25 anni dopo la strage di Eldorado do Carajás, i contadini brasiliani continuano la loro lotta

Sono passati 25 anni dal massacro di Eldorado do Carajás, la pagina più tragica della storia del Movimento dei senza terra brasiliani. Un movimento scomodo, perché ha saputo trasformare un esercito di esclusi in un soggetto politico forte, cosciente e combattivo.

Claudia Fanti

È il 17 aprile del 1996 e all’interno dello stato brasiliano del Pará si sta per consumare l’episodio più terribile della lunga guerra dei latifondisti contro il Movimento dei senza terra (Mst), una guerra che fa vittime da una parte sola.

Al km 95 dell’autostrada PA-150, nel comune di Eldorado do Carajás, circa 1.500 militanti del movimento interrompono il traffico per negoziare l’insediamento nelle terre improduttive della fazenda Macaxeira.

Anziché negoziare, tuttavia, il segretario di Stato della sicurezza pubblica, Paulo Sette Câmara, trasmette alla polizia militare un ordine preciso: sbloccare l’autostrada a qualsiasi costo. È così che, tra gas lacrimogeni e raffiche di mitragliatrici, si scatena l’inferno.

Il primo a essere ucciso è un sordomuto, Amâncio Rodrigues dos Santos, che, non sentendo gli spari, cammina incautamente verso i militari sventolando una bandiera del movimento. I militari lo abbattono a colpi di manganello e con i calci dei fucili. E poi gli sparano.

I senza terra scappano lontano dalla strada, ma diversi di loro vengono raggiunti dai proiettili e cadono a terra. La strada è ormai sbloccata, ma i militari continuano a sparare. Sparano a chi giace a terra ferito, a chi tenta di fuggire, persino ai bambini.

Il diciottenne Oziel Alves Pereira prova a parlare con il comandante per fermare la carneficina, ma viene trascinato per i capelli e violentemente bastonato. Gli dicono di gridare «Viva il Mst!» e ogni volta che lui grida lo prendono a calci e pugni. Lo uccidono lentamente.

Al termine dell’operazione, i morti risultano 19, ma altri due si sarebbero presto aggiunti alla lista in seguito alle ferite riportate.

Il massacro fa scalpore, nel Paese e all’estero. Nel giro di un mese l’Incra, l’ente per la riforma agraria, esproprierà parte della fazenda Macaxeira, creando l’insediamento “17 aprile” per le 690 famiglie che avevano avuto il coraggio di tornare al loro accampamento.

Si chiude così la pagina più tragica della storia del Movimento dei senza terra, il più rappresentativo, autorevole e prestigioso movimento popolare del Brasile (se non dell’intera America Latina) e anche il più odiato dall’élite. Una fama costruita sulla base di una lotta indomita e ininterrotta, fatta di epiche occupazioni di terra e di marce di centinaia di chilometri, di un’ostinata resistenza a persecuzioni, massacri e campagne di discredito. Ma, soprattutto, sull’immagine di un movimento in cui la lotta di massa per la conquista della terra si accompagna a quella contro il modello dell’agribusiness, come viene definita quell’alleanza tra latifondo, capitale finanziario e transnazionali che ha conquistato alla sua causa l’intera struttura dello Stato, appropriandosi violentemente di tutti i beni della natura. Un movimento in cui la chiarezza ideologica (a partire da elementi diversi, dal marxismo alla teologia della liberazione) e il rigore delle analisi (alimentato da una formazione politica permanente) si sposa con il calore dei sogni (che è, anche, colore di bandiere, ritmo di canti, forza di gesti, quello che i brasiliani traducono con una parola che si fa sempre un po’ fatica a spiegare in italiano: “mistica”).

Un movimento che non ha solo cambiato la vita delle circa 350 mila famiglie che fino a oggi hanno conquistato la terra, ma che ha anche saputo trasformare un esercito di esclusi in un soggetto politico forte, cosciente e combattivo, al punto da riuscire a resistere per anni al sole, al vento, alla pioggia, alla fame, alle intimidazioni, sotto i teloni di plastica neri che costituiscono il noto paesaggio degli accampamenti del Mst.

Un movimento, infine, che nei suoi 37 anni di storia ha scelto di affidarsi a un processo decisionale realmente democratico; che è riuscito a mantenere posizioni di forte autonomia senza però mai rinunciare al dialogo con governi e partiti; che ha saputo rifuggire ogni forma di autoreferenzialità stringendo alleanze sempre più ampie (con movimenti contadini nazionali e internazionali, con movimenti urbani, con i movimenti sociali del mondo intero).

Neppure Bolsonaro lo ha potuto fermare, benché gli abbia dichiarato guerra ancor prima di insediarsi alla presidenza, con l’impegno a inquadrare le occupazioni dei senza terra e dei senza tetto tra le forme di terrorismo e a chiudere le scuole del Mst in quanto “fabbriche di guerriglieri”. “A quanti mi chiedono se voglio che vengano uccisi questi banditi del Mst – diceva – io rispondo che, sì, lo voglio”.

E non lo ha fermato neanche la pandemia, durante la quale, dinanzi alla politica genocida condotta dal presidente, il movimento si è ovunque attivato nella distribuzione di alimenti biologici, di prodotti di igiene e di libri, assistendo, attraverso il gruppo di medici del Mst formati a Cuba, le persone più indifese, con tanto di campagne di distribuzione di farmaci e donazioni di sangue, senza contare la partecipazione ad azioni di solidarietà in Zambia, ad Haiti e in Venezuela.

“Stiamo resistendo, studiando, lottando e lavorando”, dichiarano i senza terra, evidenziando l’importanza della loro campagna “Piantare alberi, produrre alimenti sani”, mirata a piantare 100 milioni di alberi in 10 anni, e dei loro sforzi per ricostruire la scuola “Eduardo Galeano”, distrutta dalla polizia militare durante il violento sgombero, lo scorso agosto, di una parte dello storico accampamento “Quilombo Grande” in Minas Gerais, noto nel Paese per la sua produzione agroecologica. “La ricostruiremo mattone su mattone, perché l’educazione è la finestra aperta sulla conoscenza e la libertà per le nostre coscienze”.

 

Immagine: manifestazione a Brasilia, 2009. Credit: Ansa, EPA/FERNANDO BIZERRA JR

 

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