A 60 anni dalla Baia dei Porci: quando Cuba umiliò gli Usa

Il tentativo di invasione, di cui ricorrono i 60 anni, ebbe un significato politico ben più profondo e duraturo della sua semplice consistenza militare, sia per Cuba che per gli Stati Uniti.

Duccio Basosi

Il 15 aprile 1961, otto bombardieri B-26, partiti dal Nicaragua con insegne cubane contraffatte, si diressero verso Cuba e bombardarono gli aeroporti dell’Avana, di Santiago e di San Antonio de los Baños, lasciando numerose vittime e distruggendo una parte delle modeste forze aree dell’isola. Era il preludio del tentativo di invasione statunitense ricordato a Cuba come “battaglia di Playa Girón” e negli Stati Uniti come “sbarco alla Baia dei Porci” (la differenza nelle denominazioni rispecchiando la prospettiva, di terra o di mare, delle due parti). Nella notte tra il 16 e il 17 aprile, circa 1.300 fuoriusciti cubani reclutati, comandati e pagati dalla CIA furono scortati dalla marina militare statunitense dal Guatemala (dove erano stati addestrati per più di un anno) fino al largo della costa meridionale dell’isola e da qui inviati a prendere possesso di una spiaggia isolata ove stabilire una testa di ponte in attesa di una sollevazione popolare contro il governo di Fidel Castro, della quale la stessa CIA si diceva relativamente certa (in realtà sperando soprattutto che resistessero il tempo sufficiente per dichiararsi “governo provvisorio” e giustificare un attacco statunitense in grande stile). Furono invece scoperti già nelle prime ore del mattino, attaccati da quel che restava dell’aeronautica cubana e accerchiati da milizie popolari e forze regolari. Gli scontri a fuoco lasciarono sul campo circa 100 morti tra gli invasori e 160 tra le forze di difesa cubane, ma non vi fu nessuna sollevazione popolare contro il governo e la sera del 19 aprile la battaglia era già finita. L’invasione era stata respinta e i circa 1.200 invasori superstiti furono presi prigionieri. Sarebbero stati rimandati negli Stati Uniti a dicembre 1962, in cambio di 53 milioni di dollari in cibo e medicine, alla fine di una complessa trattativa.

Il tentativo di invasione, di cui ricorrono in questi giorni i 60 anni, ebbe evidentemente un significato politico ben più profondo e duraturo della sua semplice consistenza militare. Se non fu “la prima sconfitta dell’imperialismo yanqui in America Latina”, come ripetono da decenni le istituzioni cubane, di certo fu qualcosa di molto simile. Almeno in una parte dell’opinione pubblica mondiale esso radicò, anche a costo di qualche semplificazione di troppo, l’immagine di Cuba come di un novello Davide vittorioso su Golia. A Cuba, poi, la “vittoria di Playa Girón” divenne un ulteriore fattore di legittimazione della Rivoluzione del 1959, accanto alla riforma agraria e alla campagna di alfabetizzazione allora in pieno svolgimento. Fu proprio in quel contesto che Fidel Castro utilizzò per la prima volta il termine “socialista” per caratterizzare la rivoluzione cubana. Su tempi appena più lunghi, gli eventi dell’aprile 1961 accelerarono i tentativi da parte del governo rivoluzionario di cercare ancoraggi internazionali nel Movimento dei non allineati e, soprattutto, in un rapporto privilegiato con Mosca. Questa, per i successivi tre decenni, avrebbe garantito a Cuba sicurezza militare e sovvenzioni economiche indubbiamente vantaggiose, seppure al prezzo di un irrigidimento ideologico interno, dei rischi corsi nella “crisi dei missili” del 1962 e di una dipendenza commerciale quasi completa dal “blocco orientale” destinata a produrre conseguenze drammatiche all’indomani della fine dell’Unione Sovietica.

Ma le conseguenze della “sconfitta della Baia dei Porci” furono rilevanti anche negli Stati Uniti: concepito dalla CIA di Allen Dulles già sotto l’amministrazione Eisenhower ed ereditato dalla nuova amministrazione Kennedy, il tentativo di invasione indicò l’incapacità del presidente della “nuova frontiera” di rompere con logiche molto antiche, secondo le quali i Caraibi erano considerati il “giardino di casa” statunitense e Cuba, già occupata più volte dai marine in passato, era tenuta a gravitare nell’orbita degli Stati Uniti (o a essere attratta verso di essi come un frutto maturo è attratto dal terreno quando si stacca dal suo albero, secondo la metafora usata, già nel lontano 1823, dal segretario di Stato e futuro presidente John Quincy Adams). Alimentate dalla retorica della “guerra fredda”, queste logiche produssero nei mesi successivi al fallito sbarco la decisione di assediare l’isola con l’operazione Mangusta (un piano di terrorismo di Stato che si protrasse per vari anni) e con un tentativo di strangolamento economico destinato a durare fino a oggi (pur attraverso fasi di intensità diversa). In generale, non è possibile dire che la Washington ufficiale imparasse molto dall’umiliazione subita: prontamente attribuite le cause della sconfitta a problemi di logistica e di tattica, alcuni dei “best and brightest” che circondavano Kennedy suggerirono al presidente di cercare una pronta rivincita, indicandogli il Vietnam come luogo “più promettente”. Diverso è invece il discorso dal punto di vista sociale: soprattutto grazie al lavoro degli storici della cosiddetta “Wisconsin School” di William Appleman Williams, nel mondo giovanile e intellettuale la sconfitta aprì alla messa in discussione di uno degli assunti fondamentali del discorso pubblico statunitense, quello secondo cui la politica estera di Washington era sempre guidata da motivi altruistici e rispondeva ai desideri del mondo intero. Sotto questo profilo, si può dire che la riflessione sulla Baia dei Porci abbia preparato il terreno per le rivolte contro la guerra in Vietnam degli anni successivi e per una critica intellettuale, ancora oggi influente soprattutto a sinistra, delle pretese “eccezionalistiche” statunitensi.

Sessant’anni dopo, la memoria è coltivata in modo molto diverso a seconda del luogo da cui si ricordano gli eventi. A Cuba, Playa Girón fa parte della mitologia rivoluzionaria sia popolare sia ufficiale. Non è certo un caso che proprio il 16 aprile sia la data scelta, come già nel 2016 e nel 2011, per l’inizio del prossimo Congresso del Partito comunista cubano, chiamato ad aggiornare il “modello socialista” dell’isola in un momento in cui si contrappongono l’orgoglio per la gestione della pandemia da Covid-19 e la preoccupazione per la crisi del turismo e per la riforma monetaria in corso: anzi, la scelta della data pare molto coerente con gli accenti fortemente “patriottici” scelti dal Partito per l’assise, debitori di José Martí più che del marxismo-leninismo. Al contrario, negli Stati Uniti il dibattito politico è evidentemente sintonizzato su altri temi, siano questi il piano di rilancio economico appena approvato dal Congresso o le difficili relazioni con la Russia e la Cina. Gli appassionati di storia potranno riconoscere il filo sottile che lega le violenze poliziesche denunciate oggi da un movimento come Black Lives Matter al razzismo manifesto della CIA nei mesi precedenti lo sbarco (quando l’ottimismo dell’Agenzia si fondava sulla considerazione che buona parte dei sostenitori di Fidel Castro erano “negri [negroes], che a Cuba seguono sempre l’uomo forte, ma non combatteranno”). Per quanto riguarda l’attualità, tuttavia, l’amministrazione Biden ha indicato di non avere Cuba tra le proprie priorità e, con l’eccezione di qualche commemorazione reducista in Florida, la Baia dei Porci sarà al massimo materia per le pagine culturali di qualche giornale. Nemmeno l’influente rivista Foreign Affairs ha ritenuto utile menzionarla nel numero appena pubblicato, che pure abbonda di consigli al nuovo presidente perché “impari dalla storia”. Se davvero si ritiene che la storia possa insegnare qualcosa, è difficile vedere in questa omissione un segnale positivo.

 

Immagine: un gruppo di controrivoluzionari cubani dopo la cattura nella Baia dei Porci, Cuba. Credit: ANSA-EPA PHOTO AFPI/PL/MIGUEL VINAS / PAL

 

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