estendeva alla Somalia, alla Libia e all’intera Africa, un continente per il quale ebbe un’amorevole attenzione, non disgiunta da un senso critico che lo induceva a giudizi misurati e ad analisi attente.

La sua produzione fu sul tema africano abbondantissima e tuttora fondamentale, da La guerra d’Abissinia 1935-1941 (Feltrinelli, 1965) a Gli italiani in Africa Orientale (in ben 4 volumi, Laterza, 1976-1984), da Gli italiani in Libia (2 volumi, Laterza, 1986) fino a L’Africa nella coscienza degli italiani. Miti, memorie, errori, sconfitte (Laterza, 1992). Pubblicò un volume specificamente sui Gas di Mussolini. Il fascismo e la Guerra d’Etiopia (Editori Riuniti, 1996, con testi oltre al suo di Giorgio Rochat, un altro gigante della storiografia militare, Ferdinando Pedriali, Roberto Gentilli, ristampato nel 2007, con prefazione di Nicola Labanca); libro dal quale nacque una celebre polemica tra lui e Indro Montanelli, il quale sosteneva che non era possibile che fossero stati usati i gas, perché lui era là e non aveva mai saputo né sentito (neppure con il senso dell’olfatto!), i gas. Fu una controversia interessante anche sul piano storiografico, di cui in effetti ho parlato io stesso in diversi miei articoli e volumi: era il contrasto classico, per così dire, tra lo storico e il testimone. La storia si fa sui documenti, e Del Boca da storico autentico faceva storia a partire dai documenti, che sapeva non solo cercare, ma trattare con perizia; eppure non ebbe mai una cattedra, anche se ottenne incarichi universitari (per esempio a Scienze politiche a Torino, grazie al compianto Gian Mario Bravo), e ricevette lauree honoris causa.

Quella controversia finì con un riconoscimento da parte di Montanelli nei confronti di Del Boca: mi sono sbagliato, e lui ha ragione; insomma, i documenti erano inoppugnabili e Montanelli fu messo con le spalle al muro. Non senza, dopo qualche tempo, ritornare alla carica, canagliescamente, con il suo stucchevole refrain: “Sarà, ma a me non risulta!”. Una conclusione francamente imbarazzante, che nulla toglieva a Del Boca, mentre molto toglieva a Montanelli.

Del Boca fu anche un osservatore attento della realtà locale, da torinese acquisito e da giornalista di razza, ma soprattutto nazionale e internazionale: io credo che sia stato uno dei maggiori osservatori del mondo contemporaneo, con occhio da storico e in contemporanea da testimone. Non ne ho conosciuti molti di giornalisti in grado di applicare il rigore dello studioso nel loro lavoro e pochissimi tra gli storici professionali capaci di guardare ai fatti con la freschezza (anche sul piano stilistico: non a caso si tratta di un vero scrittore, autore anche di testi narrativi). Angelo Del Boca fu anche un caposcuola, nell’ambito degli studi militari e coloniali, attraverso la rivista “Studi Piacentini”, che andava assai oltre la storia locale (poi diventata “I Sentieri della Ricerca”): le sue ricerche hanno ispirato e guidato molti giovani delle generazioni successive.

Socialista autentico (era stato militante del PSIUP), Del Boca era stato partigiano combattente nelle formazioni di GL nel Piacentino (dopo aver disertato l’esercito di Salò), lasciandone testimonianza scritta in diversi libri, in particolare nel bellissimo, recente E nella notte ci guidano le stelle (Mondadori, 2015), ma ne aveva già parlato in modo assai accorato e partecipe in La scelta (Feltrinelli, 1963; riedito da Neri Pozza nel 2006).

Da quella esperienza fondativa trasse un lievito prezioso, anche nella battaglia di lunga lena contro il revisionismo storico; il volume La storia negata da lui inventato e curato (Neri Pozza 2009), rimane la più completa e circostanziata denuncia a più voci delle trame della pseudostoriografia revisionistica, un volume (tradotto anche in Francia) al quale a distanza di tanti anni si deve ancora ricorrere per avere un esaustivo panorama informativo e una ricca disamina critica, a più voci, con testi di Agosti, Ceci, Collotti, De Luna, Franzinelli, Isnenghi, Labanca, Rochat, Tranfaglia, e il sottoscritto.

Del Boca non ottenne tanti riconoscimenti quanti avrebbe meritato, forse anche per un suo carattere schivo, che era lo specchio del suo rigore di studioso, e per la sua capacità di dire le cose come stavano veramente, senza peli sulla lingua, ossia senza edulcorazioni né remore. Fu osteggiatissimo dalle destre di ogni risma, ma non fu tenuto nel dovuto conto dall’area democratica, e sostanzialmente ignorato dai grandi media.

Del resto, non cercò mai il consenso né l’applauso; ma da giornalista come da studioso, semplicemente, la verità.



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