L’Anpi, la guerra e la pace

Un’analisi da parte “di un’iscritta all’ANPI” fin da quando “l’associazione si è aperta anche a coloro che non erano partigiani”.

Teresa Simeone

Faccio una premessa, necessaria, per chiarire che non sono neutrale in quello che scriverò né super partes anche se mi sforzerò, per quanto possibile, di assumere una posizione obiettiva: sono iscritta all’ANPI, orgogliosamente e convintamente, da quando essa si è aperta anche a coloro che non erano partigiani. Scrivo, però, a titolo personale e non in nome di qualcuno.

Le polemiche degli ultimi giorni sono tristi per chi si riconosce nei valori di un’associazione che cerca di tutelare, come da articolo 2 dello Statuto, “l’onore e il nome partigiano contro ogni forma di vilipendio o di speculazione”, “promuovere eventuali iniziative di lavoro, educazione e qualificazione professionale, che si propongano fini di progresso democratico della società”, conservare la memoria di quanto la lotta di Liberazione ha prodotto, salvando, insieme all’antifascismo, la dignità di quel popolo italiano che il ventennio mussoliniano aveva umiliato.

Le vicende di questi ultimi due anni, tra pandemia e guerra, hanno spezzato relazioni e compromesso, con i veleni di un revisionismo che spesso è stato negazionismo e “rovescismo”, rapporti equilibrati e posizioni che un quadro ordinario manteneva latenti e che l’eccezionalità degli eventi ha fatto, violentemente, emergere in superficie. Non è stato facile conservare, anche di fronte alle tossine che i social hanno contribuito a inoculare nelle coscienze, misura e lucidità: a volte si è trascinati in diatribe che, per forza di cose, finiscono per inasprire, attivare resistenze, polarizzare opinioni ben al di là delle intenzioni originarie con cui vi si vorrebbe partecipare. La formula dei talk show, a mio avviso da rivedere per la tossicità cui è arrivata, si sta estendendo anche alla carta stampata, per sua natura maggiormente deputata alla riflessione e dunque, sostanzialmente, meno avvezza alle logiche televisive. Ma tant’è: viviamo nel mondo dell’onlife, secondo la fortunata espressione di Luciano Floridi, e dunque non è possibile sottrarsi. Tuttavia è auspicabile resistere al suo integralismo e sperare in un cambiamento di rotta.

Fin dall’inizio di questa disgraziata guerra di invasione da parte del presidente Putin ai danni di un paese libero e sovrano l’ANPI ha dichiarato di essere dalla parte degli aggrediti. Non poteva fare altrimenti, si risponderà. E infatti non ha fatto altrimenti. Quando è stato chiesto di essere chiari e di evitare ambiguità, il presidente Pagliarulo non ha esitato a negare qualsiasi equidistanza tra aggressori e aggrediti. L’ANPI da subito, invece, e questo è un fatto, si è schierata contro la guerra e contro tutto ciò che rischia di provocare l’innesco di qualcosa che una sfortunata ma possibile eterogenesi dei fini potrebbe determinare: conosciamo tutti la storia e la situazione alla vigilia della prima guerra mondiale quando il meccanismo delle alleanze scattò senza che si riuscisse a fermarlo. L’Italia rimase neutrale per un anno ma poi vi entrò. Non dalla parte della Triplice ma comunque in un contesto in cui gli altri Stati si erano schierati secondo le precedenti coalizioni. Anche allora vi furono divisioni tra neutralisti e interventisti, a dimostrare che in fondo gli esseri umani e le formazioni politiche e religiose non reagiscono in modo diverso nel tempo. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale le colpe furono più evidenti e marcate, con un aggressore, la Germania, e un aggredito, la Polonia. È ovvio che, allo studio della storia, ritornino in mente quei fatti, la precedente politica di appeasement delle potenze inglese e francese e il rischio che posizioni troppo morbide possano compromettere equilibri e una pace durata, nonostante qualche terribile eccezione come la situazione nei Balcani, settantasette anni. E, tuttavia, l’incubo di una guerra mondiale è reale e l’annichilimento di quello che potrebbe significare fa paura e induce alla cautela. È a questo che hanno pensato i soci ANPI di fronte alla politica di sostegno armato all’Ucraina da parte della UE e di riarmo, come sta avvenendo in tanti paesi che prima del 24 febbraio non lo contemplavano. E, diciamolo chiaramente, questa corsa al riarmo è pericolosa, molto pericolosa. Per anni abbiamo scritto tutti, convintamente, contro le brutture della guerra: di come debba essere scongiurata con ogni mezzo; di come alla fine nessuno vinca veramente ma perdano tutti; di come vite umane, città distrutte, monumenti storici abbattuti non ritornino mai più. La guerra è il flagello più inconvertibile per un popolo, i cui figli non avranno un’altra chance, essendo la morte irreversibile e l’unica esistenza certa quella terrena. Eppure, si risponde, c’è qualcosa di più importante senza la quale la vita sarebbe vuota di senso: la libertà. È per la libertà che tanti partigiani hanno combattuto e perso la vita. Verissimo: da qui il dibattito interno all’ANPI tra quanti hanno espresso posizioni come quelle di Carlo Smuraglia o di Albertina Soliani e che testimoniano la vivacità culturale di un’associazione che non è un gruppo monolitico dove si accettino idee calate dall’alto senza alcuna discussione, ma uno spazio plurale dove si ragiona e si esercita il pensiero critico. Molti si sono anche chiesti se le scelte della dirigenza potessero essere lette come un disconoscimento dei propri valori, ma alla fine la condivisione al Congresso delle posizioni di Pagliarulo e la sua rielezione a presidente hanno testimoniato una volontà pressoché unanime di seguirne la linea pacifista. I fatti del passato devono pur indicarci, se non insegnarci, qualcosa. E questo qualcosa è che, nel caso sciagurato di un conflitto mondiale, sul tappeto resterebbero macerie e distruzioni. Né vinti né vincitori: solo superstiti, come ha ricordato Pagliarulo. Non si può, naturalmente, soggiacere alla violenza e alla prepotenza di un capo di Stato come Putin che, è vero, si teme potrebbe estendere l’aggressione anche ad altri paesi, ma è centrale neutralizzare quel progetto disinnescandolo con sanzioni e trattative diplomatiche che dovrebbero condurre a un accordo per entrambe le parti in causa, senza spingere verso alleanze pericolose per il futuro e creare nuovi poli politico-militare- economici. Questa è stata la posizione dell’ANPI. Nessuna ambiguità, nessuna incoerenza. Solo considerazione dell’escalation che gli avvenimenti potrebbero innescare. Personalmente non sono d’accordo sul cinismo con cui si dichiara che le conseguenze delle sanzioni dovrebbero indurci a disattendere egoisticamente qualsiasi destino di popoli ai confini della UE. Le sanzioni sono una strada importante, l’unica applicabile, per quanto abbiano ripercussione anche su di noi. Fin dall’inizio, ci si è schierati contro l’aggressore che è, senza alcuna giustificazione, Putin, la cui logica imperialista implica che la storia si debba fermare, anzi debba tornare indietro, alla Grande Madre Russia, in cui i nuovi Stati, nati dopo la fine dell’impero zarista e la dissoluzione dell’URSS, non abbiano alcuna capacità di autodeterminazione né possibilità di esistenza autonoma.

Per quanto riguarda il filoatlantismo presente in tanti europei, è un fatto, come è un fatto che molti paesi si sentano più tranquilli sotto l’“ombrello NATO”, per quanto, dopo la fine della guerra fredda e lo scioglimento del Patto di Varsavia, sia sembrato una forzatura continuare a chiederne la protezione. È altrettanto evidente, però, l’atteggiamento estremista che sta adottando l’amministrazione Biden le cui affermazioni non vanno certamente nella direzione di un disinquinamento della situazione ma procedono, pericolosamente, verso un’estremizzazione dei toni e un allungamento delle ostilità.

I massacri indiscriminati, che è un lascito delle guerre novecentesche in cui lo stragismo e il coinvolgimento di civili sono stati usati a fini militari, devono farci riflettere sul grado di imbarbarimento, altro che incivilimento, dei moderni conflitti. L’Ucraina ha il sacrosanto diritto di difendersi e Zelensky di chiedere l’aiuto che ritiene necessario per salvare il suo paese da una resa che sa coinvolgerebbe il suo governo, la sua indipendenza e ciò per cui il popolo sta resistendo da cinquantasette giorni: il coraggio degli ucraini è qualcosa che ne ha innalzato il valore civile agli occhi di tutto il mondo e non si può non riconoscere. Non è neppure giusto, per sostenere egoisticamente la propria posizione di neutralità e scrollarsi la coscienza dal doverne assumere le conseguenze, addossare, come fanno in molti, al leader ucraino la responsabilità delle vittime o infangarne il nome, sminuendone la capacità resistenziale, col riferimento al suo passato di comico: ha dimostrato di essere una guida forte e determinata, le cui decisioni sono condivise dalla sua gente. Nello stesso tempo, come Zelensky, che è sotto le bombe, ha il diritto di chiedere il coinvolgimento della Ue, la UE, che sotto le bombe non è, ha il dovere di conservare sangue freddo e lucidità, riflettendo su cosa potrebbe succedere se cedesse alle sue richieste.

Le dichiarazioni del presidente Pagliarulo sono sempre andate in direzione della de-escalation; probabilmente la prudenza riguardo ad esempio al massacro di Bucha, su cui i video dai satelliti hanno fugato qualche dubbio iniziale, ha potuto generare critiche, dal momento che sono sembrate tiepide. E, tuttavia, le stesse perplessità sono state espresse anche da António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, che ha sollecitato l’apertura di un’inchiesta internazionale e addirittura dal Pentagono. Un conto, però, è criticare legittimamente tale prudenza comunicativa e l’altro è riscontrare in questa scelta un filoputinismo che getta un sospetto inaccettabile sulla limpidezza di una posizione che è soprattutto contro la guerra e i suoi orrori. Ciò che sempre Pagliarulo e l’ANPI hanno chiesto è che si evitino posizioni che possano portare a un conflitto globale. Cosa c’è di deprecabile in questo?

La verità è che noi siamo dentro a eventi i cui esiti potranno essere conosciuti solo da chi verrà dopo e la cui lettura potrà avvenire col tempo: un proverbio cinese, ripreso spesso da Ernst Bloch, recita “sotto il faro non c’è luce” a indicare che la storia ha bisogno di distanza, quella distanza, nello spazio e nel tempo, che ora manca e che probabilmente renderà sbagliate tante previsioni oggi ritenute infallibili.



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