Anton Mzimba, ranger eroe ammazzato dai bracconieri

Il 26 luglio Anton Mzimba è stato assassinato da alcuni bracconieri assoldati da un’organizzazione criminale che sta sterminando i rinoceronti per appropriarsi del loro corno.

Michele Sofisti

Anton Mzimba era un appassionato conservazionista, laureato al Southern African Wildlife College (sostenuto dalla famiglia reale inglese), e capo del team di rangers della Timbavati Foundation, nel Kruger Park, vicino la città di Hoedspruit, con cui lavorava da 25 anni.
Il verbo è al passato perché il 26 luglio scorso Anton è stato assassinato davanti alla sua famiglia da alcuni bracconieri assoldati da un’organizzazione criminale che sta sterminando i rinoceronti, uccidendoli senza ritegno per appropriarsi del loro corno. Corno fatto di cheratina, come le nostre unghie, ma che viene acquistato ancora in Cina e Sud-Est asiatico da persone ignoranti e insensibili che pensano abbia poteri magici, medicinali e, oggi, a scarso di idee, anche afrodisiaci. E se fino a qualche anno fa si poteva provare faticosamente a trovare una ragione a questi massacri, richiamandosi ad antiche tradizioni medicinali cinesi, oggi non è davvero più possibile.

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Ho conosciuto Anton qualche anno fa quando ho iniziato la mia collaborazione con la Global Conservation Corps in Sud Africa. La GCC opera sul terreno per proteggere il wildlife dando sostegno al team di rangers guidato da Anton e con un programma di educazione per studenti delle comunità locali, inspirato proprio da Anton. Alcuni anni fa iniziammo a girare un docu-film sulla vita dei rangers (“Rhino Man”) il cui protagonista era proprio Anton assieme ad altri eroi moderni come lui, che lottano per proteggere il wildlife. Un giorno, durante le riprese, Anton ci apparve particolarmente preoccupato: ci spiegò che il timore che aveva riguardava futuro. Lui e altri come lui erano divenuti rangers per passione e per un credo fortissimo, una religione di vita, che li portava (e li porta) a difendere la natura con la vita stessa. Anton vedeva invece molti giovani candidati rangers motivati più dal salario che dall’importanza di salvare specie dall’estinzione. Anton credeva che solo l’educazione sin dalla più giovane età avrebbe potuto creare una nuova generazione di rangers pronti a battersi per il wildlife con passione e determinazione. La sua visione divenne la nostra, e oggi lavoriamo con una decina di scuole delle comunità locali e circa 15.000 studenti a cui tre nostri insegnanti parlano di conservazione e fanno conoscere il wildlife della loro terra. Con Anton decidemmo anche di premiare i migliori piccoli studenti (iniziamo i corsi nelle classi di cinque anni), con dei safari per farli entrare nel mondo selvaggio che vedono da vicino ma che non possono toccare.

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Anton aveva ragione e per onorarlo nascerà un trust per l’educazione che speriamo possa spingere oltre la sua visione e raggiungere altri Paesi africani, anch’essi colpiti dalla piaga del bracconaggio.
Il problema del bracconaggio dei rinoceronti è molto complesso e non facile da risolvere. Per i motivi già esposti, e legati alla ignoranza del cosiddetto Homo sapiens, il valore sul mercato nero di un chilo di corno di rinoceronte è di oltre 100 mila dollari statunitensi. È una cifra assurda, superiore al valore di oro, diamanti e forse anche delle droghe. Follia pura per della cheratina assolutamente inutile. Si tratta di un misto esplosivo di povertà, ignoranza, migrazione, criminalità.

L’ignoranza è quella di chi compera la polvere di cheratina, causando morti umane e presto l’estinzione di una specie animale. La povertà è quella delle comunità locali, lasciate senza assistenza o una qualsiasi visione di sviluppo e presso le quali è semplice reclutare persone che vanno ad aiutare i bracconieri a entrare nei parchi e nelle riserve e a uccidere barbaramente queste splendide creature. La migrazione è generale, ma in particolare vicino al Kruger negli ultimi anni un milione e mezzo di persone provenienti dal Mozambico, per fuggire da fame e povertà, sta creando una pressione sociale enorme sui confini della riserva. Da un lato le riserve e i turisti, dall’altra comunità locali povere e nuovi migranti ancora più poveri che vogliono entrare nelle riserve e impossessarsi di quelle che di fatto sul mercato rappresentano ricchezze. Criminalità perché oggi il mercato è nelle mani di una vera mafia organizzata, principalmente guidata dall’Asia, con mezzi tecnologici, armi pesanti, elicotteri e corruzione. È paragonabile al racket della droga. Si dice che in 24 ore un corno tragicamente strappato a un rinoceronte ucciso possa già raggiungere i mercati asiatici.

Cosa fanno le istituzioni nazionali o locali per frenare questi delitti? Poco o pochissimo. Gli stessi rangers non possono colpire per primi ma devono essere attaccati, potendo solo rispondere al fuoco dei bracconieri.

La corruzione dilaga e le istituzioni sembrano non capire che gli animali, se vivi, attirano i turisti e lo sviluppo di un’economia del turismo, mentre la violenza e la scomparsa di specie meravigliose come rinoceronti o elefanti, porterà solo più povertà, e problemi insormontabili, allontanando i turisti e lo sviluppo economico.

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Solo una settimana fa Anton mi raccontava, in piedi sul suo pick up, che da quattro mesi sapeva di essere un target. Era riuscito a evitare un primo agguato, a sé e alla sua famiglia, e nel raccontarmelo esprimeva un po’ di fiducia nel futuro e nell’azione della polizia. Mi ha confidato che non avrebbe mai abbandonato la sua missione: “Possono pure uccidermi ma io resto al mio posto”. Abbiamo cucinato un menù italiano, continuando a parlare di progetti futuri, prima che Anton prendesse la via del ritorno con Olat, il suo braccio destro.

Mercoledì mattina, di ritorno in Italia, sono stato raggiunto dalla telefonata di Matt Lindenberg, fondatore della GCC e grande amico di Anton che, in lacrime, mi annunciava la sua morte.

Non serve a nulla parlare di dolore e sofferenza e di un tuffo nel buio più nero. Serve battersi per eliminare questa situazione insostenibile, serve battersi per fare capire al mondo che proteggere la biodiversità è proteggere se stessi. Serve lottare come faceva Anton, senza sosta e paura, per creare un movimento cosciente che scelga leader politici capaci, che smuova le coscienze e che, grazie a leggi, punizioni ed educazione, crei la svolta necessaria prima che sia troppo tardi. Serve che il settore privato agisca e non faccia solo “green checks” di tanto in tanto per fare bella figura.

Anton e gli eroi come lui lo sanno, e si battono e perdono la vita per questo (in media 100 rangers all’anno perdono la vita durante il loro lavoro). Noi gli dobbiamo tutto il nostro impegno.

Anton resterà un’ispirazione e non smetterò mai di raccontare la storia di questo immenso uomo che con umiltà, tenacia e passione ha salvato tante specie e aiutato la sua comunità. Nella convinzione che la sua morte sarà il motore di un cambiamento forte e duraturo.

Nell’immagine, un dettaglio della locandina del docu-film “Rhino Man”.



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